IT: Stephen King e il romanzo di formazione

Ho già accennato, su questo blog, del mio passato snobismo nei confronti di Stephen King. E ho cercato di porvi rimedio da quando ho scoperto che è un signor narratore. Ho letto tutti gli ultimi romanzi che ha scritto, e ogni tanto faccio un tuffo nel passato e mi leggo qualcuno dei suoi libri più famosi. Stavolta è toccato a IT. E’ un romanzo che forse va letto da ragazzi, immagino faccia più paura. Ma ormai, vista l’età, la mia chiave di lettura di Stephen King è diversa. Sostengo con forza che King non scriva romanzi dell’orrore. E che c’è una profondità, una riflessione sull’esistenza stessa, sul concetto di realtà che va sempre al di là della vita che viviamo tutti i giorni.

Certo, man mano che vado avanti con la lettura dei suoi romanzi, ho come l’impressione che l’autore scriva sempre lo stesso libro, che metta in ogni storia le sue ossessioni personali. Tra queste c’è sicuramente il mondo “fantastico” dell’infanzia, e in questo senso mi ricorda “Il segreto del bosco vecchio” di Buzzati (paragone un po’ azzardato, dite?), dove la percezione tutta speciale di un’altra realtà è possibile solo da bambini. E, naturalmente, il nostro autore è ossessionato con l’idea della morte e della finitezza dell’essere umano, della capacità salvifica dell’immaginazione e dell’arte, della paura, della cattiveria o insensibilità del genere umano, del ruolo – spesso negativo – della famiglia nella crescita. Ma tutto questo ovviamente si percepisce meglio se i suoi romanzi si leggono a 40 anni invece che a 15 (almeno nel mio caso).

L’edizione che ho io consta di 1240 pagine fitte fitte e l’ho letto in una decina di giorni. Complice di questa voracità è stato anche il fatto che nel frattempo, dopo mesi di spasmodica attesa da parte mia, è uscito Libertà di Jonathan Franzen e che ero ansioso di leggere (e sto leggendo in questo momento). Ho avuto anche la fortuna di non aver visto il film prima (ho cercato di guardarlo subito dopo aver finito il romanzo e ho resistito per mezz’ora: disgusting), così la mia fantasia ha potuto creare in modo autonomo i personaggi, l’ambientazione, il mostro, la realtà parallela.

IT comincia nel 1958 nella cittadina di Derry, con una scena memorabile. George, un bambino di cinque anni, durante un’alluvione della città, esce a giocare con la sua barchetta di carta, costruita per lui dal fratello più grande, Bill “Tartaglia”, che non può uscire a giocare perché ha l’influenza. Quando la barchetta finisce in un tombino, George trova un clown gentile che gli parla da dentro le fogne. Allunga una mano per riprendere la barchetta dal gentil pagliaccio e questi gli strappa via il braccino.

La morte di George è solo la prima di una lunga serie. Molti altri bambini vengono uccisi o spariscono misteriosamente in quell’anno. E si viene a scoprire che l’ondata di delitti o misteri irrisolti si ripete nella città di Derry ogni 27 anni. Chi si prende la briga di risolvere il mistero del mostro di Derry è un gruppo assortiti di sette ragazzini: Bill, il fratello di George, che è il “capo” balbuziente; Richie, occhialuto e lingualunga; Stan, ebreo appassionato di ornitologia; Mike, il “negro” del gruppo e memoria storica della città, grazie ai racconti del padre; Ben, il ciccione abile nel progettare costruzioni; Eddie, asmatico succube della madre, bravo nell’orientarsi; Beverly, l’unica femmina del gruppo, insidiata dal padre e con una mira impeccabile.

Il romanzo è costruito su più piani temporali, ma in particolare su due: il 1958 e il 1985, ovvero quando i ragazzini, ormai adulti, si riuniranno una seconda volta per sconfiggere il mostro definitivamente. E il mostro non è certo un semplice clown seviziatore di bambini. E’ in realtà un’entità vecchia quanto l’universo, che vive sotto la città di Derry, capace di prendere sembianze diverse a seconda delle paure di chi lo guarda.

Ora, sarebbe troppo complicato esporre la trama in modo dettagliato, perché dovrei stare qui per qualche ora. Quello che mi interessa è la visione “altra” che ha King della realtà, e la sua grande abilità nel costruire personaggi (tanti!) talmente delineati che ti rimangono impressi nella mente, e la sua bravura nell’esplorare l’animo umano, soprattutto nei momenti di crisi. Volendo azzardare una categoria per questo romanzo, se escludiamo la pista horror o fantastica, direi che si tratta di un bildungsroman, un romanzo di formazione vero e proprio dove sette ragazzini, uniti dalla forza di essere in gruppo, riescono ad affrontare prove difficilissime che gli adulti, per lo più meschinielli, neanche possono immaginare. E King ci suggerisce che, se vogliamo essere degli esseri umani decenti, dobbiamo sempre portare con noi la fantasia e il coraggio dell’infanzia.

L’infanzia: il paradiso perduto.

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