Fantasmi a Livorno

Pochi giorni fa, all’interno del festival letterario Mangiarsi le parole, c’è stata la presentazione del volume Presenza di spiriti – Livorno in 22 fantasmi. Si tratta, come si può intuire dal sottotitolo, di una raccolta di racconti, edita da Erasmo, tutti ambientati a Livorno e che hanno come elemento centrale la presenza (o forse dovrei dire “l’assenza”, vista la natura ectoplasmatica dei soggetti in questione) di uno o più fantasmi.

Come è nata questa raccolta? E’ nata da una sfida tra il mio laboratorio di scrittura creativa, Qwerty, e altre due scuole di scrittura. Tre giudici esterni hanno votato i racconti e i 22 migliori sono stati inclusi nell’antologia. Si tratta di una raccolta molto variegata, proprio perché le uniche due regole da rispettare, a parte la lunghezza massima, erano appunto la presenza di un fantasma e l’ambientazione. Per il resto ci era stata data carta bianca, nel senso che uno poteva scrivere una “classica” ghost story, con atmosfere gotiche e horror, oppure anche no, e privilegiare più l’aspetto comico, drammatico, surreale, ecc.

Io ovviamente ho colto l’occasione al balzo cercando di scrivere una storia che rientrasse il più possibile nei canoni del genere. Si sa, mi piace mettermi alla prova. Come ci informa Wikipedia, la ghost story “is a form of supernatural fiction, and is often a horror story.” Ciò non significa che i fantasmi, nella narrativa, non siano stati usati per altri scopi: se pensiamo a A Christmas Carol di Dickens, il fantasma, più che incutere timore, ha uno scopo “moraleggiante”; in The Canterville Ghost di Oscar Wilde, il soprannaturale è usato per scopi di commedia (come anche in Blithe Spirit di Noel Coward). Non è un caso che abbia citato solo esempi di letteratura inglese: infatti è proprio in Inghilterra che la ghost story ha avuto il suo massimo splendore, in particolare nella seconda metà nel 1800. Grande maestro di questi racconti è stato ovviamente Henry James, superbo costruttore di atmosfere inquietanti, insieme a M. R. James e Le Fanu. E sempre in Inghilterra nacque anche, circa un secolo prima, il romanzo gotico, da cui la ghost story discende. Recentemente ho letto un romanzo contemporaneo che mi è piaciuto molto e che ha proprio a che fare con lo spiritismo e l’epoca vittoriana: si tratta di Affinity, di Sarah Waters. L’ho letto in inglese e non so se è stato tradotto in italiano. Nel caso non sia stato tradotto, vi consiglio, sempre della Waters, Ladra, che non c’entra niente coi fantasmi ma è ambientato anch’esso nell’epoca vittoriana ed ha una trama sorprendente.

Per chi non fosse avvezzo a questo genere di letteratura, per farvi un esempio di tipica atmosfera da ghost story, posso citare un paio di film molto famosi,  ovvero Il sesto senso di Shyamalan e il successivo (e meno sorprendente) The Others di Amenàbar. Insieme alla tradizione anglosassone, c’è ovviamente quella cinese e giapponese, che però, confesso, conosco molto meno.

Insomma, essendo io un anglista, ho voluto cimentarmi nella stesura di una storia che, pur ambientata nella Livorno odierna, conservasse un’atmosfera di quel tipo, riuscisse a comunicare un senso di inquietudine al lettore, con leggeri risvolti horror. Non so se ci sono riuscito, ma forse ci sono andato vicino, perché qualche giorno fa la commessa di una libreria mi ha detto di averlo letto e di averlo trovato inquietante; un mio amico e collega di scrittura mi ha detto che anche sua zia l’ha letto e ne ha ricavato la stessa impressione. Alessandra, dal canto suo, mi disse subito, quando lo lesse, che avevo scritto un racconto horror.

Il racconto in questione si intitola La farmacia ed è stato scelto per aprire la raccolta Presenza di Spiriti, proprio perché suppongo sia quello che meglio rispecchia il genere. E’ ambientato alla farmacia centrale di Livorno, quella in Piazza Grande, e ovviamente parte della trama si svolge di notte. L’idea mi è venuta perché un po’ di anni fa, una ragazza che ci aveva lavorato, mi aveva detto che c’era questa voce, questa leggenda, riguardo a un fantasma che si trova al primo piano. E così è nato il mio racconto. Ve ne do un assaggio:

La farmacia

Mi chiamo Antea. Lo so, è un nome poco comune, al contrario di me, che sono una ragazza normale. Ho appena usato due aggettivi, comune e normale, che poco serviranno a spiegare gli eventi accaduti negli ultimi mesi. Ovvero da quando ho cominciato a lavorare nella farmacia centrale di Livorno, quella in Piazza Grande.

So di non essere la sola, in questa città, che è al corrente di questa storia. Qualcuno, prima di me, l’ha vissuta. Qualcuno, prima di me, l’ha raccontata. Ci sono tante voci, in giro. E si sa cosa succede alle voci, in una città provinciale: sono come palline di vetro infuocate, sospese e pendule all’estremità del bastone cavo che serve a soffiarle. Le parole, qui, sono come l’aria che gonfia quella pallina oblunga fino a farla diventare una bellissima bottiglia, o un lampadario pregiato, o un vaso di cristallo. E, proprio come una bottiglia, un lampadario o un vaso di cristallo, anche le storie gonfiate dal pettegolezzo, dal sospetto, dal sentito dire, sono fragili e rischiano di frantumarsi in un secondo. Ma rimane sempre, al centro, quel nucleo di verità.

Andiamo per ordine.

Sono una laureanda alla facoltà di Farmacia dell’Università di Pisa. Credo nella scienza. Per il resto sono agnostica. Ve l’ho detto, sono una ragazza normale. Ho 23 anni, sono in pari con gli esami, e non vedo l’ora di laurearmi per portare avanti il mio progetto di ricerca sulle proteine in grado di rallentare l’invecchiamento. Come previsto dal mio piano di studi, prima di laurearmi, devo svolgere almeno sei mesi di tirocinio in una farmacia. È una grande stronzata, ma questo è il regolamento e, se non lo seguo, non mi fanno laureare. Contavo sulla farmacia del Pontino, che è l’unica ad avere ancora un laboratorio per i preparati artigianali; ma la prima che aveva bisogno di un tirocinante era invece quella centrale. Non volendo perdere tempo, ho fatto domanda lì. Non sapevo cosa mi aspettava. E non avevo considerato che è l’unica farmacia aperta anche di notte. Come a tutti, anche a me sono toccati due turni di notte alla settimana. E il buio non favorisce di certo l’oggettività delle cose che vediamo. Al buio è più facile nascondersi, che mostrarsi. Quindi, se qualcuno sceglie il buio per mostrarsi, significa che ne ha proprio bisogno. O che non può fare in altro modo.

Lavoravo lì da una settimana quando mi è stato assegnato il primo turno di notte. Le mansioni di un tirocinante sono delle più svariate. Di giorno faccio la spola tra il magazzino e la sala principale, dove entrano i clienti. Di notte, se non devo dare le insuline a qualche tossico, o la tachipirina per qualche febbrone notturno (dovrebbe farlo il dottore di turno, a me non è permesso vendere i medicinali ai clienti, ma di solito lui dorme sul divano nella stanzetta sul retro, e guai a disturbarlo), mi anticipo con l’inventario. Il magazzino è al primo piano ma normalmente, almeno la notte, non c’è bisogno di andarci, le medicine che si vendono sono sempre le stesse. E invece, proprio al mio primo turno di notte, un cliente ha chiesto un prodotto che si trovava solo in magazzino. La ricordo come se fosse ora, quella prima volta. La ricordo meglio della prima volta che ho fatto l’amore.

La luce al neon non funziona al primo piano. Appena si entra dalla porta del magazzino, è necessario fare cinque passi verso destra per accendere l’unica lampada che funziona, di quelle con l’interruttore a terra, che si azionano col piede. Adesso lo so, ma allora no, e non lo chiesi al dottore perché avrei dovuto svegliarlo. La prima volta che ho aperto la porta del magazzino, mi ha accolto un buio pressoché totale. Ho schiacciato l’interruttore alla parete e mi sono accorta che non funzionava. Gli occhi si stavano lentamente abituando all’oscurità, aiutati da un riflesso del lampione esterno che penetrava dalla finestra in fondo alla stanza. Ed è proprio accanto alla finestra che la vidi per la prima volta. Sembrava come un sacco appoggiato a terra. Poi invece ho riconosciuto una figura inginocchiata. Si distingueva male, era vestita di nero. Ma intorno alla testa chinata aveva qualcosa di luminoso, di bianco, che rifletteva la poca luce esterna. Io credo nella scienza, non credo nella vita nell’aldilà o negli spiriti. Eppure, in quel momento, ho avuto la sensazione che qualunque realtà fosse possibile. Sono rimasta ferma, incerta se esplorare la stanza o tornare indietro. Ho sentito una litania che veniva da quella parte. La porta si è chiusa alle mie spalle e io, d’istinto, sono strisciata lungo la parete verso destra, inconsapevole che vi fosse una lampada. Andavo semplicemente verso l’altra finestra, con l’intento di aprirla. A un certo punto la cosa nera ha cambiato aspetto. Ho capito che aveva un volto, che aveva sollevato la testa. La sua faccia era, o almeno mi è parsa, completamente vuota, bianca, piatta, a eccezione degli enormi occhi neri e della bocca che continuava a produrre suoni ripetitivi e inquietanti. Intorno a quel volto incompleto mi è parso di riconoscere un velo. Mi ha guardata dritta negli occhi. Ho creduto di sprofondare nell’abisso. Con uno sforzo enorme, come soggiogata da quello sguardo nero e liquido, sono riuscita a fare un altro passo laterale e col piede, accidentalmente, ho calpestato l’interruttore della lampada. La poca, improvvisa luce è bastata a cancellare la mia visione. Non c’era niente, lì, solo un sacco di juta pieno di vecchi camici. Col cuore che mi batteva all’impazzata, mi sono avvicinata di qualche passo verso il punto in cui l’avevo vista. Niente, non c’era niente. Un’illusione ottica, un momento di suggestione. Le solite spiegazioni logiche. Ho preso la confezione di pillole che mi serviva, ho spento la luce e sono uscita dal magazzino. Quando ho consegnato il medicinale al cliente, le mani mi tremavano ancora.

Vorrei che mi tremassero ancora.

[…]

E questo è solo l’inizio. Andando avanti, il rapporto tra la tirocinante e il fantasma si approfondisce. Ma non vi dirò oltre. L’editore non lo permetterebbe. Sappiate però che il libro si trova alla libreria Gaia Scienza di Livorno e può essere ordinato nelle altre librerie della Toscana (ah, maledetta distribuzione regionale!) o nei bookshop on line, o direttamente alla casa editrice Erasmo. Se a qualcuno capita di fare un salto alla libreria suddetta, può dare un’occhiata anche agli altri 21 racconti che compongono il libro. Poi, considerando che La farmacia è il primo racconto che trovate subito dopo l’introduzione, magari cominciate a leggerlo e non riuscite a smettere. Ma non dite che ve l’ho detto io.

Ah, quasi dimenticavo: legato al libro c’è un concorso per i lettori. In fondo al volume, infatti, c’è una scheda da ritagliare e riempire coi vostri dati, indicando il racconto che avete preferito. Non intendo influenzarvi a tal proposito, ma solo dirvi che in palio (sia per il lettore estratto, che per l’autore che riceverà più preferenze) ci sono 200 euro in buoni libro.

Così, tanto per dire.

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