Buon Natale!

Non è che ami molto il Natale. Sì, datemi pure del cinico. Da qualche anno a questa parte manifesto un certo nervosismo ogni volta che ci avviciniamo a questa festa. Da piccolo ricordo che nella miglior tradizione facevamo un grande pranzo a casa mia con tutti i parenti di mia madre, eravamo un sacco di cugini, giocavamo a carte, era divertente. Poi piano piano i cugini sono cresciuti e ciascuno aveva altre famiglie con cui passare il Natale. Poi nel 2005 mia madre è morta, e a Natale il senso delle cose perdute è più forte. Cerco di non pensarci ma non è facile. Quando sono in giro a comprare i regali rifinisco sempre in libreria e quasi senza accorgermi mi dirigo automaticamente verso lo scaffale dei libri gialli, perché mia madre era una giallista e a Natale le regalavo sempre un giallo o un poliziesco (lei era una fan di Ed McBain). Vado lì, dò un’occhiata ai titoli e poi mi scanto, dicendomi che ormai non c’è più bisogno. Non ricevo più le sue cartoline di auguri, che arrivavano sempre una settimana prima.

Insomma, associo il Natale alle cose che non ci sono più, alla fine dell’infanzia, al velo di Maya che si squarcia quando scopri (anzi, quando con un certo sadismo ti fanno scoprire, come nel caso delle mie sorelle più grandi) che Babbo Natale non esiste, che è roba da bambini stupidi. Non era bella quell’illusione? Ricordo ancora la trepidazione e il leggero terrore di aspettare la Befana (perché a casa mia i regali li portava la Befana, che ora non usa più). Lasciavo dei pezzetti di pane duro in cucina (e l’erba per il ciuchino) e la mattina dopo il pane e l’erba non c’erano più, e c’erano i regali e la calza piena di “chicchi”. Ricordo una notte, avrò avuto tre o quattro anni, che ero nel lettone con babbo e mamma e mi dissero che se stavo sveglio avrei visto la Befana. E in effetti arrivò, ed era talemnte brutta che scoppiai a piangere terrorizzato e mi nascosi sotto le coperte: era mia sorella Monica che ovviamente non riconobbi. Me lo ricordo come se fosse ora.

Ma forse la colpa di questa associazione tra malinconia e Natale va ricercata anche da altre parti. Ad esempio, ricordo ancora la poesia di Natale che la mia maestra (brava, sì, ma certo non un’allegrona) ci fece imparare a memoria in seconda elementare. Si chiamava Natale Povero e faceva così:

Come possiamo far festa ?
Possiamo solo ricordare
Ricordare che Gesù  è nato
in una stalla.
Ricordare che milioni di bambini
nascono nelle stalle.
Ricordare che solo i poveri
possono capire.

Mi colpì talmente tanto che la portai all’esame (perché la mia è stata l’ultima generazione ad aver fatto gli esami di seconda elementare), e la maestra dell’altra classe che mi chiese di dirle una poesia a piacere si stupì molto quando mi sentì recitare proprio questa. Ricordo perfettamente la sua espressione sconcertata. Forse anche perché era giugno.

Comunque, bando alla ciance, auguro a tutti voi un felicissimo Natale e vi lascio con un vero e proprio classico natalizio, una canzone scritta nel 1940 da Irving Berlin, portata al successo nel 1942 da Bing Crosby e successivamente re-incisa da decine di altri cantanti. Si tratta della celeberrima White Christmas, e la versione che ho scelto per voi è quella incisa nel 1959 da Dean Martin, qui con cicchino e whiskino molto natalizi.

Perché ho scelto prorpio la versione di Dean Martin? Perché ho scoperto che, nonostante il suo amore per il Natale, lui è morto proprio il 25 dicembre. Vedi, a volte, le combinazioni?

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