Patetico

Anche quest’estate il Tirreno ha lanciato un concorso dedicato a brevissimi racconti inediti. Ogni lunedì, in una delle pagine centrali, compaiono una decina di storielle dal tema “La scelta che mi ha cambiato la vita“. Lo scorso anno, non so se ricordate, il tema era “Le cose che non ti ho detto”, o qualcosa del genere. Io avevo partecipato fuori concorso, assieme al mio gruppo di scrittura QWERTY, con due raccontini. Il primo, dal titolo La conversazione, era stato ribattezzato, suppongo per motivi di spazio, La conversazione a senso unico, svelando un elemento di troppo del racconto. Il secondo, dall’altrettanto lapidario titolo La lettera, era stato ribattezzato Caro Riccardo, allora sposiamoci, e questo cambiamento sì che aveva rovinato la sorpresa finale. E poi ne avevo scritto un altro, Creta, che però era stato rifiutato (chissà perché… non vi resta che leggerlo, per scoprirlo).

Il problema più grande è che il limite di caratteri previsti per ogni racconto è veramente basso, 1800 battute, spazi inclusi. Qualche settimana fa mi è venuta un’idea sul tema “La scelta che mi ha cambiato la vita”; ho perciò scritto un racconto ma non ce l’ho fatta a tenerlo nel limite delle 1800 battute, è venuto più del triplo, e per come è strutturata la storia, non posso tagliarlo più di tanto. Perciò rinuncio al concorso del Tirreno e lo pubblico qui. Poco male, anche perché, visto che il titolo è ancora una volta lapidario, chissà come lo avrebbero trasformato. Il racconto si intitola

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PATETICO

L’ingegner Sergio Rivetta ha appena concluso il suo discorso alla riunione di fine anno della Specman Inc. Nonostante fuori la temperatura sia sotto zero, all’interno della grande stanza fa un caldo insopportabile e l’ingegnere suda molto. Tira fuori dal taschino il fazzoletto candido e profumato e per un attimo gli appare l’immagine di sua moglie che vi aggiunge una goccia di essenza alla lavanda. È contento di come ha illustrato i progetti per l’anno seguente. Un inguaribile ottimismo lo pervade, sarà forse merito della nuova promozione, e l’acqua fresca che gli scende nella gola sembra ancora più buona, ha un sapore di vittoria. Si deterge la fronte, ripone il fazzoletto e comincia a mettere a posto i fogli nella valigetta, pronto a scambiarsi gli auguri di Natale con i presenti. Prima però che tutti si alzino, l’ingegnere sente arrivare una voce nota dall’altro capo del tavolo. È una voce acuta, sgradevole, la voce di Monaldi.

“Scusate, prima di salutarci vorrei aggiungere una cosa. L’intervento dell’ingegner Rivetta è senza dubbio di grande suggestione. Ma ha sbagliato tutto.”

I presenti restano immobili, ascoltano le parole di Monaldi, certi di assistere a una resa dei conti tra i due.

“A mio avviso, si è dimostratto totalmente incapace del compito che gli è stato affidato e ha sottovalutato la situazione attuale con i nostri partner, che di certo non saranno contenti di investire tutto quel capitale in un progetto francamente patetico.”

Quella parola, patetico, proietta l’ingegner Rivetta in un passato di molti anni addietro.

Faceva caldo, molto caldo. Fuori dalla scuola tutti erano già andati via, ad esclusione di qualche ritardatario e di lui, che aspettava sua madre. D’improvviso sentì un colpo forte sulla nuca e il cappellino da baseball gli volò per terra. Si voltò e si trovò davanti Randy, un ragazzino albanese che per tutto l’anno lo aveva provocato, preso in giro, minacciato, spintonato e, qualche volta, picchiato. Randy era più alto di lui di dieci centimetri buoni. Ma non era quello a spaventare Sergio. Erano quei suoi occhi verdi, spietati, capaci di qualsiasi cosa.

“Allora, pottina, me li hai portati i soldi?”

“Mi d-dispiace, n-non ne ho, mia m-mamma non me li dà per v-venire a scuola, dice che non ne ho b-b-bisogno…”

Dicendo così, Sergio si chinò a raccogliere il cappello, e Randy gli diede un calcio nel didietro, tanto forte da farlo cadere sdraiato. Poi, mentre Sergio si voltava sulla schiena, Randy gli salì sopra e lo immobilizzò.

“Non ne hai, eh? Ma io ti avevo avvertito.”

Partirono gli schiaffi. Randy con una mano gli teneva ferme le braccia sopra la testa, e con l’altra lo colpiva di diritto e di rovescio, e nel frattempo rideva.

Sergio provò a liberarsi, ma non gli riuscì.

“Cosa vuoi fare, eh? Ma se hai la forza di un moscerino. Sei proprio patetico.”

Quella parola, detta da Randy, lo fece sobbalzare. Era strana sentirla dire da lui, il cui vocabolario si riduceva a un massimo di cento parole e cinquanta parolacce. Poi gli venne in mente che l’insegnante l’aveva spiegata in classe durante la lettura di un brano.

“Hai visto come ho imparato bene la lezione di italiano della signorina Strappamutande? E ora apri la bocca che ti ci sputo dentro. Aprila, o ti spezzo un braccio.”

Randy cominciò a far scendere un filo di saliva dalla bocca, Sergio si voltò per evitarlo e vide, dall’altra parte della strada, Eleonora che li guardava, una mano davanti al viso per non assistere a quella scena. Anche Randy, seguendo lo sguardo di Sergio, si voltò, vide la ragazzina e forse si distrasse per un attimo. Fu in quel momento che Sergio prese la decisione di non subire mai più. Liberò una mano e, con tutta la forza che aveva, tirò un pugno in faccia all’altro, un bel pugno sul naso. Sentì come uno scricchiolio. Randy si portò le mani al volto e si accorse di sanguinare. Sergio, svelto, lo spinse di lato e si alzò. Anche Randy si alzò e, tenendosi una mano sul naso, con l’altra provò a colpirlo, ma Sergio riuscì a schivare il colpo, prese lo slancio e gli diede un calcio nello stomaco. Randy crollò a terra e non disse più nulla. Fu Sergio a parlare. Per essere più convincente sradicò un bastone di legno dal recinto di un’aiuola vicina.

“La prossima volta che mi rompi le palle, giuro che ti spacco la testa. Patetico.”

Raccolse i libri, il cappello, si spolverò i vestiti, attraversò la strada e tornò a casa senza aspettare la mamma, camminando fianco a fianco con Eleonora che, molti anni più tardi, sarebbe diventata sua moglie.

Adesso, nella sala riunioni, un’antica rabbia lo pervade. Tira di nuovo fuori il fazzoletto profumato, lo annusa e guarda negli occhi l’ingegner Monaldi. Da quella volta con Randy non ha più avuto paura di niente, figurarsi di uno squallido collega frustrato. La sua voce è sicura, appoggia le mani sul tavolo, ferme.

“Caro collega, prima di dar fiato alla bocca, vorrei che usasse meglio i pochi neuroni che le rimangono, a suon di masturbarsi davanti al computer. Se avesse avuto cura di leggere prima tutti i documenti, si sarebbe accorto che i nostri partner hanno già dato la loro approvazione, e se non si fida, può venire a cena da me domani, e chiederlo personalmente al dottor Morishita, che è ospite a casa mia. Se invece il suo problema sta solo nel fatto che ho avuto io la promozione al posto suo, può parlarne direttamente ai qui presenti e farsi dire con onestà quel che pensano di lei. Ma, se fossi al posto suo, non vorrei rovinarmi il Natale. Se poi non è soddisfatto di come vanno le cose in questa azienda, sono sicuro di riuscirle a trovare un altro posto presso qualcuna delle mie conoscenze. Ovviamente non direi loro che piccolo e patetico uomo lei sia. E con questo auguro un buon Natale a lei e a tutti i presenti.”

L’ingegner Rivetta prende le sue cose e si avvia alla porta. Mentre la chiude, un applauso spontaneo misto a risate goliardiche parte da tutti i presenti. Da solo, nell’ascensore, Sergio si liscia l’abito ed estrae ancora una volta il fazzoletto che sua moglie ha lavato, stirato, piegato e profumato per lui. Gli è sempre piaciuta la lavanda. Annusa quel pezzo di stoffa e gli scappa un sorriso.

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Se volete anche voi cimentarvi nella scrittura di un raccontino a tema e partecipare al concorso del Tirreno, le istruzioni le trovate QUI. C’è in palio un viaggio offerto da Air One. Ma occhio al titolo!

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