Le descrizioni e il temperamento dell’autore: Thérèse Raquin di Emile Zola

Qualche tempo fa feci leggere la mia raccolta di racconti, La fine soltanto, a un ragazzo conosciuto su anobii e che si occupava di letteratura per alcune riviste. Un ragazzo un po’ incattivito col mondo intero, o almeno così parve a me, un critico con un romanzo nel cassetto che non riusciva a farsi pubblicare da una grande casa editrice. Lui mi avvertì della sua acidità, ma mi disse che l’avrebbe letta volentieri. Dopo un po’ di tempo, ci trovammo sulla chat di Gmail e ne parlammo. I racconti non gli erano piaciuti, ovviamente, pur riconoscendo qualche buona idea qua e là. Il punto fondamentale della sua critica, a quanto ricordo, è che erano racconti troppo “secchi”, troppo essenziali, senza respiro. I personaggi ad esempio non erano delineati, non c’erano descrizioni, non si riuscivano a “vedere”.

Nonostante quel che si possa pensare conoscendomi (sono permaloso), io accetto le critiche e accolgo i punti di vista altrui cercando sempre di imparare qualcosa. Se uno scrive un testo e lo fa leggere agli altri deve essere disposto ad accettare recensioni negative. Per cui ho accettato questa critica sommandola a quelle essenzialmente positive che avevo ricevuto in precedenza. Naturalmente ci ho riflettuto. E’ vero che i miei personaggi non sono quasi mai descritti fisicamente, ma l’immagine che un lettore si fa di un personaggio può venire altresì dal suo modo di parlare e di agire, dai suoi piccoli tic, dalle sue ritrosie, eccetera. Quel che voglio dire è che quello di non descrivere i personaggi può essere una scelta precisa dell’autore. E questo è il mio caso. Innanzitutto perché voglio che sia il lettore a crearsi da solo l’immagine del personaggio, a dedurla, insomma; in secondo luogo perché ho sempre pensato che le descrizioni non fossero il mio forte, forse ho paura di stancare il lettore. Rivendico comunque il diritto di non descrizione. Anche come lettore, non amo i romanzi con troppe descrizioni, troppo dettagliati, mi annoiano. Certo è però che, quando trovo un autore capace di descrivere bene, rimango ammirato da tanta bravura, e mi viene la voglia di provarci anch’io.

Questa lunga introduzione è perché ho da poco finito un romanzo che, per la forza delle descrizioni, mi è rimasto particolarmente impresso. E’ in realtà un romanzo che parla di un dramma interiore, ma la descrizione dei personaggi e dell’ambiente che li circonda è nient’altro che un’amplificazione di ciò che quei personaggi vivono e sentono. Si tratta di uno dei primi romanzi di Emile Zola, che Oscar Wilde ha giustamente definito “il capolavoro dell’orrido”, e non credo si riferisse al valore dell’opera, quanto all’orridità dei personaggi e delle loro passioni umane. E’ Thérèse Raquin, ed è il primo libro che leggo del grande narratore francese che avevo sempre accantonato a causa della sua fama di naturalista duro e puro. Beh, ho scoperto un grande autore. E, dopo aver parlato tanto delle descrizioni letterarie, voglio riportarvi l’incipit di Thérèse Raquin, dove Zola descrive dapprima l’ambiente dove si svolge l’azione, e poi si sofferma su colei che sarà la protagonista del dramma.

“In fondo alla rue Guénégaud, venendo dal lungofiume, si trova il passaggio del Pont-Neuf, una specie di corridoio stretto e cupo che va dalla rue Mazarine alla rue de Seine. Largo tutt’al più trenta passi e largo due, è lastricato di pietre giallastre, consunte, sconnesse, che trasudano sempre un’acre umidità; la vetrata che lo copre, tagliata ad angolo retto, è nera di sporcizia.

Nelle belle giornate d’estate, quando il sole pesante arroventa le strade, una luce biancastra cade dai vetri sudici e striscia miseramente lungo il passaggio. Nelle brutte giornate invernali, nelle mattine di nebbia, i vetri diffondono sulle pietre vischiose solo il buio della notte, una notte sporca e ignobile.

A sinistra, si affossano delle botteghe buie, basse, schiacciate, che lasciano sfuggire fredde ventate di cantina. Ci sono bouquinistes, venditori di giocattoli, di oggetti di cartone, le cui vetrine grigie di polvere sonnecchiano nell’ombra; i vetri, a piccoli quadretti, danno alle merci strane screziature dai riflessi verdastri; al di là, dietro le vetrine, le botteghe piene di tenebre sono altrettanti buchi lugubri nei quali si agitano forme bizzarre.

A destra, lungo tutto il passaggio, si estende un muro a cui i bottegai dirimpetto hanno addossato stretti armadi; oggetti senza nome, mercanzie dimenticate lì da vent’anni sono esposte su tavole sottili, dipinte di un orribile marroncino. Una venditrice di gioielli falsi si è stabilita in uno degli armadi; vende anelli da quindici soldi, posati delicatamente sopra un letto di velluto blu, sul fondo di una scatola di mogano.

[…] Qualche anno fa, di fronte a questa venditrice, c’era una bottega i cui pannelli di legno verde bottiglia trasudavano umidità da ogni fessura. l’insegna, fatta con un asse stretto e lungo, recava, in lettere nere, la scritta MERCERIA, e su uno dei vetri della porta c’era un nome di donna: THERESE RAQUIN, a caratteri rossi. A destra e a sinistra due vetrine profonde, tappezzate di carta azzurra, affondavano nell’oscurità.

[…] D’estate, verso mezzogiorno, quando il sole bruciava le piazze e le strade con raggi fulvi, si poteva scorgere, dietro le cuffie dell’altra vetrina il profilo pallido e serio di una giovane donna. Quel profilo usciva vagamente dalle tenebre che regnavano nella bottega. Alla fronte bassa e secca si attaccava un naso lungo, stretto, affilato; le labbra erano due tratti sottili di un rosa pallido, e il mento, corto e nervoso, si congiungeva al collo con una linea morbida e grassa. Non si vedeva il corpo, che si perdeva nell’ombra; appariva solo il profilo, di una bianchezza opaca, squarciata da occhi neri spalancati, e come schiacciati da una folta capigliatura nera e folta.”

(traduzione di Katia Lysy)


Emile Zola

Quanti aggettivi cupi, quanto buio, quanta desolazione. E posso garantirvi che è tutto quello che si troverà in seguito nelle vicende del libro. E’ una descrizione molto cinematografica, sembra di vedere una macchina da presa che, prima con un piano lunghissimo, mostra il passaggio di Pont-Neuf e i suoi dintorni, e poi piano piano si muove, si avvicina a mostrare le botteghe squallide, e infine “entra” nella merceria e si concentra sul primo piano del profilo di Thérèse.

So che nel 1953  Marcel Carné ha tratto un film dal romanzo, con Simone Signoret e Raf Vallone. Ecco, sono curioso di vederlo, soprattutto per capire se la prima scena è stata realizzata proprio come ho detto io. Mi stupisce un po’ la scelta della Signoret, che nel mio immaginario rimane sempre “Casco d’oro”, molto diversa da come io ho immaginato Thérèse.

Devo dire che la scelta della copertina degli Oscar Mondadori, Ritratto di fanciulla di Jean-Jacques Henner, è invece molto azzeccata.

Non voglio scrivere niente della trama di questo romanzo, nel caso qualcuno di voi volesse leggerlo come ho fatto io, cioè ignorando completamente di cosa parlasse. Credo che questo sia il modo migliore. Vi dico comunque che è un gran bel romanzo (poco più di 200 pagine) e che mi ha fatto venire voglia di leggere altre opere di Zola, che non a caso è considerato uno dei più grandi romanzieri francesi.

Vi lascio con alcune frasi tratte dalla postfazione di Guy de Maupassant, altro grande scrittore francese, di cui vi consiglio la lettura di Bel Ami, e su cui avevo scritto un post a proposito di Pierre e Jean. Maupassant, poco più giovane di Zola, aveva scritto questo saggio su Zola nel 1881, quando Zola era già famoso e ancora vivo e vegeto (aveva 41 anni). Questa citazione finale è per ritornare al discorso iniziale sulle descrizioni, su quanto, da sole, non possano bastare a produrre opere d’arte:

“Secondo Zola, soltanto la verità può produrre opere d’arte. E allora non bisogna immaginare, ma osservare e descrivere scrupolosamente quanto si è visto. A dare alle cose descritte un colore speciale, un andamento proprio, sarà il particolare temperamento dello scrittore, a seconda della natura del suo spirito. Zola ha definito il suo naturalismo come ‘la natura vista attraverso un temperamento’; si tratta della definizione più chiara e perfetta che si possa dare della letteratura in generale. Questo ‘temperamento’ è il marchio di fabbrica dell’artista, e la sua maggiore o minore quantità di talento imprimerà una maggiore o minore originalità alle visioni che egli saprà tradurre per noi.”

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