L’impegnativo weekend in Umbria: fotoracconto

Ho chiuso l’ultimo post con la scoperta della nostra precoce demenza senile, ma devo dire che non siamo i soli. Infatti, appena avuta l’epifania di essere già stati a Gubbio, ho telefonato alla dottoressa Micaela, con la quale ci eravamo stati insieme l’anno prima, e che sapeva che saremmo andati (tornati, in realtà) a Gubbio per un weekend d’arte e non ci ha mica detto: “Bimbi, ma ci siamo già stati insieme l’anno scorso!” No, ha detto: “Bello, beati voi!”. Insomma le telefono e le dico: “Micaela, ciao, siamo a Gubbio.” E lei: “Ah, e com’è, bella?” E io: “Ma non te lo ricordi che ci siamo stati insieme l’anno scorso?” E lei: “A Gubbio? Quando?” E io: “L’anno scorso.” E lei: “Ma sei sicuro?” E io: “Vabbè, vai, ci vediamo a Livorno.”

E a dimostrazione che la dottoressa Micaela c’ha la botta quanto noi, eccovi la foto scattata a Gubbio l’anno scorso, con la dottoressa supersorridente e la guida dell’Umbria in mano:

Vabbè, fatta questa precisazione, vado avanti con la descrizione del weekend umbro, che ci ha visto toccare 5 città in 48 ore.

Una volta appurato che Gubbio l’avevamo già visitata, ci siamo inizialmente scoraggiati, anche perché aveva iniziato a piovere. Quindi ci siamo infilati dentro al Palazzo Ducale, ché l’altra volta non ci eravamo stati (o almeno credo).

Nell’atrio spicca subito il bell’affresco della foto sopra. Poco più avanti si trova questa drammatica e malmessa pietà medievale, opera di ignoto.

La cosa più importante contenuta all’interno del Palazzo-Museo sono le Tavole Eugubine, sette tavole di bronzo molto importanti perché redatte in lingua e in alfabeto umbro.

Dopo un’oretta, usciamo dal palazzo e ne approfitto per una foto dall’alto al bel piazzale.

Tra uno schizzo di pioggia e l’altro, saliamo in alto a vedere la cattedrale.

Insieme alla cattedrale, c’è anche il museo diocesano, dove decidiamo di avventurarci. Entriamo in una grande sala dove sentiamo due persone parlare. Da lontano vediamo due attori che recitano nella penombra, uno vestito da Federico da Montefeltro, quello del celebre ritratto di Piero della Francesca, e l’altra da angelo. Ci avviciniamo e ci accorgiamo che in realtà i due attori non sono in carne e ossa, ma sino due proiezioni che danno l’impressione dell’ologramma. Alessandra, che è molto scientifica, ha apprezzato molto quest’uso della tecnologia. La cosa più bella di Gubbio, ha detto. Io ho i miei gubbi.

Per me, almeno visivamente, una delle cose più belle è stata questa scala a chiocciola in pietra vista dal basso. E infatti l’ho fotografata.

Usciamo dalla cattedrale e cominciamo a scendere. Piove. Alessandra, previdentemente, aveva messo in valigia anche un kappa way, come si dicva una volta e, nonostante l’espressione scontrosa, dentro di sé è felice di poterlo usare.
In attesa che la pioggia cessi, ci fermiamo a un baretto, dove io prendo un chinotto e Ale una Tassoni, perché ci sentiamo molto vintage. Ale sfoglia il giornale per vedere se c’è qualcosa da fare in serata. Chiediamo consiglio al barista napoletano che ci scoraggia sorridendo. Siamo a Gubbio…
Bene, visto che la pioggia non smette, decidiamo di tornare in albergo a riposarci un po’ in attesa della cena. Ne approfitto per qualche foto artistica. La prima, dentro l’ascensore:
La seconda, che ha sempre a che vedere con le palle, ad Alessandra dentro la nostra stanza:
La terza, a me stesso riflesso nel bagno molto azzurro:
Ale si è portata dietro il piccolo portatile. Si è informata e sa che in albergo c’è il wi-fi. Prova a connettersi, ma niente da fare, ci vuole la password. Quindi scende alla reception e se la fa dare. Torna in camera, digita la password e si blocca tutto. Due ore per tentare di risolvere la situazione ma, come potete intuire dall’espressione di Ale nella foto sotto, la situazione non si risolve.
Alessandra è triste perché voleva usare internet per scoprire dove andare per cena e cosa fare dopocena a Gubbio. Infatti il pomeriggio sta volgendo al termine e dobbiamo uscire per cenare. Al che Ale mi fa: “Lo so io come fare per scoprire queste cose: basta mischiarsi ai locali (nel senso degli abitanti del luogo) e farsi dare le informazioni giuste. Andiamo a fare l’aperitivo. Al resto ci penso io.” Ed ecco che usciamo dall’albergo e dopo molto camminare ci infiliamo nel bar L’eugubino. Molto allegro e à la page, come si può intuire dalla foto.
In ogni caso Alessandra parla un po’ con la signora dietro al banco e ci facciamo consigliare un ristorante lì vicino, La grotta dell’angelo, dove, dice lei, si mangia bene e non si spende troppo. E in effetti è proprio così. Finita la cena, ci avventuriamo di nuovo nelle viuzze del paese. Io propongo di salire di nuovo nella piazza centrale, ma Alessandra è scoraggiata dalla salita e, velatamente, mi fa intuire che preferirebbe tornare in albergo. Non è un caso che, di ogni città che visitiamo ho un visibilio di foto diurne e una manciata di foto notturne. Proprio come in questo caso.
La mattina dopo ci svegliamo di buon’ora, facciamo colazione in albergo (inclusa nel prezzo) e decidiamo il percorso. Abbiamo prenotato una notte in un hotel di Spoleto, ma prima di arrivare lì ci possiamo permettere di visitare un altro paio di posti che si trovano nel tragitto tra Gubbio e Spoleto. Come prima tappa ci fermiamo a Gualdo Tadino, che non so perché ma è un nome che mi dice qualcosa. No, non ci siamo già stati. Probabilmente è qualcosa che ho studiato a scuola, forse il fatto che qui, nel 552, dopo una battaglia col generale bizantino Narsete, morì Totila, Re dei Goti. Parcheggiamo alle pendici del paese e cominciamo la salita a piedi.
Gualdo Tadino è la città della ceramica, e ben presto ne abbiamo una prima testimonianza.
Arriviamo così nella piazza centrale del paese. E’ domenica mattina e molti gualdesi sono alla messa. Noi ci fermiamo a prendere un caffè e diamo un’occhiata nei dintorni. La fontana:
La torre con l’orologio:
Il piccolo anfiteatro perfetto per un concerto dei Loungerie:
Entriamo poi in una chiesa che è diventata museo, perché Gualdo Tadino conserva alcuni degli affreschi più interessanti del periodo medievale:
Certo, forse ci vorrebbero un po’ di fondi per il restauro:
Compreso quello per un vecchio e colorato confessionale d’epoca:
Soddisfatti della visita usciamo, e per poco non ci investe una bella signorina sorridente al volante di una 5oo molto vintage e molto gialla:
Gualdo Tadino è proprio bellina, ma basta poco a visitarla. Così ci avviamo verso la macchina, diretti alla volta di Foligno.
Anche qui parcheggiamo fuori città e ci avviamo a piedi verso il centro. Forse siamo arrivati dalla parte sbagliata, o forse sono tutti alla messa, ma ci sono in giro poche persone. E oltretutto ci sono molti lavori in corso, non dico come a Berlino, ma quasi.
Giriamo ancora per qualche stradina, finché una gentile signora con prole ci indica qual è la strada per il centro vero, dove c’è la piazza principale e il duomo, e dove, ci dice, i negozi sono aperti, se abbiamo voglia di fare compere. E in effetti, proprio di centro si tratta. Infatti Foligno viene tradizionalmente definita “il centro del mondo” o, in fulginate, “lu centru de lu munnu” perché si trova, secondo la tradizione, al centro della penisola italiana, a sua volta al centro dell’Europa e del Mediterraneo, che anticamente era considerato il centro del mondo. E allora forse non è un caso che qui a Foligno siano nati il dj Linus e il conduttore tv Lamberto Sposini.
Qui al centro la città appare allegra e vivace. Ne approfitto per fare qualche scatto al duomo, al municipio e a qualche altro palazzo d’epoca:
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Ed è quasi l’ora di pranzo. Dobbiamo decidere se mangiare a Foligno oppure raggiungere in una mezzora Spoleto, fare il check-in albergo e pranzare direttamente lì. Non ci pare che Foligno offra molte altre attrattive, quindi scegliamo la seconda opzione, torniamo alla macchina e guidiamo per una mezzoretta verso Spoleto.
Anche qui l’albergo è facilmente raggiungibile, subito all’ingresso del centro storico. Si tratta di un ex convento riconvertito.
Posiamo i bagagli nella grande camera con 5 (!) letti e subito usciamo in cerca di un posto dove mangiare. Non ricordo più il nome del posto che abbiamo scelto, ma si tratta di un ristorante con un bel giardino e un cameriere attempato e un po’ troppo entrante, che ci convince ad assaggiare la specialità della casa, ovvero i tagliolini alla spoletina. Beh, non sono altro che tagliolini al pomodoro, direi.
Di secondo decidiamo di prendere un antipasto della casa e, “suggeritoci” caldamente dal cameriere un po’ troppo entrante, un assaggio di pecorino della zona. Buono, ma un po’ fortino. Lo abbiamo finito con qualche sforzo, e Ale decide di immortalare il momento, ritenendo la parte superiore della mia testa superflua nell’inquadratura.
Rifocillati dal pranzo, salutiamo il cameriere e ci avviamo, tanto per cambiare in salita, verso il centro.
Anche qui, probabilmente, facciamo un giro pesca per arrivare al centro. Non abbiamo mappa, nè guida, e la prima cosa che incontriamo è la fontana del mascherone.
Sono i giorni del Festival dei due Mondi, a Spoleto, quindi abbiamo la speranza di vedere qualcosa di interessante dal punto di vista artistico. Ad esempio, qualche giorno prima, c’era stato uno spettacolo con la insuperabile Jeanne Moreau, una delle mie attrici preferite in assoluto. Recuperiamo un programma e ci accorgiamo che tutti gli spettacoli principali di teatro costano intorno ai 40 euro. Capiamo che è un festival per ricchi. Non ci facciamo scoraggiare e arriviamo nella piazza del Duomo, centro nevralgico del festival e della città.
Vediamo aggirarsi per la piazza un sacco di donne e uomini in abito d’epoca. Scopriamo che è da poco finito un ballo in costume d’epoca. Chissà che goduria, con quei vestiti pesanti, ballare sotto il sole delle due del pomeriggio.
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Ci sono anche dei ballerini orientali che, per niente scoraggiati dal caldo, continuano a indossare quegli abiti freschi e fare simpatiche foto ricordo sul palco.
Dalla Piazza centrale ci rechiamo quindi a fare un giro per la città , che ci pare bella e ben tenuta.
Visitiamo qualche chiesa, che qui, come gli affreschi, non mancano mai.
Io propongo di visitare la Rocca Albornoziana, che si trova sulla sommità del colle Sant’Elia che sovrasta la città di Spoleto. Alessandra, chissà perché, declina l’invito.
Intanto abbiamo deciso che nel pomeriggio andremo al cinema a vedere alcuni corto e mediometraggi del festival Without Borders, film da tutto il mondo che hanno come tema l’emigrazione. Ma c’è da passare un’oretta e Alessandra propone di bere qualcosa in un bar poco fuori dal centro. Scegliamo un succo d’ananas (io) e un’acqua tonica (lei).
Alessandra, con una mossa che non mi aspettavo, mi sottrae la cartina di Spoleto e comincia a guardarla. Ma il solo sforzo mentale di leggere una cartina, per lei, è fatale, e proprio non ce la fa.
La lascio sonnecchiare un po’, poi ci avviamo verso il cinema dove ci saranno le proiezioni del festival.
Il cinema si chiama Frau perché è sponsorizzato dall’azienda Frau, quella delle poltrone. E infatti dentro è tutto arredato alla Frau. Molto bellino, e in più all’ingresso ci forniscono di bottigliette d’acqua gratis, che è un bel pensiero.
Vediamo qualche trascurabile cortometraggio, aspettando il primo film della regista indiana/americana Mira Nair. Si tratta di un mediometraggio documentaristico su un indiano che, appena sposato, emigra negli States lasciando in India moglie e figlio. Interessante, considerando che la regista lo ha girato giovanissima, come saggio finale alla scuola di cinema.
Usciamo dal cinema e ci avviamo alla prossima tappa, ovvero il saggio finale del secondo anno della scuola di recitazione Silvio D’Amico, con la regia di Anna Marchesini. Chissà, magari scopriamo qualche nuovo attore talentuoso. C’è però un problema: l’ingresso è gratuito, e all’ufficio informazioni avevamo chiesto se c’era da prenotare. “No”, ci avevano detto, “voi andate lì e vi fanno entrare”. Col cavolo. Ci fermano all’ingresso e ci chiedono se abbiamo prenotato. Noi gli spieghiamo che ci avevano detto che non ce n’era bisogno, la tipa si dice dispiaciuta ma è inflessibile. Ci sono solo una sessantina di posti e sono tutti prenotati. L’unica cosa da fare è mettersi in lista d’attesa e vedere se qualcuno non si presenta. Facciamo così e alla fine riusciamo ad entrare. Dentro c’è una gradinata e noi troviamo posto nella fila superiore. Ed è un po’ una fregatura: nel caso volessimo uscire perché magari, non si sa mai, ci annoiamo, non possiamo farlo. Timorosi chiediamo, una volta seduti: Ma quanto dura lo spettacolo? Ci dicono che dura CIRCA un’ora e mezzo.
Sul palco si alternano tra i venti e i venticinque giovani attori/attrici. Non sappiamo chi abbia scritto i testi, ma il pregio maggiore è la brevità: si tratta di monologhi di circa 4 minuti l’uno. Ma se dovessi esprimere un giudizio sulla qualità drammaturgica dei testi o sulla recitazione, il mio giudizio non sarebbe proprio positivo. Di tutti quegli attori, io e Ale ne abbiamo salvati tre. Un po’ pochini, su 25. E nessun Gian Maria Volonté o Mariangela Melato in erba. Dopo circa un’ora e 45 minuti usciamo di nuovo all’aria. Ah bene! Ed è l’ora di cena. Ci accontentiamo di una pizza veloce. Ale adora la pizza! Si vede, no?
Facciamo un salto in albergo a prenderci una felpina per la sera, ma rischiamo di fare tardi per il programma serale, che prevede ancora un film. Infatti, andando in giro per Spoleto, avevamo notato i poster del nuovo film di Michael Radford, Body and Soul, un documentario sulla vita del pianista francese Michel Petrucciani.
E’ stata una scelta felice, perché il film è bello, la vita di Petrucciani è intensa e interessante, e lui è davvero un artista geniale e un personaggio fuori dalle righe. Quindi, se per caso passasse dagli schermi della vostra città, non lasciatevelo sfuggire.
Finito il film, è quasi mezzanotte e decidiamo di tornare in albergo. Infatti domani ci aspetta il ritorno a Livorno. Ma, ci diciamo, perché non ci alziamo presto e in mattinata visitiamo un’altra città nelle vicinanze? La scelta cade su Assisi, perché io l’ho visitata molti anni fa e non me la ricordo per niente. Proprio come Gubbio…
Quindi ci alziamo verso le otto e facciamo colazione in albergo (siamo i soli nella sala della colazione e, ho l’impressione, anche nell’albergo).
La colazione non è un granché, ma sul soffitto c’è una serie di lampade tutte uguali che sono perfette per una bella foto artistica. E io non mi tiro indietro.
Il viaggio in macchina è abbastanza breve, anche se il nostro tomtom tenta sempre di farci prendere strade sterrate e poco frequentate. Arrivati ad Assisi, posteggiamo in un parcheggio a pagamento dalle parti di Porta Nuova. Ci sono subito le scale mobili, che però sono un po’ cortine.
Continuiamo camminando in salita e sbuchiamo a Porta Nuova.
Compriamo subito una piccola guida di Assisi e dalla cartina ci aggorgiamo che la Basilica di San Francesco, principale attrattiva di Assisi, è dalla parte opposta della città. Poco male. Studiamo un percorso che ci permetta di vedere di tutto e di più, prima di arrivare al monumento più importante. La prima chiesa che si incontra venendo da Porta Nuova è la Basilica di Santa Chiara.
E’, come la maggior parte delle chiese da queste parti, bianca e rosa, e ha di lato tre grossi archi che la sostengono. Lo stile è gotico ed è stata costruita intorno al 1255. Davanti vi sosta un angelo bianco. Anzi, più che sostarvi cammina avanti e indietro con le ciabattine infradito.
Proseguendo il nostro cammino incappiamo in una chiesa costruita all’interno di quello che fu il tempio romano di Minerva, come testimoniano le vecchissime colonne corinzie che hanno resistito al passaggio inesorabile del tempo.
Sempre diretti verso la Chiesa di San Francesco, incontriamo prima una casetta che pare delle fate.
Poi, la bella fonte Marcella. Il nome è dovuto al fatto che, mentre scorre l’acqua, si sente una voce che canta “Mi ricordo montagne verdi…”.
No, scherzo. Il nome deriva dal governatore della città, Marcello, che la fece erigere a metà del ‘500. Ma era assolutamente vietato lavarvi i panni, altrimenti ti beccavi una multa da uno scudo e il sequestro dei panni stessi. Siccome la gente era parecchio dura, e probabilmente trasgrediva alla regola, il sor Marcello fece incidere il regolamento sul muro adiacente.
L’ho già detto che Assisi è parecchio in salita? No? Ecco, per ricordarvelo ho scattato anche questa foto.
Proseguendo ci immettiamo nella Via San Francesco, l’arteria che porta direttamente alla chiesa omonima. Qui troviamo l’Oratorio dei pellegrini, una piccola chiesa quadrata con un inginocchiatoio dove la gente si ferma a pregare. In questo caso ho colto in flagrante una suorina.
Camminiamo ancora a dritto e finalmente vediamo da lontano la Basilica di San Francesco. Prima, sulla sinistra, c’è una statua di un cavaliere a cavallo. Presumo debba trattarsi di San Francesco. Anche se è vestito in modo diverso rispetto all’immagine spoglia e modesta che ci è stata tramandata.
E, finalmente eccola. E’ divisa in superiore e inferiore. San Francesco, quando morì, chiese d’essere sepolto nella collina inferiore della città, dove di solito venivano sepolti i senza legge. Non credo si aspettasse un’intera basilica dedicata a lui, anche perché, a quanto pare, era un tipino parecchio modesto. Solo che a due anni dalla sua morte fu proclamato santo. La chiesa, che ci ha sempre visto dentro, prese l’occasione al volo e fece costruire questa enorme basilica, dove seppellire il santo e in modo che diventasse luogo di pellegrinaggio, anche per rinsaldare il rapporto coi ceti più umili, approfittando della memoria di san Francesco. Beh, una cosa va proprio detta: i cattolici ci hanno sempre saputo fare, da questo punto di vista. Comunque, la parte superiore della basilica si presenta così:
Abbiamo visitato prima la parte superiore, bella, con molti affreschi medievali, tra cui 28 scene della vita di san Francesco, forse attribuibili a Giotto. Ce le siamo guardate tutte, con l’aiuto della nostra guida che ci ha aiutato a decifrarle. Purtroppo non mi è stato consentito di scattare foto. Subito dopo siamo scesi verso la basilica inferiore, e qui sì che abbiamo trovato un capolavoro di architettura e di pittura. E’ completamente ricoperta di affreschi (Giotto, Cimabue, Simone Martini) e nonostante il divieto sono riuscito a scattare un paio di foto.
E’ proprio bella, roba da togliere il fiato. Ogni volta, vedendo queste meraviglie, mi chiedo come l’Italia, che è artisticamente il paese più ricco del mondo, che ha avuto geni in tutti i campi artistici e scientifici, possa essere caduta così in basso. Vabbè, lasciamo perdere.
Tra gli affreschi troviamo una Madonna col bambino che, se non sbaglio, sembra che cambi colore a seconda del momento del giorno. Io l’ho ribattezzata Madonna dell’autostop:
Usciamo verso l’esterno, non prima di aver dato un’occhiata al ricchissimo negozio di souvenir legato alla chiesa e al ricordo di San Francesco, un’icona commercializzata e paragonabile a quella di Che Guevara. Anche nel campo marketing, la Chiesa non ha rivali. Da fuori la basilica ci appare così:
Usciamo quindi seguendo le colonnine del chiostro esterno.
Torniamo sulla strada e ci accorgiamo che siamo parecchio in basso rispetto alla via principale.
Che fare? Non ci resta che, per la gioia di Alessandra, salire di nuovo.
Ricongiuntici con la via San Francesco, vediamo un negozio che un tempo doveva essere stato di arte francescana, e che ora è diventato un fast food. Ma la cosa buffa è che dentro c’è un frate francescano in attesa di un cheeseburger. O magari ha sbagliato negozio.
E’ ormai mattina inoltrata e la città, nonostante sia lunedì, comincia a popolarsi di turisti.
Io decido di visitare un’ultima chiesa, quella di San Pietro (anch’essa bianca e rosa), ma Alessandra comincia già a smaniare: è stanca e ha fame, due cose che stanno male insieme.
Prima di scegliere il ristorante dove placare i suoi appetiti e riposare le sue stanche membra, Alessandra si ferma in una pasticceria a comprare dei dolci tipici di Assisi per Mario (un dolcetto=un etto=più di un euretto) e in un negozio di alimentari per comprare la pasta per Emilia, i tipici strangozzi.
E finalmente è giunto il momento della pappa. Scegliamo un piccolo ristorante con prodotti locali e biologici, anche abbastanza economico. Alessandra finalmente comincia a rilassarsi.
E’ talmente felice del giusto riposo che prende la macchina fotografica e scatta una foto a me.
Non solo! Mentre io vado al bagno ne approfitta per fare qualche scatto artistico, ad esempio ad una porzione della mia sedia che è rimasta vuota.
E’ uno scatto di cui va molto fiera. Ma ecco che finalmente arriva la pasta. Ve l’ho già detto che la specialità principale di Assisi e dell’Umbria in generale sono i tartufi? E indovinate un po’ di cosa è ghiotta Alessandra? Ma proprio di tartufi! Lo si può dedurre dalla sua espressione soddisfatta non appena ha finito di spazzolare i suoi strangozzi in men che non si dica.
E finalmente, sfamati e riposati, siamo pronti per metterci in viaggio per tornare a Livorno. Scatto un’ultima foto prima di uscire dalla città.
Poi riprendiamo le scale e torniamo al parcheggio, dove ci aspetta la nostra fedele compagna di viaggio. Come diceva mio babbo, appena ci ha visti ha cominciato a scodinzolare.
Mi aspettano circa tre ore di guida prima di arrivare a Livorno. Al ritorno prendiamo un’altra strada rispetto all’andata, ovvero costeggiamo il Lago Trasimeno. Sono tentato di fermarmi per un’ultima, inaspettata tappa. Ma alla fine non ho il coraggio di confessarlo ad Alessandra. Che già si pregusta il divano e il suo benamato facebook.
Pazienza, vorrà dire che ci torneremo un’altra volta.
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