La visita a Gubbio e la demenza precoce

Tutto è cominciato col mio compleanno, il 22 giugno scorso. Alessandra mi ha fatto un bel regalo: un weekend d’arte in una città italiana a scelta. Il pacchetto prevedeva una notte in un albergo 3/4 stelle con colazione inclusa. C’era da scegliere la destinazione tra le 11 previste sul libretto accluso. Poi però, navigando sul sito internet dell’agenzia, ci siamo accorti che le destinazioni tra cui scegliere erano 33. Bene, ci sarà una città che fa al caso nostro. Abbiamo cominciato scartando le città già visitate (Ravenna, Mantova, Ferrara…), quelle troppo vicine (Pisa, Firenze…) e quelle troppo lontane (Sicilia, Alberobello…). Sicché ci siamo orientati sulle regioni intorno alla Toscana: Liguria, Marche, Umbria, Lazio. Siccome lo scorso anno, con la dottoressa Micaela, abbiamo fatto un bel giro nell’interno sud della Toscana e nel nord dell’Umbria, abbiamo deciso di puntare nuovamente sull’Umbria che ci era piaciuta parecchio. Alla fine abbiamo deciso per Gubbio, dev’essere bella, ci siamo detti l’un l’altra. E poi da lì, con l’auto, possiamo esplorare i dintorni. E quindi abbiamo prenotato la notte del 2 luglio nell’albergo convenzionato di Gubbio e poi ci abbiamo aggiunto la notte del 3 a Spoleto, dove in questo periodo c’è il festival dei due mondi.

Sicché venerdì pomeriggio scorso, il primo luglio, faccio benzina alla mia micra rossa e addirittura la portiamo a lavare (abbiamo scoperto un autolavaggio automatico che con 7 euro la lava, l’asciuga e la lucida). Il sabato mattina verso le dieci partiamo alla volta di Gubbio. Non vediamo l’ora di ammirarne le meraviglie architettoniche. Com’è bello andare alla scoperta delle città che ancora non si conoscono! Salutatemi il lupo, ci dice una nostra amica. Lo faremo. Dopo tre ore circa di guida, arriviamo in quel di Gubbio. L’albergo è proprio all’ingresso della cittadina. Facciamo il check in, posiamo i bagagli nella bella camera e ci prepariamo ad uscire. Ale indossa le sue nuove scarpe Samba di cui va molto fiera.

Scendiamo di nuovo nella hall e prendiamo un depliant della città. Stiamo per uscire dall’hotel quando ci accorgiamo che i nostri stomaci stanno brontolando. Non c’è dubbio, è la fame. Quindi decidiamo di pranzare al ristorante dell’albergo, visto che sono quasi le due e rischiamo di perdere un sacco di tempo a cercare un posto dove mangiare in città.

Il cibo è buonino, ma la cosa più positiva è che alla fine il tipo sbaglia a darci il resto e ci fa uno sconto involontario di 20 euro. Il buonino diventa buono. E così ci prepariamo alla nostra esplorazione giornaliera. Quando visito una città nuova non voglio perdermi niente. E voglio fotografare tutto. Usciamo dall’albergo e il primo edificio che ci si para davanti è la Chiesa di San Francesco.

Purtroppo, essendo il primo pomeriggio, la chiesa è chiusa. La aggiriamo e troviamo il monumento dedicato a San Francesco e al lupo (per chi non avesse fatto catechismo, nei fioretti è citato l’episodio di San Francesco che a Gubbio ammansisce il lupo).

Proseguiamo il nostro cammino e, pur da uno squallido parcheggio, Gubbio ci appare in tutta la sua bellezza dal basso verso l’alto. Come al solito ci sarà da camminare parecchio in salita.

E quindi ci incamminiamo. La prima tappa, prima di intraprendere la scalinata che ci porterà al centro della città, è la Chiesa di Santa Maria dei Laici, o dei Bianchi, o del Mercato, ognuno sceglie il nome che preferisce.

Ci sono dei begli affreschi e un cristo ligneo parecchio pulp.

Alessandra mi suggerisce una foto artistica di un cuore trafitto dalle spine. La accontento.

La Chiesa è piccolina e ci mettiamo pochi minuti per visitarla. Usciamo e ci accingiamo a percorrere la prima salita.

Inizio a scattare foto a destra e a manca: al torrente che non è più un torrente:

Alla fonte di Ser Baglione:

A un trasporto inaspettato di materasso:

Alla collezione privata di bottigliette liquorose mignon che è esposta in una vetrina e venduta a svariate miglaia di euro:

Alla targa in commemorazione dell’anarchico Pietro Gori (che a lungo ha soggiornato anche a Livorno), autore, tra le altre cose, della bellissima canzone Addio Lugano:

Alla deliziosa macchinina rosso fuoco parcheggiata in salita (non so se funziona bene, ma di sicuro il freno a mano è ottimo):

Come potete vedere dalla foto, a questo punto comincia a pioviscolare. E una strana sensazione si impadronisce di me. Non so dirvi bene cosa sia, ma inizio ad apparire sospettoso. C’è qualcosa di indefinito che mi sfugge. Faccio finta di niente e proseguiamo il nostro percorso, arrivando a una strana chiesa dalla facciata spezzata a metà:

Alessandra, nel frattempo, legge la guida di Gubbio che abbiamo comprato a un’edicola all’ingresso del paese. Arriviamo quindi in Largo del Bargello. Qui Ale legge che la facciata del palazzo presenta una caratteristica particolare, ovvero il doppio ingresso: un portone più grande, quello principale, e una porta più piccola, rialzata, detta la porta del morto, da dove facevano uscire la bara durante i funerali.

Questa, legge Alesandra, è una caratteristica comune a tanti palazzi d’epoca dell’Italia Centrale, soprattutto al confine tra l’Umbria e la Toscana. E infatti mi viene in mente che lo avevamo già letto in un’altra guida, probabilmente nella visita che facemmo lo scorso anno proprio nei paesi tra l’Umbria e la Toscana. Non ricordo esattamente quale fosse il paese: San Sepolcro? Città di Castello? Cortona? Castel Fiorentino? Alessandra, dico, non te lo ricordi? E lei: no. Va bene, pazienza. Continuando a leggere la guida, Ale mi dà informazioni sulla fontana che si trova al centro. Si tratta della cinquecentesca Fontana dei Matti. Gubbio, per tradizione, è definita la Città dei Matti, e c’è un’usanza secondo la quale si conferisce la patente di matto a chi fa tre giri di corsa intorno alla fontana e poi viene spruzzato con l’acqua della vasca. E io faccio: Ma senti, mi pare d’averla già sentita questa storia della patente di matto, di sicuro ce l’hanno in comune con un altro paesino che abbiamo già visitato, te lo ricordi, Ale? E lei: no. E io: ma non ti ricordi mai niente? E sì che sei sempre te che leggi le guide a voce alta. E lei: io non me lo ricordo.

Proseguiamo per arrivare in quello che la guida definisce uno dei punti più suggestivi di Gubbio, ovvero Piazza Grande. Si tratta di una enorme piazza pensile pavimentata di rosso che contiene da una parte il Palazzo Pretorio:

E, proprio di faccia, il bellissimo Palazzo Ducale:

Dalla piazza è possibile affacciarsi per ammmirare il panorama di Gubbio dall’alto.

Ed è proprio qui, in questa bellissima e indimenticabile piazza, mentre la pioggia comincia a scendere più fitta, che il sentimento di disagio provato in precedenza si fa più forte. E a un certo punto ho l’illuminazione. Mi volto verso Alessandra. Lei mi guarda con espressione incerta e interrogativa. Faccio: Alessandra, ma noi qui ci siamo già stati. E lei: Davvero? Ma quando? E io: L’anno scorso. E lei: Ma sei sicuro? E io: Sì, l’anno scorso, con la dottoressa Micaela. Abbiamo visto San Sepolcro, Cortona, Città di Castello, Castel Fiorentino, ma anche Gubbio. Non te lo ricordi? Ecco perché il giro intorno alla fontana dei matti e la porta del morto avevano un che di familiare. Perché qui ci siamo già stati, e quelle cose le abbiamo lette sulla guida dell’anno scorso.

Ale mi guarda perplessa, e tutti e due abbiamo lo stesso pensiero: forse l’Alzheimer può colpire in età non troppo avanzata. E la demenza, oltre che senile, può essere precoce. E che ci resta da fare, se non riderci su?

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