Amburgo – TERZO fotoracconto – Arte, che passione!

La nostra terza e ultima giornata ad Amburgo comincia con un tempo un po’ incerto. Ma siamo meteorologicamente ottimisti, visto il bellissimo sole del giorno prima. Tanto che io decido di mettermi ai piedi, anziche le nike da ginnastica, le mie fantastiche e vecchissime camper nere, ormai bucate sul retro ma a cui sono affezionato quanto mai, visto che negli ultimi due anni, estate e inverno, non mi sono messo altro. E infatti una mia alunna di terza, la primavera scorsa, mi ha detto: “professore, ma lei di scarpe ci ha solo quelle?”. Il fatto è che mi ci trovo benissimo, ci ho camminato per chilometri, me le sono portate a Londra, Barcellona, Berlino, e ora ad Amburgo e poi a Copenhagen. Ma Alessandra mi ha costretto a fare una promessa: questo è il loro ultimo viaggio, a Copenhagen le butti via. Io non capisco perché, visto che ci sto ancora tanto bene, ma in effetti sono quasi impresentabili. L’importante è che non deve piovere, sennò addio, mi entra l’acqua dai buchi. E quindi, con le mie adorate Camper, facciamo colazione e usciamo, in un’Amburgo semideserta, perché oggi è domenica.

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Siamo rimasti d’accordo con Sabrina che la mattina e il primo pomeriggio andiamo in giro, senza di lei, per musei d’arte, tanto a lei non interessano. Quindi ci dirigiamo alla fermata e aspettiamo l’autobus che ci porti in centro.

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La prima tappa è la Kunsthalle, ovvero il museo d’arte moderna di Amburgo, che si annuncia molto interessante. Attaccato alla Kunsthalle c’è anche il museo di Arte contemporanea, al quale andremo successivamente.

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Tranne qualche aneddoto, non ci sarà molto da raccontare a parole, visto che i quadri parlano da soli. Io ho fotografato quelli che più mi hanno colpito. Di qualcuno, quando l’ho visto alla parete, ho riconosciuto subito l’autore, perché ormai io e Ale siamo habitué dei musei d’arte moderna e riconosciamo lo stile di svariati pittori, soprattutto di fine ottocento/novecento. Ma l’itinerario prevede prima le sale degli Old Masters, ovvero i dipinti dal 16° al 18° secolo. Naturalmente i soggetti sono molto spesso religiosi e lo stile nordico, come mostrano le due foto qui in basso. Il primo dipinto è di Wilm Dedeke, Virgin Mary with the child.

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Il secondo, invece, è di un tale Meister Francke, che io non conoscevo. Vi chiederete come faccia a ricordare nomi di pittori a me sconosciuti. Facile: nello scatto originale ho incluso anche il cartellino col titolo, che poi ho tagliato quando ho sistemato le foto.

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Dopo gli Old Masters, passiamo all’Ottocento. La Kunstahalle ha una collezione importante del 19° secolo, e vari dipinti pregevoli. Tra questi spiccano alcune tele di J. H. Fuessli, pittore svizzero romantico.

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Ora, il dipinto qui sotto è piuttosto famoso, ritrae il pittore, critico d’arte e poeta Zacharie Astruc nel 1864. Ed è opera di un celebre pittore francese. Su provate a indovinare, la soluzione è proprio sotto la foto.

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Soluzione: Edouard Manet. Avete indovinato? No? Bravi ciuchini. Guardando questo bel ritratto, nasce la solita discussione scaturita dalla mente di Alessandra, che la ripropone ad ogni visita di un museo d’arte moderna. Meglio Manet o Monet? Lei dice sempre: io non ho dubbi, meglio Manet. I papaveri nel campo non mi sanno di nulla.

Nel frattempo io e Alessandra facciamo il nostro gioco preferito, ovvero: “Interagisci con l’arte”. Lo facciamo in ogni museo che visitiamo, io le dico: mettiti lì, stai così, oppure a volte improvvisa lei e creiamo una nuova composizione, talvolta dagli esiti imprevisti. Questa è solo per scaldarci un po’.

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Oh, anche l’autore qui sotto è famoso e ha uno stile inconfondibile. Tra l’altro l’ho citato anche nel mio post su Melancholia di Von Trier, perché nel suo ultimo film il regista si ispira chiaramente all’arte romantica. Si tratta di?

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Ma certo, si tratta dell’inglese preraffaelita Dante Gabriel Rossetti, sono sicuro che l’avete riconosciuto. Quello sotto, invece, è a me sconosciuto, ma l’ho trovato molto moderno in alcuni elementi, per cui l’ho fotografato e ve lo mostro. Si tratta di Johann Friedrich Dieterich.

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Ed eccoci ad uno dei pezzi forti dell’intera collezione  dell’800. Dal vivo è molto bello, tanto che al souvenir shop io e Ale abbiamo comprato proprio il magnete di questo dipinto da attaccare al frigo. Sono sicuro che l’avete già visto da qualche parte. E’ del 1818, si intitola Viandante sul mare di nebbia, e l’autore è un romantico tedesco dal nome…

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…Caspar David Friedrich. Almeno questo l’avete indovinato? No? Pazienza, sarete più fortunati in seguito. Mica crederete che la smetta tanto presto con questo giochino che si fa beffe della vostra ignoranza? Il dipinto sotto è un autoritratto di Arnold Bocklin, ve lo dico subito perché tanto non ci arrivate.

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Sotto, invece, è un dipinto che mi ha colpito molto per il soggetto strano e, per certi versi, inquietante. Si tratta di Atelierwand, del tedesco Adolph Menzel.

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Sotto, un’opera che non è tra le più celebri dell’autore, ma l’autore è una figura importante dell’arte francese di fine ottocento. Famoso per ritrarre la vita bohemien parigina della sua epoca… famoso per le affiches che pubblicizzavano il Moulin Rouge… uomo piccolo di statura ma grande ubriacone. Avete capito? Si tratta di…

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…Henri de Toulouse Lautrec. Ma certo che questo l’avete indovinato, sono sicuro. Come indovinerete l’autore del prossimo dipinto. Si tratta di uno dei massimi esponenti dell’Impressionismo, padre di uno dei massimi esponenti del cinema francese della prima metà del ‘900. Basta, non vi dico altro perché è troppo facile.

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Sì sì, è proprio lui, Pierre Auguste Renoir, padre del grande Jean Renoir che, saggiamente, scelse di fare il regista anziché il pittore come il padre. Il quadro è del 1882 e si intitola Madame Heriot. Anche l’autore del prossimo dipinto è famosissimo. Il periodo è sempre quello, la nazione è sempre quella, sto parlando di…

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Paul Cézanne, naturlich. Bravi, bravi. Quanti ne avete indovinati, finora? Se non ne avete indovinato nessuno, non demoralizzatevi, che il prossimo lo azzeccate di sicuro. Basti guardare il modo in cui il colore è “ammucchiato” sulla tela, la pennellata è inconfondibile, i colori pure. Non ci siete ancora arrivati? Via, vi do una mano. Era olandese. Ebbe un rapporto un po’ morboso con Gauguin. Dipinse un mucchio di girasoli. Si tagliò un orecchio. Alla fine, mezzo matto, si suicidò. Ancora niente? Va bene, un ultimo aiutino. Il cognome inizia con Van e finisce con Gogh.

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Ecco, bravi, proprio lui, Vincent van Gogh! ve l’avevo detto che avreste indovinato! Fermiamo per un attimo il quiz. Avete visto con quanta spudoratezza ho fotografato i quadri fino a ora? Ogni museo ha le sue regole: in alcuni ti si dice di non fotografare assolutamente; in altri, solo senza flash; in altri paghi un piccolo obolo e ti consentono di fotografare (come mi capitò lo scorso anno a Berlino); in altri non ti considerano nemmeno. Ecco, alla Kunstalle non so che regola vige. Fatto sta che entro in questa bella sala, vedo un quadro gigantesco e decido di fargli una foto. Ma, come potete notare dalla foto, dal fondo mi si avvicina una custode tedesca.

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Ecco, mi dico, sono spacciato. Normalmente, quando mi capita questa cosa, faccio lo gnorri. La signora mi viene accanto, mi indica la macchina fotografica e mi prende gentilmente per un braccio. Io, in inglese, faccio: “No flash, right?” (senza flash, giusto?), ma lei non parla inglese e mi spinge da una parte. Mi dico: sono nei guai. Anche perché è bella robusta. E invece… Mi guida dalla parte opposta del quadro e mi indica il punto migliore da dove poter scattare la foto per far entrare tutto il dipinto nell’inquadratura. Non è stata un tesoro? Che civiltà! Il quadro non mi piace un granché, ma mi sento costretto a metterlo in onore della bionda e gentile custode, a cui avrei dato un bacio di ringraziamento, ma sospettando che i tedeschi non apprezzino molto le effusioni in pubblico, vi ho rinunciato.

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Ho fotografato il quadro sotto (di cui ignoro l’autore) perché Ale dice che secondo lei quello è un buon ritratto di Napoleone, molto somigliante. Dico io, ma come fai a saperlo, lo conoscevi, hai visto qualche foto in esclusiva? Ma lei fa: fidati, ti dico che gli assomiglia, secondo me aveva proprio quell’espressione lì. Fidandomi dell’istinto di Ale, scatto la foto e passo oltre, senza più dimandare.

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Poco più avanti, vedo un ritratto che mi piace molto. Non conosco l’autore, ma scopro che si tratta in realtà di un’autrice (finalmente una donna, in questo mondo maschilista dell’arte!), tale Paula Modersohn Becker, una pittrice tedesca tra i principali esponenti del primo Espressionismo (grazie Wikipedia!).

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Ma adesso ricominciamo col quiz. Perché io questo autore l’ho riconosciuto subito, e quindi potete farcela anche voi. Precursore anch’egli dell’Espressionismo, norvegese, dall’animo tormentato, un suo quadro è famosissimo ed esprime tutto il disagio dell’uomo moderno.

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E’ Edvard Munch, certamente.  Anche se questo dipinto non è tra i più famosi, e i colori sono più accesi del solito, e non è così angosciante (come L’urlo, appunto), io dico che lo stile si riconosce lo stesso. Il quadro che vedete sotto, invece, non ha bisogno di quiz. Infatti basta saper leggere in alto a destra per capire che l’autore è Pablo Picasso.

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E il quadro sotto? Potrebbe essere un altro Picasso? O forse un Braque? Io, quando disegnano le chitarrine a pezzetti, me li confondo sempre. E quindi rimarrete col dubbio, perché non sono sicuro neanch’io.

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Ed ecco un altro artista che si riconosce alla prima occhiata. Se non lo riconoscete, anche qui basta leggere in fondo a sinistra e troverete il nome.

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E’ certamente meno facile riconoscere l’autore del successivo dipinto, che espose con il gruppo Die Brucke, uno dei primi gruppi espressionisti tedeschi.

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Si tratta di Emil Nolde, ma se non lo avete indovinato non sentitevi in colpa, non era così facile. Un altro espressionista, come si deduce dallo stile, è l’autore del quadro sottostante. Non la faccio tanto lunga, perché mi sa che solo gli esperti d’arte lo riconosceranno (e infatti linkerò questo post alla mia collega di arte, vediamo un po’ se è preparata).

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Si tratta di Ernst Ludwig Kirchner. Vi dice nulla? No? Beh, non è mai troppo tardi per imparare.

Alla Kunsthalle di Amburgo non è molto facile orientarsi, e poi, se non ricordo male, ci sono pochissime scritte in inglese (e  il tedesco, come direbbe la mia amica Anna Canali, non è di tutti). Per cui mi sa che facciamo un po’ di confusione con l’itinerario, ma poco importa.

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Pensando di aver sbagliato stanza, ci ritroviamo invece immersi ancora nella pittura espressionista. Ora, se l’autore del ritratto seguente non è molto famoso (tale Max Beckmann, che io non conoscevo), più semplice è riconoscere quello ancora seguente.

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E’ uno dei miei pittori espressionisti preferiti (per essere più precisi, apparteneva alla corrente della Nuova oggettività), dallo stile inconfondibile. Uno dei suoi quadri più famosi, Ritratto della giornalista Sylvia Von Arden, è spesso citato da me e Alessandra perché il soggetto ci ricorda il nostro amico Alessino di Berlino, anch’egli di volto e fisico espressionista. Guardate che faccia ha il bambino del dipinto… bellino, eh?

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Avete indovinato? Si tratta di Otto Dix. Bravissimo, a mio parere. E inquietante. Via, quello sotto è facile, visto che lo abbiamo già incontrato.

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Ed eccoci alla simpatica civetta zebrata. Certo non è l’opera più famosa dell’autore, ma è riconoscibile, secondo me.

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Ebbene sì, è un altro simpatico Picasso. Non un capolavoro, direi, ma a rivenderla sono sicuro che qualche centinaio di euro ci si tirano fuori.

Stiamo per abbandonare il settore dell’arte moderna per passare a quello dell’arte contemporanea. Prima, però, non resisto e scatto una foto a un’altra scultura. Non so di chi sia, ma Michela che, dietro, accucciata, scatta una foto, dà un tocco di classe alla composizione totale dello scatto.

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Chiediamo come si fa a passare dal settore moderno a quello contemporaneo. Ci dicono che bisogna passare dal bar-ristorante. E che bar-ristorante! Molto liberty e very chic-chic!

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Questo è il corridoio, con tanto di scrittura mobile che fatico a leggere, perché troppo mobile, che ci porta al seminterrato, dove troveremo la mostra temporanea di una fotografa (anzi, artista visiva) americana. Sono curioso.

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L’artista in questione è Roni Horn. Ho messo la foto col nome per farvi vedere in che stato è la mia Nikon. Le vedete quelle macchioline scure sparse per tutta la foto? Io li chiamo i parameci, e ormai mi tormentano da mesi, da quando appunto riesco a toglierli solo parzialmente. Per fortuna non si vedono in tutte le foto, ma sono un grande problema. Ho provato a smontare la macchina, a pulirla, la situazione pare migliorare, ma è solo una cosa temporanea. Lo so, c’è da inorridire.

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Questa Roni Horn, a giudicare da questa mostra, sembra specializzata nei ritratti e nel passare del tempo. E’ brava, però.

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Questo scatto, invece, rappresenta Ale nello spazio museale. Così, mi piaceva per la luce e per la composizione.

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A un certo punto vediamo una sala piena di queste strane foto, che lì per lì non capiamo cosa rappresentino. Andando vicini si capisce che si tratta di teste di uccelli viste da dietro. Interessante.

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Non resisto e faccio mettere in posa Alessandra, per un’altra delle nostre sessioni “Interagisci con l’arte”. Il colpo di genio sta nel farle mettere il cappuccio.

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Questa dovrebbe essere la nipote della fotografa. A un certo punto non ci abbiamo più capito molto, perché si vedevano foto di questa bambina e poi di un’adulta che le assomiglia molto, sicché abbiamo pensato che fosse lei da grande. Insomma, mi sa che Roni Horn ha fatto apposta a confonderci le idee, perché ha mischiato foto sue da bambina con le foto della nipote a varie età, e non si capisce più chi sia chi.

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Un’altra foto di Ale nello spazio museale.

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Via, un ultimo quiz concedetemelo. Lo riconoscete l’artista qui sotto? E’ uno dei miei artisti preferiti del ‘900, un tipetto tosto, che spesso ritrae corpi dilaniati, è inquieto e inquietante, è inglese e si tratta di…

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Francis Bacon. Un genio. E passiamo così dalla mostra temporanea di Roni Horn alla permanente di arte contemporanea.

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Scatto qualche foto agli ambienti museali e alle persone che li abitano o li visitano.

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Questa è una bella installazione, in cui si può entrare solo uno alla volta. Sono scatole di ferro attaccate l’una all’altra, ognuno con una foto di un deportato nei campi di sterminio nazisti. Simmetrico, efficace e claustrofobico.

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Ma non si annoiano i custodi dei musei a stare in piedi tutto il giorno? Per fortuna a qualcuno è concesso guardare il panorama fuori.

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Faccio una foto a un’opera molto contemporanea, con tutti gli inutili “artrassi” (livornese per “aggeggi”, come nell’espressione “c’è più artrassi qui che all’upim”) appesi alla parete. Inutile.

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Un’altra foto all’architettura interna del museo.

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E un’altra ancora, dall’alto. Mi sa che il contenente è più interessante del contenuto, stavolta.

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E ancora un’altra.

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E ancora un’altra.

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E così la mattina è trascorsa. Ci sentiamo arricchiti, ci sentiamo migliorati ma, soprattutto, abbiamo fame. Decidiamo quindi di fermarci a mangiare qualcosa alla caffetteria del museo contemporaneo. Ale è contenta. Quando ha fame, non si regge. Sarà per questo che uno dei soprannomi che le ho affibbiato è “ganascia”. Gli altri non ve li dico.

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Ne approfitto per scattare una foto alla nostra bellissima vicina di tavolo alle prese con un bicchiere di vino bianco, essa stessa un’opera d’arte.

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Facciamo due chiacchiere, due risate, ordiniamo la soup of the day (ai funghi, che sospettiamo essere una knorr) e una teglia di schiacciata (livornese per “focaccina”) alle cipolle e pancetta. Buona ma tutt’altro che leggerina.

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Dopo un cattivo espresso, siamo pronti per riprendere il cammino. Non prima però di esserci fermati al negozietto del museo. Qui le nostre due eroine si scatenano. Insisto per far loro una foto all’uscita del negozio per documentare le loro spese. Alessandra ha in mano una calamita, una borsa del museo e due pulisci-occhiali con una frase arguta in tedesco che mi sono fatto tradurre in inglese dalla commessa. Il primo pulisci-occhiali è per la mia Nikon, per vedere se riesco a toglierle un po’ di parameci. Il secondo è per la nostra amica Viola, perché c’è una frase che parla della realtà, e lei porta gli occhiali ed è molto legata al concetto estensibile di realtà. Come potete intuire ancora dalla foto, è Michela quella che si è data più da fare, ed è qui che ho capito che aveva qualche problema di shopping compulsivo. Ha comprato non una, non due, ma tre borsine verdi; oltre a due spille giganti e chissà che altro. E la storia non finisce qui.

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Finisce qui, invece, questo post, perché rischia di essere troppo lungo e perché ho ancora un’ottantina di foto da caricare per descrivere il nostro ultimo giorno ad Amburgo, dove ritroveremo le co-protagoniste di questa vacanza tedesca, la nostra amica Sabrina e l’adolescente ribelle Marlene.

Spero che, dopo tutta quest’arte, vi sentiate arricchiti anche voi, come noi dopo la visita alla Kunsthalle.

Ah, l’avete fatto il conteggio di quanti pittori avete indovinato? No? Ve lo dico io?

Pochi, troppo pochi.

Ciuchissimi!

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