L’influenza e la scorpacciata di film

Il nuovo anno, carico di speranze, mi ha subito portato un regalino, ovvero l’influenza. So che è un destino comune a molti, ma ciò non mi rincuora. Ho consumato decine di pacchetti di kleenex e un po’ di vivincì, ho bevuto il brodo caldo e spremute d’arancia aspettando con pazienza che la febbriciattola scendesse e il virus facesse il suo corso. E nel frattempo, che fare? Beh, ho cominciato l’anno con una enorme scorpacciata di film. In pratica, in 4 giorni, mi sono visto 12 film e la prima stagione di una serie televisiva inglese. Avrei potuto leggere qualche libro, ma l’influenza è accompagnata da raffreddore forte, mal di testa e rincretinimento vario, per cui faccio fatica a leggere. Avrei potuto scrivere su questo blog, postare foto su Flickr ma, a parte il rincretinimento di cui sopra, il computer è nella stanza più fredda, e io avevo bisogno di stare al caldo. Per cui mi sono messo sul divano sotto il piumino, un tè fumante sul tavolo accanto (“il tè quando siamo malati”, dice Ale) e ho dato il via al dvd. Guardare un film mi dà sempre una gioia speciale, e non c’è bisogno di grande impegno, ci si mette lì e, apparentemente, lo si subisce. Tra una smoccicata e l’altra, tra uno starnuto e un brivido di freddo, ci si lascia trasportare nel suo mondo. E devo dire che ho fatto dei bei viaggi avanti e indietro nel mondo (Francia, Italia, Usa, GB, Corea) e nel tempo, tra classici del cinema e nuovi film. Forse non ve l’ho mai detto, ma nonostante insegni inglese, canti canzoni, faccia teatro, legga libri, tenga un blog, scatti foto, scriva racconti,  la mia più grande passione di tutte rimane il cinema. Sempre.

Ecco perciò la lista delle mie visioni in ordine cronologico. Magari qualcuno ne trarrà spunto.

1) In un mondo migliore – di Susanne Bier. In realtà questo è stato il film che ho visto al cinema subito prima di ammalarmi. E’ un film danese, prodotto dalla Zentropa, quella di Von Trier, per intenderci, ed è un bel film drammatico. E’ incentrato su due ragazzini, ognuno alle prese con l’assenza (uno è da poco rimasto orfano della madre, l’altro ha un padre spesso fuori dal paese perché lavora come medico in Africa). La Bier sa come affrontare la psicologia dei bambini, si vede, ma anche quella degli adulti che hanno a che fare con loro, e questo è un grande pregio. Belle le scene, la fotografia, buona la sceneggiatura e la psicologia dei personaggi, un buon film, insomma.

 

2) Vertigine (tit. orig. Laura) – di Otto Preminger. Un classico noir americano del 1944, era da tanto che volevo vederlo, soprattutto perché ammiro il regista. Appartiene alla parte iniziale della sua carriera, e all’epoca ebbe un buon successo, ma secondo me è dagli anni ’50 in poi che Preminger ha dato il meglio di sé. Devo dire infatti che Vertigine mi ha in parte deluso, perché l’ho trovato un po’ naif, e indeciso nel tono. E’ la storia di Laura, giovane e bellissima pubblicitaria di successo (Gene Tierney), alle prese con le ossessioni degli uomini che la circondano. Uno di loro, per il troppo amore, la vorrebbe morta, ma chi? C’è un omicidio, un commissario (il “giovanottino”, lo avrebbe chiamato mia madre), la femme fatale, i sospettati, la cugina gelosa, un omicidio, un’indagine, un’ossessione. Tutti gli elementi del caso. Ma non mi ha convinto.

 

Black swan – di Darren Aronofsky. E’ il nuovo, atteso film del regista newyorkese, già autore dei belli e tristi Requiem for a Dream e di The Wrestler. Era in concorso all’ultmo Festival di Venezia, è già uscito negli Usa ma non ancora in Italia. Viene definito un thriller psicologico e l’ho trovato molto ben fatto. La protagonista, la brava Natalie Portman, è una ballerina ventottenne, brava ma repressa e insicura, scelta per il grande ruolo della sua vita, Il lago dei cigni. Questo acuisce in lei dei problemi di personalità, causati in origine da una mamma un po’ troppo apprensiva (tipo Carrie lo sguardi di Satana), e ampliati dal regista (Vincent Cassel), che la sprona a tirare fuori il suo lato più oscuro. Un bel film visionario, cattivo, stilisticamente ben curato, decisamente riuscito. Consigliato.

 

4) Winter’s Bone – di Debra Granik. Adattato dal romanzo Un gelido inverno di Daniel Woodrell, questo film ha vinto il Gran Premio della Giuria al Sundance Festival come film drammatico, e non c’è dubbio che sia drammatico. Ambientato nel Missouri, in mezzo ai boschi, il film riflette la dilatazione temporale dell’ambiente, dove le cose scorrono lente e dove sembra che non ci sia niente che si possa fare per cambiare la propria vita, una volta che si è confinati in una zona dell’America tanto depressa. La protagonista è una diciassettenne tosta che vive in una fattoria e si prende cura della madre depressa e di due fratellini più piccoli, da quando il padre è scomparso per problemi con la legge e con il vicinato. C’è un mistero – la scomparsa del padre – e una ricerca. Ma tutto è vissuto con grande distacco e grande freddezza. Non si ride mai, proprio come non ride mai alcun personaggio della vicenda. Cupo ma da vedere.

 

5) We Had a Dream – di Damien Raclot-Dauliac. Visto in anteprima al Teatrofficina Refugio (credevo di star meglio con l’influenza ma mi sbagliavo e ho avuto una ricaduta il giorno dopo), è un documentario sullo Heretik System, un gruppo di appassionati techno francesi che dalla metà degli anni ’90 fino ad oggi hanno dato vita al movimento dei Free Parties, i Rave Techno che tanti grattacapi hanno causato al povero Sarkozy. Il documentario, attraverso la voce dei protagonisti, ripercorre la storia del gruppo, dai primi techno rave illegali, ai grandi successi nel cuore di Parigi, fino all’istituzionalizzazione di tali parties che, ormai non più gratis né illegali, hanno avuto il loro spazio persino all’Olympia. Film interessante ma forse un po’ settoriale.

 

6) Modern Boy – di Ji-woo Jung. Film coreano del 2008 ambientato negli anni ’30, durante l’occupazione giapponese in Corea. Il protagonista è un cittadino coreano ben impiegato presso il governo coloniale giapponese. Una sera conosce una cantante affascinante e comincia una storia d’amore con lei, tranne poi scoprire che lei è un membro di spicco del movimento indipendentista coreano, pronta a far saltare in aria chiunque sia dalla parte dei giapponesi. Il film è molto stiloso, ma non sa che direzione prendere, a volte sembra un musical, a volte una commedia, a volte un dramma, e francamente l’ho trovato piuttosto inutile.

 

7) Il grido del gufo – di Claude Chabrol. Avevo già accennato a questo film in un post precedente. Avevo visto prima il recente remake americano e mi era piaciuto molto, allora ho deciso di guardare anche l’antecedente, del grande e recentemente scomparso maestro del cinema francese Chabrol. Il film è dell’87, ma non si è rivelato all’alteza delle aspettative. La vicenda è tratta da un romanzo di Patricia Highsmith ed è un thriller psicologico. Ma c’è qualcosa in questo film che non quadra, forse gli attori non sono all’altezza, le atmosfere non sono abbastanza cupe, chissà. Molto, molto meglio il nuovo remake ad opera del regista americano Jamie Thraves. Non che sia un brutto film, ma Chabrol ha fatto decisamente di meglio.

 

8) Io sono l’amore – di Luca Guadagnino. Film italiano del 2009 che ha avuto più successo all’estero che in patria. Scritto e diretto da Luca Guadagnino (già regista di Melissa P, che ho accuratamente evitato di vedere), interpretato e prodotto dalla brava e bella (ma poco sorridente) Tilda Swinton, è un drammone familiare che strizza l’occhio alla borghesia di Luchino Visconti e, anche, a Teorema di Pasolini. E’ la vicenda della ricca famiglia di industriali lombardi Recchi, padre, madre di origini russe, figlia artista e lesbica, figlio atleta e buono, altro figlio cinico, suoceri insopportabili, che viene a contatto con un giovane cuoco – di chiare origini livornesi – interpretato da Edoardo Gabbriellini, spontaneo ma un po’ sempre uguale a se stesso. Della serie: anche i ricchi piangono. Il film è molto curato, gli attori sono bravi, la vicenda regge e in generale è un buon film italiano che si stacca dalle solite pellicole nostrane. Consigliato, soprattutto a chi piacciono i drammoni borghesi.

 

9) I giorni contati – di Elio Petri. Secondo film di Petri, poco conosciuto ma decisamente valido. Nel 1962 vinse il primo premio al Festival di Mar del Plata, precedendo, se non sbaglio, un altro film bellissimo quale Jules et Jim di Truffaut. La storia è molto semplice. Il protagonista – interpretato dal bravissimo Salvo Randone in uno dei suoi pochi ruoli da protagonista – è uno stagnaro romano che, viaggiando sul tram, assiste alla morte di un passeggero coetaneo. Da qui, sentendo anche lui – come tutti gli uomini – di avere i giorni contati, prende la decisione di lasciare il lavoro e girovagare per Roma. Tutto il film è una ricerca personale sul senso della vita. Frequenta posti che prima gli erano sconosciuti (musei, aeroporti), cerca di riallacciare vecchi rapporti, torna al paese di origine per ritrovare le radici. Il film, molto amaro, è insolito per quel periodo in Italia, e mischia un approccio neorealista a uno stile di ripresa e montaggio più da Nouvelle Vague. Molto interessante, come la maggior parte dei film di Petri.

 

10) Fear, Anxiety and Depression – di Todd Solondz. Primo lungometraggio di Solondz, autore dei successivi e più celebri Happiness, Life during Wartime, ma, soprattutto, di Fuga dalla Scuola Media, un filmetto indipendente che io all’epoca (1995) ho adorato. E’ la storia strampalata di un giovane e sfigato drammaturgo, di chiaro stampo woodyalleniano, alle prese con le vicende e gli incontri grotteschi della sua vita. Proprio come nelle prime commedie assurde di Woody Allen, anche qui il protagonista è interpretato dallo stesso regista, alle prese con un film a basso budget e particolarmente fuori di testa. Nonostante il titolo, si tratta ovviamente di una commedia, dove però la paura, l’ansia e la depressione dei protagonisti viene fuori ad ogni gag. Divertente e molto 80s.

 

11) I compagni – di Mario Monicelli. Incredibile, non lo avevo mai visto. Ed è proprio un bel film. E’ ambientato a Torino alla fine dell’800, dove una comunità di lavoratori tessili comincia a lottare per migliorare le condizioni della vita in fabbrica, chiedendo la diminuzione dell’orario di lavoro da 14 a 13 ore. Ad aiutarli in questa loro lotta giunge da genova un professore un po’ strampalato, interpretato da Mastroianni. Come molti film di Monicelli, si muove in bilico tra la commedia e la tragedia, ed è un bel documento visivo delle sofferenze e delle prime lotte degli operai in una società già dominata dai padroni e dall’interesse. Il film è del ’63 e anche se non è tra i più celebri di Monicelli, è assolutamente da vedere. Ah, e non perdetevi Raffaella Carrà in insolite vesti drammatiche.

 

12) Non desiderare la donna d’altri – di Susanne Bier. Visto che mi era piaciuto il suo ultimo film visto al cinema, In un mondo migliore, ho provato con un precedente film della Bier e non sono rimasto deluso, se non, forse, dallo stupido titolo italiano (l’originale è il più sintetico e appropriato Brodre) e, in parte, dal finale. E’ la storia di un ufficiale dell’esercito danese il cui elicottero viene abbattuto in Iraq. La moglie, le figlie piccole e il fratello lo credono morto, ma dopo vari mesi lui ricompare (era stato fatto prigioniero), con un segreto terribile che solo lui e lo spettatore conoscono, ma non la sua famiglia. Come nell’ultimo In un mondo migliore, anche qui la vicenda si alterna tra la Danimarca e un paese lontano (qui è l’Iraq, là era l’Africa), ma ciò che interessa alla regista è l’indagine interiore dei suoi personaggi e lo sfaldamento dei sentimenti legati a vicende più grandi. Consigliato anche questo.

 

13) Misfits (serie TV) – Prima stagione. Ne avevo sentito parlare, di questa nuova serie “adolescenziale” inglese. E’ già alla seconda stagione, io intanto ieri mi sono sorbito le sei puntate della prima. E’ divertente, e ovviamente va vista in lingua originale perché sennò si perde metà del divertimento. La vicenda è un miscuglio di cose già viste, ma funziona per l’ambientazione, per i personaggi e perché vedere Londra sullo schermo fa sempre un bell’effetto. I protagonisti sono 5 adolescenti che si ritrovano a svolgere servizi sociali a causa di piccoli crimini che hanno commesso in precedenza. Nella prima puntata, durante una tempesta di ghiaccio, vengono colpiti da un fulmine e acquistano superpoteri. Non vi dico altro, tranne che è stato divertente vederlo tutto d’un fiato.

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E così, cari amici, finisce questa lunga lista delle mie visioni duemilaundicesche (12 film e una serie tv in 4 giorni). Anche l’influenza non viene solo per nuocere. Spero di avervi incuriosito e vi auguro un 2011 carico di bellissimi film. O anche solo buoni. Sarebbe già qualcosa.

 

 

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