Delitti in biblioteca

La scorsa primavera la Biblioteca Labronica, in collaborazione con la libreria Gaia Scienza, aveva indetto un concorso letterario per racconti inediti dall’esplicito titolo “Delitti in biblioteca”. C’era da scrivere un racconto della lunghezza massima di diecimila caratteri che sapesse “coniugare i temi del racconto noir/giallo con l’ambientazione all’interno di una biblioteca”. Condizione essenziale era che nel racconto dovesse esserci un delitto, e che la vicenda fosse ambientata in una delle tre sedi della Biblioteca Labronica: Villa Fabbricotti, Via del Toro o Bottini dell’Olio. Anch’io ho partecipato, con un raccontino un po’ old-fashioned ambientato nella sede di Villa Fabbricotti, e che ha un titolo lapidario come “La verità”. I protagonisti sono la signorina Bovi e il dottor Kobedaqi. Non è propriamente un giallo o un noir, forse più un racconto del mistero, a partire dallo strano nome del protagonsita maschile. Non mi sono classificato tra i primi tre fortunati che hanno vinto un buono per comprare dei libri, ma sono stato selezionato comunque per l’antologia che sarà presentata domani pomeriggio, giovedì 16 dicembre, alle ore 17e30 alla Biblioteca Labronica.

Quindi se vi va potete venire a curiosare. Non so chi introdurrà l’incontro, né quali letture si faranno, spero solo che ci sia un buon buffet.

Nel frattempo vi lascio con buona parte del mio racconto. Sperando di incuriosirvi, la fine no, non ve la metto. Solo quella ometto. La fine. La fine soltanto.

***

La verità

 

Lo sconosciuto sale la scalinata della bella villa ottocentesca ed entra nella sala prestiti.

Ad accoglierlo c’è la solerte signorina Bovi, ormai vicina alla pensione. Lei li conosce tutti, gli avventori, e quello lì è uno nuovo. Non può sbagliarsi, ha una faccia troppo particolare. Ha i capelli crespi e neri, come un africano, e labbra molto carnose. La pelle, però, è bianchissima, come quella di uno scandinavo. E ha gli occhi talmente affilati che, se li vedesse fuori dal contesto del volto, le sembrerebbero quelli di un cinese. È alto e robusto, ben vestito, e quando si avvicina al bancone la signorina Bovi sente un leggero odore di bergamotto. Dovrà fare la tessera, e ogni nuova tessera è per lei una piccola soddisfazione personale. Questa, in particolare, sarebbe stata la numero diecimila. Un traguardo davvero invidiabile.

Come sempre, è lei a parlare per prima, prevenendo la titubanza di chi le sta davanti.

“Buongiorno. Desidera?”

“Buongiorno. Volevo informazioni sul prestito dei libri.”

Il suo italiano è perfetto. La signorina Bovi se ne stupisce.

“Suppongo lei non abbia ancora la tessera.”

“No, infatti.”

“Allora la prima cosa da fare è compilare questa scheda, così gliela faccio subito. È valida un anno, costa 5 euro e le dà diritto al prestito di tre libri per volta.”

“Perfetto. E si può prendere qualsiasi libro?”

“No, quelli pubblicati prima del 1950 sono solo in consultazione.”

“Non so esattamente in quale anno…”

“Non è un problema, possiamo controllare.”

La signorina Bovi, però, non vuol perdere l’occasione di un nuovo socio, qualora il libro non possa essere prestato.

“Intanto che ne dice di riempire la scheda, così le faccio la tessera? Ha un documento?”

Lo sconosciuto si fruga nelle tasche ma non ha il portafogli. Ha però una banconota da cinque in una tasca laterale della giacca.

“Temo di aver scordato il portafogli a casa, ma i soldi ce li ho. Si fida lo stesso?”

La signorina Bovi ha imparato a non fidarsi di nessuno. Nondimeno, il signore di fronte a lei sarebbe stato il decimillesimo di una lunga carriera. Li aveva contati sin dal primo, annotandoli in un quaderno personale. E si era detta che, alla tessera numero diecimila, qualcosa sarebbe cambiato nella sua vita. È una specie di scaramanzia, la sua, la speranza mai sopita di trovare l’anima gemella. E forse non è un caso che il socio numero diecimila sia un uomo di bell’aspetto, e pure acculturato. Decide di fare uno strappo alla regola. Sfodera un sorriso accattivante e si protende in avanti sul bancone.

“Non si preoccupi, capisco al volo quando posso fare un’eccezione. Eccole la penna. Compili la scheda inserendo tutti i suoi dati. Lei abita a Livorno, vero?”

“Sì, sono qui per fare delle ricerche.”

“Perfetto, allora compili la scheda coi suoi dati, poi riempia quest’altra per il prestito, così controllo sul computer se il libro è disponibile.”

“Grazie, lei è molto gentile.”

Mentre lo sconosciuto scrive, la signorina Bovi si sporge per leggere al contrario i suoi dati anagrafici. Non riesce a decifrare il cognome, ma nota subito che l’anno di nascita è inferiore al suo di cinque anni. Cinque anni non sono niente, pensa.

L’uomo le consegna la scheda compilata e lei le dà in cambio quella del prestito.

“Mentre io riporto i suoi dati sul computer, lei compili la scheda del libro. Così pensiamo al prestito.”

La signorina Bovi, però, non tace mentre preme i tasti del computer, e ripete a voce alta, alla faccia della privacy, i dati del nuovo socio lettore.

“Signor…anzi, no, dottor Kobedaqi. Che cognome strano, che origini ha?”

“Ha origini creole, sono nato a Jacmel.”

“Jacmel? Non è…?”

“Sì, è quella distrutta dal terremoto.”

“Mi dispiace. Ha perso qualcuno?”

“No, non ho più nessuno laggiù.”

“Perdoni la sfacciataggine, ma la sua pelle non sembra…”

“…quella di un creolo? Mio padre era creolo, mia madre per metà svedese e per metà vietnamita. Lo so, è strano, è come se i geni dei miei familiari non si fossero fusi e avessi ereditato le loro singole caratteristiche in parti diverse del mio corpo.”

“E com’è che parla così bene l’italiano?”

“Lavoro in Italia da molti anni.”

“Bene, signor Kobedaqi, ho inserito i suoi dati nel computer. Ora stampiamo la tessera. La scheda del libro?”

“Eccola.”

Appena la signorina Bovi legge il titolo lapidario, ha un sussulto e alza gli occhi al richiedente. Si schiarisce la voce.

“Dobbiamo controllare l’anno di pubblicazione, può darsi che non sia in prestito. Ma perché vuole proprio questo libro?”

“Per le mie ricerche. È fuori stampa da anni, e ho girato mezza Italia, prima di scoprire che ce n’era una copia qui.”

“Ma lei sa di cosa parla?”

“Mah, visto che si intitola ‘La verità’, suppongo che sveli una qualche verità. Anzi, lo spero.”

La signorina Bovi digita il titolo del libro e appaiono centinaia di risultati. Affina la ricerca aggiungendo il cognome dell’autore, Lish, e le sue iniziali, D V. Eccolo lì.

“Qualche problema?”

“No, solo che manca l’anno di pubblicazione.”

“Ma può darlo in prestito?”

“La nota in fondo dice di sì. Anche se… Aspetti che mando qualcuno a prenderlo.”

La signorina Bovi chiama un’assistente più giovane e la prega di recuperare il libro. La sua voce ha un’insolita nota di incertezza.

“La cosa strana è che non si sa da dove viene, questo libro, chi lo ha donato alla biblioteca o quando. Ma c’è una cosa ancora più strana.”

“Quale?”

“Il libro sembra nuovissimo, eppure è in questa biblioteca da almeno cinquant’anni. Da allora, è stato preso in prestito solo tre volte, e me le ricordo tutte e tre. C’ero già io, qui.”

“E perché se le ricorda tanto bene?”

“Perché la prima volta è tornato indietro solo dieci anni dopo. Per molto tempo abbiamo provato a contattare il signore che l’aveva preso, ma non ci siamo riusciti. Dopo una decina d’anni, si è presentata la figlia. Aveva trovato il libro da qualche parte in casa, aveva visto la costolina col timbro della biblioteca e l’aveva riportato. Poi, dopo qualche anno, qualcuno lo ha richiesto di nuovo. Era un ragazzo giovane, coi capelli lunghi. Lo conoscevo di vista, perché veniva a studiare qui. Anche in quel caso, il libro lo riportò un’altra persona, il poliziotto che fa la ronda nel parco della biblioteca. Aveva trovato il ragazzo riverso sulla panchina, col libro aperto ancora tra le mani. Un malore, pace all’anima sua. Dopo gli accertamenti del caso, il libro tornò alla biblioteca. La terza volta è stata due anni fa. Una ragazza giovane, molto truccata, lo ha preso in prestito la mattina del lunedì. Il martedì, sul giornale, c’era la sua foto. Era stata investita da un autobus. L’ho riconosciuta subito. Mi è toccato telefonare a casa dei familiari, per riavere il libro. Ecco, quello che sto cercando di dirle è che secondo me il libro emana strane vibrazioni. Dopo che è morta la ragazza, ho controllato il nome dell’uomo che lo aveva preso per la prima volta. In emeroteca ho letto i quotidiani successivi alla data del prestito. Ebbene, due giorni dopo c’era un necrologio con tanto di foto, nome e cognome del signore in questione. Capisce cosa voglio dire?”

Il signor Kobedaqi ride.

“Che il libro ha una maledizione per cui tutti quelli che ne sono a contatto, muoiono?”

“Lo so che sembra assurdo, ma è proprio quello che penso. Quante probabilità ci sono che tre persone diverse, a distanza di molti anni, muoiano poche ore dopo aver preso in prestito lo stesso libro? Ho fatto le mie ricerche, sa. La casa editrice è fallita molti anni fa, e dell’autore – o autrice, visto che ci sono solo le iniziali – non c’è traccia da nessuna parte. Probabilmente usava uno pseudonimo.”

“Guardi che così lei mi fa incuriosire.”

“Io l’ho solo avvertita.”

In quel momento torna l’assistente e appoggia il libro sul bancone. La signorina Bovi ha un brivido.

“Senta, vorrei che ci ripensasse. Ho come un brutto presentimento.”

“Ascolti, ma se davvero fosse come dice lei, perché nessuno qui alla biblioteca, compresa lei, è ancora morto per esserci stato a contatto? E la signorina che lo ha portato fin qui? Crede che morirà entro stasera?”

“No, ma forse non basta toccarlo, c’è bisogno che qualcuno lo voglia, che lo prenda in prestito.”

“Io non sono superstizioso.”

E così dicendo apre il libro […]

[continua…]

p.s. non vorrei commentare riguardo alla copertina…

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