Il weekend pasquale a Ravenna e dintorni: secondo (e ultimo) fotoracconto

Ed eccoci giunti alla seconda, ultima e tanto attesa parte del fotoracconto del nostro weekend a Ravenna e dintorni, dove abbiamo tentato di battere il record del numero di monumenti visti nel minor numero possibile di ore. Ho detto “tanto attesa” perché, forse non ci crederete, ma più di una persona, via internet o di persona, mi ha chiesto: “allora, quando pubblichi la seconda parte, che la prima era spassosissima?” Dunque, chi non avesse ancora letto la prima parte, divertentissima e piena di aneddoti e immagini, può farlo cliccando QUI. Ma, essendo questa una seconda parte, voglio ricordarvi come ci eravamo lasciati, cioè che la programmata gita di Pasquetta a Comacchio era saltata a causa della mancanza di mezzi pubblici diretti là. Quindi, il secondo giorno ci svegliamo nella nostra comodissima stanza d’albergo, facciamo la colazione abbondante a buffet e di buon’ora usciamo verso il settimo monumonio (=monumento+patrimonio dell’Unesco) della città di Ravenna, ovvero il Mausoleo di Teodorico, che si trova appena fuori dal centro storico. Ci avventuriamo dunque in un sottopassaggio della stazione dove, una volta tanto, i graffiti hanno preso il posto dei mosaici.

Da qui attraversiamo il canale Candiano che collega la città col mare .

Lungo la strada notiamo dei poster che annunciano che il 18 maggio ci sarà un concerto del grande Billy Bragg proprio a Ravenna. Billy Bragg: uno dei più importanti cantautori di protesta inglesi. Un mio mito di gioventù.

Proseguiamo indefessi e raggiungiamo la nostra meta. Prima di dedicarci al Mausoleo di Teodorico, però, ci fermiamo all’ufficio informazioni turistiche, dove troviamo una ragazza fin troppo simpatica. E’ talmente disponibile che dedica più di mezz’ora a sforzarsi di trovare un mezzo per arrivare a Comacchio. Perché no, ancora non ho rinunciato all’idea della mia pasquetta fuori porta.  Ma non c’è niente da fare. A Comacchio non si arriva per pasquetta. Anche lei ne è scandalizzata. Ci chiede di dove siamo. Noi le diciamo: di Livorno. E lei: di sicuro lì le cose per i turisti funzionano meglio. E noi: come no? E ripensiamo alle orde di stranieri in crociera che fanno tappa a Livorno e che col pullman vengono subito accompagnati fuori, a Pisa o Firenze, senza neanche fargli toccare il suolo labronico, quasi come rischiassero di prendere il colera.

Veniamo comunque a sapere che i bus per Comacchio ci sono solo nei giorni feriali. Indovinate un po’ a che ore? Alle 7e40 o elle 12e30. Bene, decideremo il daffarsi l’indomani (ma: 7e40 è troppo presto e dovremmo rinunciare all’appetitosa colazione dell’albergo; 12e30 è troppo tardi, perché poi nel pomeriggio dovremmo ripartire per Livorno). Per ringraziare la gentil signorina (che nel frattempo, a causa nostra, aveva accumulato una coda di 15 turisti nell’ufficio) abbiamo acquistato ben due pulisci-occhiali (3 euro l’uno) con disegnato un mosaico famoso di Ravenna: uno per Emilia e uno per la dottoressa Micaela (che hanno gradito assai). Salutiamo e ci dirigiamo al mausoleo.

Da fuori non sembra un granché, anche se ha una struttura particolare. Immagino però che all’interno sia bellissimo, con tutti quei mosaici colorati…

Ecco invece cosa c’era dentro: una vasca e ìssati (ìssati=livornese per “e basta”). Tutta questa sobrietà mi stupisce, ma la apprezzo. Non avendo niente da fotografare , mi accontento di un’immagine di Alessandra all’esterno presa dall’interno della porta di ferro: le mie foto artistiche…

Ci mettiamo poco a visitare il Mausoleo, ma leggiamo un po’ di cose che lo riguardano sulla nostra (scarsa) guida. L’unica cosa che rimane in mente a Ale è che Teodorico, grande imperatore, era analfabeta, e per firmare, usava delle iniziali con solo le linee di contorno che lui riempiva, un po’ come quando da piccini si colorano gli album di disegni già fatti.

Ci allontaniamo prima che arrivi un gruppo di (pochi) turisti in visita al Mausoleo, torniamo a piedi alla stazione (una mezzoretta circa, nonostante i pronosticati 5/10 della signorina all’info point) e da qui prendiamo (correndo) un autobus che ci porti all’ottavo (e ultimo) monumonio di Ravenna, ovvero la celeberrima Sant’Apollinare in Classe.

Il nome della basilica deriva da Sant’Apollinare, che è stato il primo vescovo di Ravenna, e da Classe, che è il posto dove si trova la basilica. E infatti è fuori da Ravenna e ci vogliono circa venti minuti di autobus per arrivarci.

Da fuori è già piuttosto bella. Ma dentro è spettacolare. Ovviamente grazie ai nostri amici MOSAICI.

A parte le solite facce di vescovi e apostoli sulle pareti delle navate, l’interno della Basilica si fa notare per il bellissimo affresco nell’abside che, grazie al cerchio con la croce nel mezzo, da lontano sembra un po’ un occhio verde blu e oro.

Osservandolo bene ci accorgiamo di un particolare che la nostra guida non cita. Per aiutarvi, metto due ingrandimenti:

Sopra: le sei pecore a sinistra.

Sotto: le sei pecore a destra. Ebbene, notate nulla? Certo che sì! Alle pecore di destra e all’ultima di quelle di sinistra manca il vello! Come dice Alessandra, quelle a destra sembrano cavalli, più che pecore. E ci siamo chiesti: quale sarà l’arcano motivo di questa differenza? Alessandra ha una risposta a tutto: il maestro che faceva il mosaico ha dato da riempire le pecore a un giovane aiutante che a un certo punto si è rotto le scatole di fare solo il pelo alle pecore, ha litigato col maestro e se ne è andato, mandandolo a quel paese: ecco perché sette pecore su dodici sono rimaste incompiute. FALCA=ARGAN.

Oltre ai mosaici, la basilica è ricca di sarcofagi e di epigrafi con bellissime scritte in latino, come questa qui sopra che è scritta tutta appiccicata che è difficilissimo capire dove finisce una parola e dove ne comincia un’altra. Meno male che la scuola è sempre più piena di alunni dislessici senza sostegno, così io sono allenato e non ho difficoltà in tal senso. Grazie Maristella.

Ridendo e scherzando, siamo giunti all’ora di pranzo. Decidiamo di fermarci all’unico ristorante lì vicino, dove però non ci va tanto bene: si sa che a Pasquetta si magiano gli avanzi del pranzo di Pasqua. E’ così in tutte le migliori famiglie.

Come potete intuire, Alessandra è già un po’ stanchina. Ma come, dico io? Se abbiamo visto solo due monumenti? Abbiamo ancora tutto il pomeriggio! E mi godo il pensiero di questa Pasquetta ancora tutta da scoprire.

E quindi, al caffè, decidiamo cosa fare nel pomeriggio, visto che di Comacchio non se ne parla. Ale è molto contenta del nuovo programma:

Insomma, riprendiamo l’autobus in direzione opposta, torniamo alla stazione e da lì prendiamo il treno. Alessandra, in viaggio, rinuncia a leggere il suo libro (La signora delle camelie, se non erro) per concentrarsi sulla nuova destinazione tutta da scoprire. E quale sarà questa destinazione, in sostituzione di Comacchio?

Ma sì, è Ferrara! D’altronde è una delle tre mete che si può raggiungere in treno da Ravenna: Bologna l’abbiamo già vista, e non ci sentiamo vitelloni abbastanza da affrontare Rimini e la Riviera Romagnola.

Come dimostrato dall’orologio della stazione, arriviamo alle 15e03. Il treno di ritorno è dopo circa 4 ore. E che fare in sole 4 ore? Chiaro: vedere TUTTI i  monumenti della città! Ma la strada a piedi per arrivare dalla stazione a centro non è così breve, e una mezzoretta va via subito. Ma ci regala l’indimenticabile visione architettonica dello stadio della Spal che, per chi non lo sapesse, è la squadra di Ferrara.

Proseguiamo oltre avventurandoci in una città di fantasmi. Sarà perché è Pasquetta? Può darsi.

Le scritte sui muri a Ferrara sono particolari, come il nome della sua squadra. Questa sotto non si capisce se è una protesta o un’invocazione.

Della serie: “Disgraziati! Così facendo amputate gli acrobati, tarpate le ali agli artisti!”; oppure: “Cosa aspettate, facciamola finita, tagliate ‘ste gambe a ‘sti cazzo di acrobati che ci hanno rotto!”

La camminata alla fine ci porta dritta al Castello Estense, e devo dire che la fatica finora fatta è ripagata. Il castello è bellissimo, entriamo nel cortile, ma rinunciamo a visitare l’interno.

Io ricordo di esserci già stato, sarà un dodici anni fa. E ci sono stato insieme a Alessandra, in una nostra riposante tre-quattro giorni che toccò Ferrara, Venezia e un’altra città che non ricordo. Ma Ale non si ricorda neanche d’essere stata a Ferrara con me. Mi sforzo per ricordare un particolare che possa ricordare anche lei. E alla fine lo trovo: una mostra di quadri di Michelangelo Antonioni (che era di Ferrara). E lei allore dice: Ah sì, me lo ricordo. Ma ho l’impressione che lo dica solo per farmi piacere.

Circumnavighiamo il castello con tanto di fossato, com’ai be’ tempi antichi, e faccio una foto al “povero” predicatore anch’egli, come Antonioni, ferrarese:

Sì, è il predicatore ed eretico per antonomasia, il caro, vecchio Savonarola, come molti altri bruciato dalla chiesa e poi diventato “servo di Dio”. Mai un’opinione ferma, “quelli”, eh?

Anche la cattedrale di San Giorgio è parecchio bella, in particolare la facciata che, dalla foto non si vede, ma di profilo pende un po’ in avanti. Andiamo dentro a fare un giro, usciamo di nuovo, faccio una foto alla strana struttura laterale della chiesa, includendo nella foto il campanile incompiuto di Leon Battista Alberti.

E ora? Non ho dubbi: la successiva mèta è il palazzo più famoso di Ferrara, ma per arrivarci dobbiamo farci un’altra ventina di minuti a piedi. Oltretutto la strada è rimasta al medioevo, e i sassi che dobbiamo calpestare per arrivarci sono più scomodi dei sanpietrini.

Ma il Palazzo in questione merita lo sforzo: è il bellissimo Palazzo dei Diamanti.

Ha questi bellissimi muri appuntiti (i “diamanti”, appunto) dalle prospettive sfuggenti:

Anche la signora coi capelli che osano pare apprezzarne l’architettura:

Seguendo la nostra guida (che Ale si è procurata nel frattempo in una bancarella vicino al Castello Estense: un libricino del 1982 che abbiamo solo noi) visitiamo un altro paio di palazzi importanti (altra mezz’ora a piedi) , ma ci fermiamo per strada ai lati di una piazza enorme, che scopriamo essere la Piazza Ariostea, dove branchi di ragazzini passano la loro pasquetta giocando a pallone. Quando non c’è il mare…

Qui ci prendiamo un pausa e mangiamo un gelato. Ne approfitto per un ritratto in bianco e nero di Alesandra, con l’ultimo pezzettino di biscuit ancora in mano.

A questo punto ci dirigiamo alla palazzina di Marfisa d’Este, di cui non pubblico la foto perché è abbastanza insignificante, ed è quasi ora di tornare alla stazione. Peccato che la stazione, a questo punto, sia completamente dall’altra parte della città. Ma ci accorgiamo che esiste un autobus che ci porta diretti là e, per la gioia di Alessandra, rinunciamo all’ultima scarpinata e e ci fermiamo pazienti ad aspettare il bus. Ne approfitto per uno scatto artistico lungo la strada.

Grazie al bus, arriviamo in stazione con venti minuti di anticipo. Facciamo il biglietto, dico a Ale di salire a prendere i posti, mentre io fumo una sigaretta sul binario. Mentre Ale è dentro e io sono sul binario, le porte si chiudono. Io so che è una cosa automatica, che anche se le porte si chiudono il treno non parte, anche perché manca sempre un quarto d’ora. Ma immagino già la faccia di Alessandra, preoccupata che il treno parta senza di me. E così preparo la macchina fotografica, inquadro la porta chiusa, e scatto appena Ale si precipita ad aprire la porta per salvarmi. Bisogna capirla: ha il terrore d’essere abbandonata.

E così spengo in anticipo la mia sigaretta e mi vado a sedere accanto a lei. Facciamo ritorno a Ravenna, ceniamo in un ristorante indiano e andiamo in albergo abbastanza presto. Mentra Alessandra crolla addormentata, io – che nonostante la stanchezza sono un animale notturno – mi sorbisco un film fantasy di due ore su un pugnale magico che salva un principe di Persia. Non vi dico altro perché non vorrei mettervi addosso la voglia di vederlo anche voi.

La mattina seguente non ci svegliamo all’alba per prendere il bus per Comacchio e gli preferiamo l’abbondante colazione dell’hotel: stamani decidiamo di fare la colazione all’inglese, con uova, toast, bacon, salsiccia e succo d’arancia. Ogni tanto ci piace far finta di essere anglosassoni. Per la mattinata decidiamo di finire l’esplorazione di Ravenna, anche se ormai abbiamo visto praticamente tutto. Ma una cosa l’avevamo trovata chiusa, il giorno prima, e quindi decidiamo di rimediare.

Peccato però che il sepolcro di Dante sia artisticamente così anonimo. Cionondimeno non potevo lasciare Ferrara senza salutare il grande Vate, in ricordo delle ore che all’Università ho passato a imparare a memoria tutti i gironi infernali, i contrappassi e i dannati presenti in ogni canto. La mia amica Claudia ne sa qualcosa.

Fuori dal sepolcro c’è una splendida cancellata in ferro, e la cosa più bella è che si muove, cioè che le maglie che la compongono non sono fisse. Per finire la mattinata decidiamo di visitare un museo. Si sa, non ci facciamo mancare niente. Girando per Ravenna avevamo visto dei bei poster dedicati a una mostra che pareva interessante. E lì ci dirigiamo. E’ giorno di lavoro, e sulla strada troviamo operai abbarbicati sulla facciata di una chiesa, a pulire le colonne per la futura festa della madonna greca (?).

La mostra che abbiamo scelto di vedere s’intitola “L’Italia s’è desta” e raccoglie opere di famosi artisti italiani dal 45 al 55 (Burri, De Chirico, Guttuso e altri). Si trova alla Pinacoteca.

Con grande gioia scopro che, sul prezzo d’ingresso, ci sono riduzioni per gli insegnanti e ciò mi fa capire che Ravenna è una città civile. Mostro la mia carta d’identità che dichiara la mia professione e faccio il biglietto tutto gongolante. La struttura è davvero bella, e il chiostro potete vederlo qui sotto.

Prima di arrivare alla mostra vera e propria, percorriamo un lungo corridoio pieno di (pessimi) mosaici moderni sul muro e di statue (migliori) dall’altro lato. Il cavallo qui sotto, in posizione strategica, è un calco del Canova.

Ma ecco la prima, grande delusione. Un guardiano mi ferma e mi dice che non posso scattare foto. Uffa! Così voi non potete avere una documentazione fotografica sulla mostra. Ma tanto non è questo granché. Perlomeno non rispetto ai grandiosi MOSAICI di Ravenna. Ma c’è una statua molto bella, appena restaurata, il ritratto di un condottiero morto a nome Guidarello Guidarelli. Non avendola potuta fotografare, mi sono comprato una cartolina allo shop. E, siccome non voglio farvi mancare niente, voi potete invece vederla a questo link.

E’ sempre mattina. E dobbiamo prendere il treno per Livorno solo nel tardo pomeriggio. Che fare allora? Ma sì, vada per un’altra città! Scopriamo che da Ravenna c’è un treno per Faenza. Da lì, poi, possiamo prendere un treno regionale che attraversa gli appennini e che, senza passare per Bologna, in due ore arriva direttamente a Firenze, fermandosi in decine di stazioncine dai nomi a me sconosciuti. E così è deciso. Torniamo in albergo a recuperare i bagagli lasciati nel deposito e andiamo alla stazione a fare il biglietto. Una volta fatto, scopriamo però che non si tratta di un treno che va a Faenza, ma di un pullman sostitutivo. E così, pazienti, lo aspettiamo nel piazzale della stazione, osservando l’altrettanto paziente e abile lavoro di alcuni attacchini.

Il viaggio dura circa un’ora. Qualcuno dei nostri (pochi) compagni di viaggio è addirittura più stanco di noi, tanto da dover riposare il braccio come meglio crede.

Giunti alla stazione di Faenza, ci attende una doccia fredda: NON ESISTE IL DEPOSITO BAGAGLI!!! Ma come?!? E come facciamo? Giriamo la città con le borse sulle spalle? Ebbene sì. Ci incamminiamo verso il centro. Non sappiamo bene cosa ci sia a Faenza, io ricordo solo che è la città della ceramica. E infatti, la prima cosa che incontriamo nel lungo tragitto dalla stazione al centro è proprio il museo delle ceramiche.

Io propongo di entrare, fare una breve visita al museo e continuare il giro della città lasciando lì i bagagli. Ma Alessandra è irremovibile: NO, LE CERAMICHE NO! Anche perché ormai è ora di pranzo e si sa che “ganascia”, quando deve magiare, deve mangiare. Arriviamo così, bagagli e tutto, in centro, di nuovo in una città semideserta (eppure oggi non è pasqua, né pasquetta…). Accanto alla cattedrale, troviamo un ristorante e ci precipitiamo dentro. Sono quasi le due. In attesa dei miei strozzapreti, Ale prende in mano la macchina e, cercando di imitare la fantasia del grande maestro (leggi: il sottoscritto) mi scatta una foto artistica: emiliano riflesso nello specchio.

Sarà che è l’ora della digestione, ma Faenza ci appare, intorno alle tre del pomeriggio, una città fantasma.

La cattedrale però è molto bella, anche se è chiusa. Chissà che belle CERAMICHE c’erano all’interno!

Facciamo un altro breve giro per il centro, ancora coi nostri bei bagagli sulle spalle, ma rinunciamo presto, anche perché pare che a Faenza, a parte la Cattedrale e  la grande e bella piazza centrale, non ci sia molto altro.

Mogi mogi ci avviamo dunque verso la stazione, mentre io ancora rimpiango e sogno ad occhi aperti il mio paradiso ideale, COMACCHIO, che destino avverso non volle farci visitare.

Fuori dalla stazione troviamo una bella cartina dell’Europa fatta di – indovinate un po? – CERAMICA! Non resisto e faccio mettere Ale in posa, mentre indica (non lo tocca perché non ci arriva) il paese che sarà mèta delle nostre vacanze estive. A voi l’ardua sentenza.

Ed eccoci infine sul trenino a due scopartimenti che, lemme lemme, ci riporta in Toscana, attraversando l’appennino da una parte all’altra. E’ veramente un bel percorso e meriterebbe una bella gita, stavolta però in macchina.

E così siamo giunti alla fine del nostro weekend. Da cui si intuisce: che Ravenna è molto bella e si possono visitare i suoi otto munumenti patrimonio dell’Unesco in meno di 24 ore; che con 24 ore in più si può visitare anche Ferrara e un’altra cittadina a scelta; che Faenza si può vedere in due ore, ma possibilmente senza bagaglio in spalla (io e Ale abbiamo avuto la tentazione di scrivere al comune di Faenza per protestare contro la mancanza di un deposito bagagli alla stazione); che Comacchio, o ci vai un automobile, o manco per sogno se la vedi.

A chi si fosse divertito a seguire questo fotoracconto di Ravenna, ricordo che su questo blog può trovarne altri dedicati a Barcellona, a Berlino, e alle nostre avventure in stile Sandra e Raimondo. Per evitarvi la fatica di cercarli (poverini!) vi metto addirittura i link qui di seguito:

Barcellona Uno        Barcellona Due           Barcellona Tre        Barcellona Quattro

Barcellona Cinque        Barcellona Sei        Barcellona Sette

Berlino Uno               Berlino Due                  Berlino Tre               Berlino Quattro

Ed è davvero tutto. Buonanotte.

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