Primo giorno ad Amburgo: FOTORACCONTO

Eccoci quindi al resoconto fotografico del primo giorno della nostra vacanza nel Nord Europa. Partiamo proprio dall’inizio. Alle 6 e un quarto di mattina ci passa a prendere Mario, il babbo di Alessandra, sottocasa. Con noi, per questa vacanza, c’è anche la dottoressa Micaela, che vedete seduta dietro in macchina mentre Alessandra, previdente, va a buttare via la spazzatura che sennò, dopo dieci giorni in casa, si trasforma in un gabibbo pustoloso.

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Caricati i bagagli, ci avviamo verso l’aeroporto di Pisa. Il volo è un diretto RyanAir Pisa-Amburgo, la nostra prima tappa. Inutile dirvi che io ho dormito poche ore, a causa della mia solita difficoltà a prendere sonno, e stavolta anche Alessandra ha avuto problemi con Morfeo, data la sua nota preoccupazione di volare.

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Arriviamo puntuali e ci mettiamo in fila per la consegna dei bagagli.

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Io e la dottoressa Micaela ne approfittiamo per fare colazione, mentre Alessandra non tocca né cibo né caffè perché, dice, ha timore di sommovimenti durante il volo.

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Dopo il cappuccino, usciamo a fumare una sigaretta, mentre Alessandra prende in mano la macchina fotografica e mi scatta una foto.

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Ed eccoci sull’aereo, subito prima della partenza. Alessandra ammutolisce, come sempre, e non le si può dir nulla, perché è tesa come le corde di un violino. Durante il volo non parla, non legge, non guarda, non ascolta, non beve e noon mangia, se non i pochi frammenti di unghie ancora attaccate alle dita.

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Io, nel frattempo, mi diletto con la settimana enigmistica appena comprata, risolvando con successo uno dei miei cruciverba preferiti, la Ricerca di parole crociate.

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Non sto a farla lunga sull’atteggiamento di Alessandra durante il volo, tanto è sempre lo stesso. Per chi se lo fosse perso nei fotoracconti precedenti, eccovi il link per approfondire. Appena scesi ad Amburgo, ci attende una bella pioggerella. Ale subito tira fuori il Cappauèi e non se lo toglie neanche durante il ritiro dei bagagli.
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Appena recuperate le valigie, facciamo una sosta al bagno. Figuratevi se Alessandra si alza sull’aereo per andare in bagno. Non si slaccia le cinture neanche quando il segnale lo permette. L’unico movimento che fa è strizzare gli occhi durante il decollo e l’atterraggio.
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Subito fuori dall’aeroporto ci attende il pullman che in un’ora ci porterà ad Amburgo. La dottoressa Micaela, che un tempo aveva paura dell’aereo, pare alquanto rilassata e si gode il panorama assolutamente insipido e piatto della periferia tedesca.

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Alessandra, come vedete dall’espressione, non è ancora del tutto rilassata, nonostante il volo sia andato a buon fine. Ha sempre quest’aria di rimprovero nei miei confronti perché, dice, la costringo a volare. Non è che la costringo a volare, è che dopo essere stati in treno a Praga e a Budapest (24 ore!), ho deciso che preferisco l’aereo. Io gliel’ho detto: se vuoi, tu vai in treno e io in aereo e ci troviamo lì. Macché, non si stacca nemmeno con le pinze.

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E finalmente arriviamo alla stazione dei pullman di Amburgo. Qui ci sono le partenze internazionali per la Romania, la Norvegia, la Danimarca, la Svezia, ecc. ecc. Questa bambina, ad esempio, sta andando a Praga.

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Finalmente Alessandra si è un po’ distesa e può fare colazione senza rischi collaterali. Il bar della stazione dei pullman è miserrimo, ma ci accontentiamo.

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Ed è giunta l’ora di prendere l’autobus verso la nostra destinazione. Ad Amburgo saremo ospiti di una mia amica di vecchia data, Sabrina, che si è trasferita ad Amburgo più di 15 anni fa, mettendo su famiglia. Per tre giorni Sabrina ci metterà a disposizione la casa dei suoi genitori, anch’essi livornesi ma con un appartamentino ad Amburgo, che usano per andare ogni tanto a trovare figlia e nipotine. Quando è venuta a Livorno l’ultima volta, durante una cena ai Bagni Lido, Sabrina ci ha consegnato le chiavi dell’appartamento e ci ha disegnato una piantina con le indicazioni per raggiungerlo dalla stazione dei pullman. Ho scannerizzato il foglietto, così avrete un’idea dello sforzo interpretativo occorso per non sbagliare.

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Considerate che, da quando abbiamo avuto le indicazioni, sono passati due mesi. Quindi non è stato facile. Comunque cerco di interpetare: il disegnino in alto a destra rappresenta la stazione dei pullman. Al centro, la bandierina col numero 5 vuol dire che bisogna prendere il bus numero 5, a destra rispetto alla stazione dei pullman. Familen Karte significa che ci conviene fare il biglietto familiare. Bisogna scendere alla fermata di Eppendorfer Weg, attraversare la strada dalla parte del panaio (non della farmacia!!), accanto al turco che vende verdure. Da lì poi dobbiamo percorrere Eppendorfer Weg e prendere la seconda strada a destra, Kottswizstrasse, e al numero 60 c’è l’appartamento. Non potete sbagliare, ci disse Sabrina, lo riconoscete perché è quello al primo piano con un gattino disegnato sullo zerbino. E così prendiamo il bus numero 5 che in 24 minuti ci porterà Eppendorfer Weg. Ne approfitto per qualche foto dal finestrino. Come potete notare, fuori piove.

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Parrà impossibile, ma l’appartamento lo abbiamo trovato al primo colpo! L’unica imprecisione è stata che sul tappetino, invece di un gattino, c’è un cagnolino. Ma per fortuna la nostra apertura mentale ci fa affrontare le peripezie più incredibili, con coraggio infilo la chiave nella porta sopra allo zerbino col cagnolino, e voilà! Siamo nell’appartamento. Un gioiellino.

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Sabrina è ancora al lavoro, uscirà alle 13. Quindi, mentre aspettiamo che ci raggiunga, decido di fare una pasta al ragù (pasta e ragù trovati nella dispensa di Gloria, la mamma di Sabrina), mentre Ale e Michela decidono di rilassarsi davanti alla tv tedesca. Ma cos’è che guardano così rapite? Provate a indovinare…

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Esatto, un programma di tarocchi in tedesco. Eccitante… ma finalmente, dopo le predizioni incomprensibili della maga teutonica, ecco che arriva Sabrina. Ci mangiamo la pasta al ragù (la piastra elettrica ha impiegato circa un’ora per portare a ebollizione l’acqua), facciamo due chiacchiere e siamo pronti per uscire.

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E’ venerdì e Sabrina, durante il weekend, non lavora, quindi ci farà da guida per la città. Decidiamo di cominciare dal centro. Ci avviamo quindi verso la fermata del bus e, grazie alla Familien Karte appena comprata, possiamo viaggiare tutti insieme su tutti i mezzi per 24 ore. Al modico prezzo di 9 euro e 60.

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Scendiamo di nuovo alla stazione dei pullman e da qui cominciamo il nostro giro. Faccio qualche foto ai palazzi, antichi e moderni, del centro.

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Quella sotto è la Rathaus, ovvero la casa dei topi, anzi, no, è il municipio, simbolo di Amburgo.

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Ma a me interessa poco, perché sono tutto concentrato per andare a vedere la gigantesca statua della bagnante nell’acqua del lago Alster. Ricordate? Ve ne avevo parlato nel post prima di partire. Non vedo l’ora di vederla. Ve la riposto, così avete unidea precisa di cosa ci aspetta.

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Sabrina l’ha vista, dice che è bella, ma gli amburghesi sono contrari e vogliono rimuoverla, perché, dicono, sciupa il panorama della città. Si sa, son tedeschi… Quindi ci affrettiamo in quella direzione, e arriviamo al luogo stabilito. Sabrina mi dice: “Guarda, era là”. E io: “Come ERA là? E ora dov’è?” E lei: “Boh! Fino a ieri c’era!” Sicché Sabrina chiama suo marito Frank al telefonino e chiede a lui dove è finita la statua. Lui le risponde che l’hanno smontata e portata via la mattina stessa. E difatti quello che mi si presenta davanti è una desolata distesa d’acqua, della gigantessa non vi è traccia. Che delusione!!!

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I cigni del lago nascondono il muso sotto le piume, ma non per la timidezza. In realtà stanno sorridendo sadicamente perché sono troppo contenti che la statua gigante, l’invasore del loro lago, sia stata smontata e portata via. Li odio.

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Ancora sotto shock per la mancata visita alla statua e per tutte le foto non scattate, decidiamo comunque di proseguire il nostro giro.

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Attendendo il verde per attraversare, ho il primo, vero segno di civiltà da parte dei tedeschi: il semaforo indica al pedone i secondi che dovrà attendere prima che il rosso diventi verde. Sono sconvolto da tanta organizzazione.

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Decidiamo di fare una pausa caffè (si sa come sono questi italiani all’estero, non possono stare senza caffeina). Sabrina dice che non sa esattamente dove poter trovare un espresso decente (lei beve solo il cappuccino, anche dopo cena, il che mi fa capire lo stadio ormai avanzato di germanizzazione della mia amica), ma proviamo in un grosso centro commerciale.

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Qui Alessandra comincia a stressare per la sua personale ricerca, come fa tutti gli anni ad agosto in ferie: DEVE comprare l’agenda nuova. Ma tutte le volte la cosa si rivela difficilissima perché tale agenda deve avere le seguenti caratteristiche: partire da Agosto e arrivare a Gennaio dell’anno dopo; avere il portapenna; avere una bustina portadocumenti; essere chiara e sobria; avere uno spazio decente per ogni giorno MA non essere troppo grande. Come previsto la ricerca si rivela infruttuosa. So che questa faccenda dell’agenda ci tormenterà per i prossimi giorni di vacanza. Comunque, ci fermiamo a prendere il nostro beneamato caffè espresso in una gelateria italiana, dove la cameriera parla addirittura la nostra lingua.

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Ma è tempo di rimettersi in moto! Sabrina ci porta a vedere l’interno della stazione centrale, che è abbastanza bella.

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Qui scopro che il simbolo di Amburgo è la statua di un acquaiolo vissuto circa due secoli prima, che ha un soprannome che non mi ricordo, ma tutti i ragazzini gli urlavano per strada prendendolo in giro, e non so perché questo lo ha fatto diventare il simbolo della città. In giro per Amburgo ci sono centinaia di statue dedicate a lui. Io lo trovo piuttosto brutto, quindi gli faccio una foto e considero realizzato il mio dovere di cronaca, ripromettendomi di non fotografarlo più.

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Usciamo dalla stazione e continuiamo a girare. Scatto foto ai palazzi moderni, uno dei miei soggetti preferiti.

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Anche questa coppia di tedeschi doc mi sembra degna di una foto ricordo.

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A un incrocio, vedo la sede di Scientology e mi sembra che questa setta abbia preso parecchio piede nel Nord Europa, tanto che ritornerà in un futuro fotoracconto da Copenhagen. Ma non vi voglio anticipare altro.

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Sabrina ci vuol portare a visitare quella che fu la Sankt Nikolai Kirche, o almeno quello che di essa rimane. Ma è indecisa su come arrivarci.

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La  Sankt Nikolai Kirche era una chiesa che sostituì un’altra chiesa medievale distrutta dall’enorme incendio di Amburgo nel 1842. Al tempo della sua costruzione aveva il campanile più alto del mondo. Ma nel grande bombardamento di Amburgo del 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, anch’essa fu distrutta, ed è rimasto in piedi solo l’alto campanile annerito.

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Paghiamo il biglietto e prendiamo l’ascensore per arrivare in cima al campanile.

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Qui ammiriamo il bel panorama della città da tutte le angolazioni. Scatto qualche decina di foto. Ma ve ne metterò solo alcune.

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Le ragazze, intanto, si lanciano in una discussione sulle responsabilità morali del popolo tedesco durante il nazismo e la seconda guerra mondiale. Alessandra cita il libro “I volontari carnefici di Hitler“, mentre Sabrina ci dice come ancora oggi sia difficile parlarne serenamente con i tedeschi. Amburgo fu quasi totalmente distrutta dai bombardamenti alleati del 1943 e, insieme a Dresda e a Tokyo, rimane una delle città più colpite durante la II GM. I bombardamenti in questione presero il nome di “Tempesta di fuoco del ’43” e questo è ciò che si legge su Wikipedia:

Durante la seconda guerra mondiale Amburgo fu sottoposta ad una serie di devastanti raid aerei. Le incursioni alleate mediante l’uso delmaximum use of fire voluto da Churchill raggiunsero il culmine con gli attacchi su Dresda e Amburgo, che insieme a Tokyo e ai bombardamenti atomici rappresentano il più alto livello distruttivo mai sperimentato dalle armi. La tecnica accuratamente studiata dagli inglesi mise a punto un particolare tipo di bombardamento che (mediante l’uso di spezzoni incendiari da 4 libbre, sganci a grappolo, studi sull’impianto topografico dei centri storici facilmente infiammabili, situazione meteorologica, ecc.) poteva innescare un’unica e gigantesca tempesta di fuoco autonoma per almeno trenta minuti. Lo stesso Arthur Harris, capo del Bomber Command, battezzò l’attacco su Amburgo col nome di “Gomorra”, dando a intendere quali fossero le intenzioni circa il destino della città.
La notte del 28 luglio 1943 si generarono colpi di vento infuocato a 75 metri al secondo. Le case bruciarono per il solo effetto del calore e circa 50.000 persone furono sterminate. I cadaveri vennero ritrovati soprattutto nei rifugi sotterranei come le cantine, trasformati improvvisamente in enormi forni crematori. Alla fine della guerra, la città era ridotta a 43 milioni di metri cubi di macerie (compreso il centro storico), pur non raggiungendo la totalità della distruzione come invece accadde a Dresda, Colonia e Norimberga.

Sabrina, da buona livornese, conclude il suo ragionamento con un: “Deh, vedrai anche loro (i tedeschi), se erano un po’ meno cattivi…”

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E così si conclude la nostra visita al campanile. Scendiamo e ci avviamo verso la nostra prossima meta. Attraversiamo un cavalcavia sulla strada dove vedo questo lugubre esempio di street art.

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Amburgo, che è sorta alla confluenza dei fiumi Alster e Bille nell’Elba, è piena di canali e pare che abbia più ponti di Venezia.

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La prossima meta è lungo un canale dove si trovano una serie di costruzioni tipiche dell’architettura originaria amburghese e che non sono state distrutte né dall’incendio dell’800, né dalla guerra, che si chiamano in un modo che non ricordo, ma qualcosa tipo le sette sorelle.

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Dovrebbero essere queste qui sotto.

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Proprio lì facciamo una pausa su una panchina e Sabri mi prende la macchina fotografica per farci una foto. Mi sa che l’espressione ridente di Ale e Michela è perché io nelle foto tendo a non sorridere quasi mai, e Sabri l’ha fatto notare. Cosa ci sarà da ridere, poi…

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Ci incamminiamo di nuovo verso degli ex magazzini ora riconvertiti a uso culturale, tipo teatro, accademia di danza, ecc. Qui c’è anche il museo dei trenini, dove Sabrina tenta di farci andare, ma con scarso risultato, visto che è molto popolare e c’è una fila di quasi un’ora per entrare. Rinunciamo e proseguiamo.

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A un certo punto mi accorgo che Alessandra ha una macchia strana sul suo inseparabile cappello. Se lo toglie e, indovinate un po’? C’è una bella cacchetta di uccello. Capita, a volte capita.

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La prossima tappa sono i riconvertiti docks, dove troviamo alcuni esempi di architettura moderna di Amburgo. L’ho già detto che mi piace fotografare i palazzi moderni? No? Bene, eccovi alcuni scatti.

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In fondo al molo, poi, notiamo uno strano edificio in costruzione. Sabrina ci spiega che è il palazzo che ospiterà la nuova filarmonica dell’Elba, l’Elbphilarmonie. Inizialmente doveva costare 40 milioni ed essere pronto nel 2010, invece è ancora in costruzione e pare che costerà più di 500 milioni. I costi aggiuntivi saranno a carico dei cittadini di Amburgo, e infatti Sabri ci ha detto che anche lei deve pagare uno stonfo di soldi in più per finanziarlo.

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Faccio un’ultima foto al porto e ci avviamo verso la fermata della metropolitana.

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Qui abbiamo appuntamento con Marlene, la figlia quattordicenne di Sabrina, che ha chiesto di venire a mangiare con noi. Ed eccola che scende dal treno e ci saluta. Anzi, no, non è un saluto, mi sta intimando di non scattarle la foto. Mmmm questi adolescenti inquieti… Ne riparleremo.

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Per la cena Sabrina ci propone di andare da Kartoffel Keller, un ristorante dove cucinano patate in tutti i modi possibili, e i camerieri sono vestiti con un sacco di juta. Ci sembra una buona idea. Tutti quanti adoriamo le patate.

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Ordiniamo e, in attesa del cibo, cerco di intavolare un qualche discorso con Marlene, ma i miei vari tentativi risultano vani poiché lei, pur essendo metà italiana e metà tedesca, e pur capendo benissimo l’italiano (Sabrina le parla solo in italiano e lei si ostina a risponderle in tedesco), non vuole proprio parlare. Quindi provo con l’inglese, le dico che se preferisce può parlare in inglese. Macché. Non c’è verso.

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Finalmente arrivano le pietanze, tutto è squisito. Non avevo dubbi, Sabrina è un’esperta di ristoranti, proprio come il padre che, fino a poco tempo fa, girava l’Europa e il mondo con lo scopo principale di assaggiare tutto e collezionare i piatti del buon ricordo.

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Ma ecco che, sul finire della cena, Marlene esprime (in tedesco, ovviamente) il desiderio di tornare a casa. E quindi ci sbrighiamo a terminare le nostre pietanze e ci avviamo di nuovo verso la metro.

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I mezzi di trasporto pubblici tedeschi sono molto precisi, e in 2 minuten esatten il treno arriva puntuale.

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Un’ultima foto dall’alto alle strade notturne di Amburgo…

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Ed eccoci in metro, dove vedo una coppia di non più giovani ragazze che potrebbero essere Alessandra e Michela tra una ventina d’anni. Non notate anche voi una certa somiglianza? Un po’ virata al biondo.

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Sulla metro ci mettiamo d’accordo con Sabrina per cosa fare il giorno dopo. Inaspettatamente Marlene (in tedesco, naturlich) esprime il desiderio, per la mattina dopo, di andarla a vedere montare il suo cavallo, Flamenco. Perché Marlene è una cavallerizza con una passione sfrenata per i cavalli. Accettiamo di buon grado l’invito, e io spero di poter di nuovo intavolare una conversazione con lei. Magari durante la notte mi studio un po’ di tedesco… E comunque, appena scesi dalla metro, Marlene comincia a camminare a passo molto svelto, seminandoci ben presto. Faccio solo in tempo a scattare una foto sfuocata di lei che attraversa il semaforo col verde e ci lascia col rosso ad aspettare. Gira un angolo e ci semina definitivamente. Ah, questi adolescenti inquieti…

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Ma domani è un altro giorno…

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