L’odore acre delle farfalle

L’odore acre delle farfalle

Se lo aspettava. Lo aspettava da quasi due anni questo momento. Ci aveva pensato. Se l’era immaginato. Si era immaginata le reazioni. Ma ora, qui, è tutto diverso.

La fine dell’estate non ha portato il fresco, ancora si accanisce contro i corpi spossati da tutto il caldo dei mesi precedenti, chissà quando potrà andare di nuovo a fare un tuffo, ci sarà da sbrigare delle cose, ci sarà da sistemare la casa, buttare i vestiti, andare in municipio, e in banca, e alle case popolari, ci sarà da scrivere lettere, forse poesie, passerà del tempo prima di fare una nuotata, sarà già l’autunno, farà fresco, finalmente, e non ci sarà più bisogno del mare.

I fiori appassiscono in fretta, l’odore nella stanza è forte, di un dolciastro nauseante, le ricorda i campi secchi di quando era piccola, l’odore acre delle farfalle, lo chiama lei. Per un attimo si sente in colpa a giudicare male quell’odore, si sente in colpa anche solo a pensare all’odore, e al caldo, e ai corpi sudati nella stanza. E allora pensa alla fronte dura e fredda come il marmo e si sente mancare il terreno sotto ai piedi, un terrore la invade, sa che l’assenza sarà per sempre. Ha bisogno di aria ma non se la sente di fuggire da lì una seconda volta. Allora si siede e senza accorgersene comincia a parlare da sola. Non pronuncia proprio dele parole, fa come dei gesti, delle smorfie, immagina le situazioni, le cambia a proprio piacimento, bisbiglia qualcosa, non sa come farà ad arrivare alla sera, e poi a dormire la notte, e poi ad alzarsi la mattina assediata dal dolore, dalla mancanza, e poi con questo caldo, è insopportabile, per darsi un po’ di sollievo afferra i lembi della lunga gonna nera e si fa vento con quella, sembri una zingara con quella gonna, le diceva sua madre, ma gliel’aveva fatta lei, è per questo che se l’è messa oggi, meno male, così mi faccio un po’ di vento, pensa, e mentre pensa, bisbiglia, e mentre bisbiglia, gesticola, e a un certo punto si accorge che proprio di fronte a lei qualcuno la sta osservando, certo, la prenderanno per pazza, diranno poverina, le voleva bene, guarda quanto soffre, ma gli occhi che la guardano non sono dei vicini di casa, non sono delle zie, né del fratello, né del padre. Gli occhi che la guardano increduli sono quelli di sua nipote, tredici anni, e una vita intera ancora da vivere. Allora cerca di interrompere il flusso dei pensieri, dei bisbigli, dei gesti, si immobilizza coi lembi della gonna ancora in mano. Si concentra su quel che la nipote le sta sussurrando senza farsi sentire dagli altri, sul segreto che deve dirle. E la sua bocca, senza ombra di dubbio, le bisbiglia: “Zia, ti si vedono le mutande!”. La zia allora si guarda le mani che tengono la gonna sollevata, le porta verso il basso e si copre di nuovo le ginocchia.

Poi guarda la nipote e le scappa un sorriso.

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Questo è il mio ultimo racconto. E’ stato scritto in poco più di mezz’ora durante il laboratorio di scrittura QWERTY a cui partecipo ogni martedì. Quando, infatti, nessuno di noi ha portato qualcosa da leggere, ci cimentiamo nella scrittura estemporanea: qualcuno lancia un tema, delle limitazioni, ci diamo una mezzora di tempo e scriviamo un racconto ciascuno. Poi, scaduto il tempo, li leggiamo e li commentiamo. Stavolta il tema l’ha proposto Raffaele: in una situazione iniziale di grande dolore, uno dei personaggi fa un’azione o dice qualcosa che allenta la tensione e fa scattare un sorriso o una risata.

La prima cosa che faccio in caso di scrittura estemporanea è pescare nei ricordi e vedere cosa posso attingervi. Proprio grazie alla scrittura estemporanea ho creato un paio di raccontini che poi sono finiti nella mia raccolta La fine soltanto: Meduse e Al termine della notte. In questo caso, il primo ricordo che mi è subito venuto in mente a proposito di dolore è stato il giorno della morte di mia madre, quando il corpo è rimasto esposto in casa durante un pomeriggio afoso dell’inizio di settembre, con tutte le persone che venivano a salutarla. Credo che potrei scriverci un romanzo intero su quelle poche ore pomeridiane, tanto mi sono rimaste impresse. Purtroppo non sono uno che tende a rimuovere i ricordi dolorosi. Durante quella giornata, però, non è successo niente che abbia suscitato una risata o un qualsiasi moto d’ilarità, c’erano solo lacrime e facce impietrite. E allora ho attuato il suggerimento di Stephen King, quando dice che un buon racconto nasce dall’incontro di due idee apparentemente distanti che, unendosi, formano qualcosa di assolutamente nuovo:

Le idee per un buon racconto spuntano a quel che sembra letteralmente dal nulla, ti piombano addosso di punto in bianco: due pensieri che prima erano del tutto indipendenti tutto a un tratto trovano un punto d’incontro e si concretizzano in qualcosa di assolutamente nuovo. Il tuo compito non è trovare queste idee ma riconoscerle quando si manifestano. (S. King – On Writing)

Ed è allora che mi è venuto in mente un episodio che mi è successo davvero e a cui ho già accennato in questo blog: nell’agosto di due anni fa ho portato mio padre al pronto soccorso e, durante la snervante attesa, ho fatto due chiacchiere con la mia amica Ludovica, che era lì per sua madre. Faceva un caldo bestiale e lei, per farsi un po’ di vento, cominciò a sventolare la gonna. E io, dall’altra parte della stanza, le bisbigliai “ti si vedono le mutande”, e questo, nonostante la tensione, la fece ridere. Quindi, nel racconto, ho cambiato l’io narrante (inizialmente era maschile) per poter aggiungere questa cosa della gonna.

Ed è così nato questo racconto. Il titolo invece nasce da un profumo non del tutto gradevole che mi ricorda la mia infanzia, quando d’agosto andavo nei campi (da piccolo abitavo al limitar della città), l’erba era completamente secca, bruciata dal sole, e io associavo l’odore di qualche pianta appassita alle tante farfalle che svolazzavano qua e là (un tempo erano davvero tante: bianche, gialle, rosse e nere, arancioni, azzurrine…). Ho sempre pensato che quell’odore acre fosse l’odore delle farfalle.

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