Melancholia di Lars Von Trier: una recensione

Bentrovati! Sono tornato stamani da una vacanza ad Amburgo e Copenhagen. I lettori di questo blog si aspettano probabilmente un resoconto dettagliato del viaggio, com’è mio solito fare dopo ogni vacanza. O, ancora meglio, uno o più fotoracconti, che buon successo di lettori e di critica hanno avuto al ritorno da altre vacanze (Barcellona, Berlino). E presto verranno accontentati. Ma non subito. Oggi ho scaricato le foto sul computer: sono più di duemila. Stavolta ho superato me stesso. Per sistemarle, selezionarle e costruirci intorno i racconti giornalieri di questa vacanza ci vorranno un po’ di giorni. Ho quindi deciso che questo primo post di ritorno da Copenhagen sarà una recensione cinematografica. Perché (e qualcuno che mi segue sulla mia pagina di facebook lo sa già) ho avuto la fortuna di vedere un film che, pur in concorso allo scorso Festival di Cannes, non è ancora stato distribuito in Italia, complici forse le polemiche sulle dichiarazioni poco felici del regista in merito al nazismo e agli ebrei. Nella terra di Andersen, invece, il film è uscito, proprio perché è la terra natia del regista, Lars Von Trier. Che può essere antipatico, saccente, irrispettoso, irritante, ma è innegabilmente un regista di talento. E anche il suo ultimo film, Melancholia, lo dimostra, nonostante il parere contrario dell’altrettanto saccente e irritante critico cinematografico Mereghetti (sì, quello che ha fatto i milioni con le stelline del suo dizionario del cinema e che ha il dente avvelenato contro il regista danese).

Il film è girato in inglese, con un cast internazionale, e ringrazio i danesi per avere l’abitudine di non doppiare i film e lasciarli invece in originale con i sottotitoli. Non che i sottotitoli in danese abbiano aiutato molto nella comprensione. Ma credo di aver capito quasi tutto, al contrario di Alessandra che è uscita irritata dal cinema perché non aveva neanche compreso i gradi di parentela tra i protagonisti. Intanto vi metto il trailer, così avete un’idea.

Prima di continuare, avverto i lettori che dovrò per forza di cose svelare un po’ di elementi della trama (ma può darsi che tanti li sappiano di già, come li sapevo io. E d’altronde questo non è esattamente un film di trama). Per correttezza, come mi ha consigliato Alessandra facendomi venire i sensi di colpa, qui sotto metto la scritta SPOILER. Chi non vuol sapere niente della trama, basta che scorra questo post fino alla scritta FINE SPOILER, alla foto dei pianeti. Però peccato…

.

SPOILER

.

Il film si apre con un primissimo piano della protagonista, Kirsten Dunst, che a Cannes ha vinto il premio come migliore attrice protagonista. Meritato, devo dire. Per fortuna, dentro al cinema, avevo con me la macchina fotografica.

Ovviamente non ho fatto molte altre foto al film, uno perché non volevo disturbare gli altri spettatori, due perché volevo concentrarmi sulla pellicola. Ho scattato solo quella sopra e il titolo iniziale, per documentare l’evento e rendervi partecipi.

Dopo il primo piano dell’attrice protagonista, abbiamo una serie di immagini oniriche molto suggestive, che riguardano momenti dei protagonisti alle prese con quella che sembra essere la fine del mondo, alternate a immagini di pianeti che si muovono nello spazio. Sono immagini molto rallentate e surreali, che ricordano, per certi versi, la bellissima sequenza iniziale del (non altrettanto bel) film precedente di Von Trier,  Antichrist. Solo che lì, la sequenza iniziale era il prologo al film (la morte del figlio che comporta il conseguente sviluppo narrativo), qui è l’epilogo. Una serie di flashforward, insomma.

Ma ecco che comincia il film vero e proprio, che è diviso in due capitoli: Justine (il nome del personaggio interpretato da Kirsten Dunst) e Claire (il nome del personaggio interpretato da Charlotte Gainsbourg, sorella di Justine). Il primo capitolo ruota tutto intorno alla festa di matrimonio tra Justine e il novello marito, interpretato da Alexander Skarsgard (già visto come vampiro biondo e cattivo in tutte le stagioni della divertente serie americana True Blood). I due, ancora in abito da sposi, percorrono con una limousine bianca la stradina stretta che li porterà al castello dove gli invitati li stanno aspettando da svariate ore. In questa sequenza dell’arrivo al castello pare di respirare una leggerezza che scomparirà presto nel corso dei film: i due sembrano innamorati, si scambiano baci e tenerezze, un po’ come nella bellissima scena della prima notte di nozze tra i protagonisti de Le onde del Destino. Appena arrivati, vengono accolti dalla sorella Claire, organizzatrice impeccabile dello sfarzoso ricevimento, che li rimprovera per il ritardo. E qui, alla festa, cominciano i dolori. Justine si assenta in varie occasioni del ricevimento, mentre gli ospiti cenano, durante il taglio della torta, mentre sta per fare l’amore con l’uomo che ha appena sposato. Si sforza di far buon viso a cattivo gioco, ma proprio non ce la fa, nonostante i rimproveri e l’incoraggiamento della sorella. Si capisce che c’è qualcosa che non va. E si intuisce che i problemi non riguardano tanto il matrimonio, ma sono problemi insiti in Justine, probabilmente legati alla sua depressione.

Si cominciano anche a conoscere gli altri personaggi che ruotano intorno a Justine: la sorella Claire, premurosa ma apparentemente spietata nel suo preoccuparsi che la festa vada a buon fine; il cognato John, interpretato da Kiefer Sutherland (spiazzante in questo ruolo, visto che finora lo avevo sempre visto come il monoespressivo Jack Bauer della serie americana 24); il padre e la madre, separati e rancorosi (la madre, Charlotte Rampling, di un’odiosità unica); il nipotino appassionato, come il padre, di astronomia; il capo di Justine (Stellan Skarsgard), che sceglie il momento peggiore per annunciare una promozione inaspettata; il responsabile della cerimonia, l’immancabile Udo Kier (l’unico ad avere un ruolo quasi da commedia nel film), che si preoccupa di far indovinare agli invitati, proprio come la Raffaella Carrà dei tempi d’oro, quanti fagioli ci sono in una bottiglia, o qualcosa del genere. E attenzione. Questo dettaglio apparentemente superfluo del numero esatto da indovinare tornerà con prepotenza verso la fine del film e con una rilevanza tutta nuova. La cerimonia finisce in modo triste: il padre e la madre se ne vanno, come pure il nuovo marito, ormai consapevole che per lui e Justine non c’è futuro. Gli ospiti piano piano scemano, e qui finisce la prima parte.

La seconda parte è ancora ambientata al castello, dove risiede l’agiata famiglia di Claire, tra maggiordomi, partite di golf e corse a cavallo. Nel frattempo Justine è caduta in una depressione profonda, incapace di provvedere a se stessa anche per le cose più semplici come lavarsi o mangiare. La sorella Claire la convince a trasferirsi al castello con la sua famiglia e cerca premurosamente di prendersi cura di lei. Il loro rapporto ricorda un po’ quello tra la confusa protagonista de Le onde del destino, interpretata da una bravissima Emily Watson e la cognata, interpretata dall’ancora più brava e prematuramente scomparsa Katrin Cartlidge (l’attrice preferita di Alessandra). Ma i rapporti sono destinati al capovolgimento. Infatti entra in scena l’elemento cosmico: nel cielo si incomincia a vedere sempre più chiara la presenza di un pianeta errante, Melancholia, un corpo celeste che era rimasto nascosto dietro al sole e che rischia la collisione col pianeta Terra. Ognuno reagisce a modo proprio: Claire è preoccupatissima, nonostante le rassicurazioni del marito ottimista che, fidandosi degli scienziati, osserva costantemente il cielo col figlio in attesa che Melancholia sfiori la Terra lasciandola illesa. Justine, invece, reagisce in modo molto più sobrio, come rassicurata dall’imminente tragedia, che sembra far recedere la sua depressione. Ecco quindi che la sorella forte diventa quella debole, e viceversa. Mentre nella prima parte il film è corale, in questa seconda parte gli unici protagonisti sono Justine, Claire, il marito e il figlio di Claire. Il resto del mondo non esiste. Come a dire: siamo soli nella tragedia. Il finale, com’era da immaginarsi, è catastrofico.

.

FINE SPOILER

.

Il film è un bel film, secondo me. Negativo, cupo, spietato, un po’ ingenuo e superficiale in certi passaggi, cosmicamente pessimista, interessante nell’analisi psicologica dei personaggi, stilisticamente impeccabile, con richiami visivi espliciti al preraffaelitismo di Dante Gabriel Rossetti, basti vedere la sua Ophelia e l’immagine di Kirsten Dunst nel fiume:

.

La nuova pellicola di Von Trier riflette senza dubbio la visione che il regista ha della vita e del mondo: non c’è scampo. E’ costruito su una continua dicotomia: capitolo primo/capitolo secondo; Justine/Claire;  pessimismo/ottimismo; depressione/salute mentale; visione materialistica della realtà/visione religiosa.

Se dovessi dirvi di cosa parla il film, direi che parla della depressione (Von Trier è, a quanto pare e secondo le sue stesse dichiarazioni, un depresso cronico), e del modo in cui i depressi affrontano con maggiore fermezza i momenti di vera gravità. D’altronde, il titolo è programmatico: Melancholia è sì il nome del pianeta destinato a schiantarsi contro la Terra, ma è anche la condizione depressiva di cui soffre Justine. Ma non è solo un film sulla depressione. Né solo un film sulla fine del mondo (il 2012 si avvicina…). C’è una certezza, nella visione di Von Trier, che non lascia scampo. Ed è secondo me esplicitata in un dialogo tra le sorelle. Quando ormai è quasi certo l’impatto tra i due pianeti, Claire è disperata, mentre Justine, l’ex depressa, ha la sicurezza di chi sapeva di come sarebbero andate le cose. Claire cerca conforto nella speranza che dopo la situazione irreale e assurda che dovranno affrontare (non solo la fine della vita, ma la scomparsa addirittura del pianeta Terra), vi sia qualcosa, un aldilà, un dio. Ma Justine è irremovibile: non c’è niente, siamo soli. E allora Claire le dice: ma come fai a saperlo, non puoi esserne sicura! E l’altra risponde: certo che lo so, io so tutto, sono sicura, siamo soli. E per convincerla le dice il numero esatto dei fagioli che erano nella bottiglia, numero di cui solo Claire e il cerimoniere erano a conoscenza. Ora, so che detto così può far ridere, e di sicuro c’è anche una certa ironia di fondo. Eppure, in quella scena, quel numero esatto ha la stessa forza di una scienza, è la consapevolezza di una visione atea e materialistica dell’esistenza. Una visione che io condivido.

So che questo film avrà molti detrattori, mereghettiani il cui senso critico è talvolta guidato più dall’antipatia che da un oggettivo senso estetico (per quanto un senso estetico possa essere oggettivo…). Io vi consiglio comunque di andarlo a vedere, se e quando uscirà nelle sale italiane. Io tornerò a vederlo, stavolta confortato dalla sicurezza della lingua italiana. E chissà se Alessandra ci tornerà con me. Già la vedo appisolarsi placida sulle note della musica che sovrasta il film, l’overture di Tristano e Isotta di Wagner.

Advertisements