Amburgo – QUARTO fotoracconto: fotografia, arte contemporanea e saluti

Dopo il pranzo nella caffetteria del Kunsthalle, usciamo dal museo e ci ritroviamo sotto una pioggia torrenziale. Ho fatto male a mettermi le mie Camper bucate: in pochi secondi sono fradicie, come pure i calzini, come pure i piedi. E’ vero che ci siamo portati dietro il cappauei, ma non basta: nessuno di noi ha un ombrello, e molto presto ci ritroviamo mézzi di strizzo.

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Mentre fumiamo una sigaretta al riparo, decidiamo sul da farsi. Io vorrei vedere qualche edificio in centro, ma la pioggia proprio non lo permette. Sabrina ci manda un sms con scritto: “Siete sempre vivi?”. Sì, bagnati ma vivi. Quando piove in vacanza, non c’è che una cosa da fare: infilarsi in un museo. Per fortuna ce ne mancono un paio: il museo della fotografia e un altro di arte contemporanea internazionale. Decidiamo quindi di muoverci in quella direzione. Con Sabrina ci sentiremo nel tardo pomeriggio.

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I due musei sono nello stesso luogo in centro, non molto lontani. Incuranti della pioggia, andiamo verso la nostra meta, mentre scatto una foto a un edificio moderno.

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I musei sono ricavati da vecchi magazzini di non so che cosa, e sono l’uno di fronte all’altro. Decidiamo di cominciare da quello della fotografia, dove ci attende il poster di un’esposizione temporanea dal titolo Visual Leader 2011, con tanto di corpulento Gerard Depardieu che brandisce un coltello. Sono curioso.

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All’entrata del museo, ci scattiamo una foto ricordo per non scordarci del bel tempo di Amburgo (ma ieri c’era il sole!).

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Scopriamo che la mostra finisce proprio oggi, e infatti c’è una bella fila prima di entrare alla biglietteria.

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Superata la fila facciamo il biglietto cumulativo per i due musei e ci avventuriamo nel primo. La foto all’ingresso mi pare di averla già vista da qualche parte, forse su Internet. E’ bello essere nei posti dove succedono le cose.

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Entriamo e subito comincio a scattare foto d’ambiente. Il posto è molto bello e, a una prima occhiata, anche ben allestito.

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Ma ecco che subito si avvicina una solerte giovin custode, vagamente abbigliata anni ’80, che mi ferma. Mi preparo all’ennesima partaccia. E invece no. Mi dice che se compro il badge da fotografo posso fare tutti gli scatti che voglio. Il badge costa la modica cifra di uno o due euro. Naturalmente decido per il sì, ma mi preoccupa rifare tutta la fila alla biglietteria. Ma la solerte e gentile giovin custode, ci pensa lei, e mi fa avere subito il badge da una sua collega bigliettaia.

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E adesso mi sento realizzato, perché potrò scattare tutte le foto che voglio senza essere sgridato o disturbato. Chiedo ad Alessandra di scattarmi una foto per immortalare l’evento e la faccia di birichina soddisfazione.

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E allora, via! La mostra è divisa per settori e vedo subito delle belle foto. Oltre alle belle foto, noto anche delle pareti colorate che si prestano benissimo come sfondo.

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Quindi mi avvicino al pannello rosso scuro e comincio a scattare, non tanto alle foto in mostra, quanto alla gente che le guarda. Perché, se hai il badge, nessuno può dirti niente.

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Che soddisfazione! Guardate che bel contrasto tra il rosso dello sfondo e il giallo della giacca. Sono troppo contento.

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Naturalmente, oltre a fare le foto, mi concentro anche nel guardarle, le foto, perché la maggior parte sono molto belle. Come dicevo prima, la mostra è divisa per settori tematici, ed espone le migliori foto dell’anno. Accanto ad ogni foto c’è un cartellino col titolo, l’autore, il luogo dello scatto, e qualche riga di presentazione. Peccato che sia tutto in tedesco. C’è una parola, però che ritorna spesso: jahres. Mi faccio coraggio e in inglese chiedo a una visitatrice cosa voglia dire. Mi guarda come se fossi un cretino e mi risponde: It means ‘Year’. In effetti, essendo le migliori foto del 2011, potevo arrivarci anche da solo. Queste qui sotto, ad esempio, sono tra i migliori scatti di fotogiornalismo. La prima, come si può dedurre, è di un villaggio in Africa.

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La seconda riguarda il salvataggio di un bambino da una miniera di non so quale paese. Sono tutte foto pubblicate sulle maggiori riviste di reportage e fotografia. Ce n’è anche una scattata in Italia durante lo sbarco dei clandestini a Lampedusa. Bella, ma non l’ho fotografata.

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Passo poi al settore “Ritratti”, meno emozionante ma esteticamente bello.

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E poi mi lascio guidare dall’istinto e dai colori dei pannelli, alternando foto di moda a reportage, personaggi famosi a copertine di riviste. E mi diverto a scattare foto agli ignari spettatori.

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Certo, qualche spettatrice è più bella di altre, questa qui sotto sembra uscita da un film della Nouvelle Vague.

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Ed ecco un’altra ragazza molto carina che però si accorge che sto scattando la foto proprio a lei. In questo caso la mia tattica è: togliere lo sguardo dal mirino fingendo di guardare la parete dietro di lei (come a dire: ho fatto una foto allo sfondo e, guarda caso, ci sei entrata anche te).

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Concludo con la sezione reportage. Vedo una foto scattata, se non sbaglio, in Russia e noto una certa somiglianza (nelle facce e nella montatura degli occhiali). Chiamo Michela e la faccio mettere in posa. La foto si intitola: “Michela e i suoi parenti russi”.

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Finita la visita, l’irrinunciabile sosta al negozietto di souvenir artistici. Già, perché lo shopping compulsivo di Ale e Michela va avanti indisturbato.

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Mentre loro si intrattengono allo shop, io mi diletto con una foto artistica di natura morta appena fuori dal museo. Si intitola: “Cestino della spazzatura con un tocco di viola”. Ale dice che è una foto inutile, ma a me piace.

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Ed eccoci pronti per il nostro quarto museo, proprio di fronte. Ah, forse non ve l’avevo detto ma queste strutture adibite a mostra si chiamano Deichtorhallen. Sta ancora piovendo, anche se molto meno rispetto a prima. Facciamo una piccola corsa e ci prepariamo per un nuovo tuffo nell’arte contemporanea.

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Appena entrato, scatto subito una foto dal vago stile hopperiano.

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Le dipendenti appaiono molto rilassate, in questo museo. Si vede che l’arte contemporanea mette meno in soggezione.

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Ed ecco che comincia il nostro tour. Rispetto al museo visitato in mattinata, questo sembra più internazionale. Ci sono opere di artisti da tutto il mondo.

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Mentre io scatto foto a tutt’andare, Alessandra afferra la sua minitelecamera e comincia a girare brevissimi filmati. Di che cosa? Lo saprete quando si deciderà a scaricarli sul computer e a caricarli su internet. Se non sbaglio qui stava riprendendo una sedia autogirevole.

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All’interno del museo c’è una guida che spiega le opere a un gruppo di tedeschi. Oltre al fatto che non ci capisco niente, mi danno un po’ noia perché affollano un’opera dopo l’altra impedendo agli altri di vederla. Quando la folla si dirada, vado a vedere di che cosa stavano parlando. Mah…

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Abbiamo dei rappresentanti dell’arte orientale (giapponese?). Questo qui, stile fumetto, l’ho già visto in vari altri musei, ma non chiedetemi il nome dell’autore…

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C’è poi questo bel ritratto, e anche qui, invece che scattare una foto all’opera da sola, preferisco far entrare nell’inquadratura anche il berrettino rosso di Michela, che fa pendant col rossetto.

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Questa sotto parrebbe un po’ blasfema. Ma d’altronde l’arte è libera espressione.

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Ale insiste con la sua telecamerina. Io la assecondo.

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Incredibile! C’è anche un italiano, in mezzo a tutti questi artisti internazionali. Riconoscete di chi si tratta? E’ un artista che a me piace. Si tratta di Cattelan. E anche se questa non è certo una delle sue opere migliori, decido comunque di immortalarla per puro campanilismo.

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La foto qui sotto mi piace, non solo per l’interazione tra la donna e l’opera, ma anche per la posizione del corpo, in torsione, e il movimento dei capelli.

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L’opera qui sotto, invece, è quella utilizzata per il manifesto della mostra. A me non piace molto, ma mi sento in dovere di fotografarla. Non so se lo notate, ma le due puzzole mostrano considerevoli attributi in semi-erezione. Via, questi artisti contemporanei  non sanno più cosa inventarsi…

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Ed ecco invece una specie di ibrido tra un daino e un cane. Dal vivo è piuttosto inquietante.

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Un’altra foto dal gusto hopperiano…

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Qaulche bella (ma inutile) scrittina colorata…

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Altro colore (non posso fare a meno di notare che il contemporaneo è molto colorato)…

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Anche queste due sculturine malefiche giapponesi sono molto colorate e famose.

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Davanti all’ennesimo scatolone insignificante, Alessandra e Michela paiono scoraggiate. Ma il bello deve ancora venire…

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Entriamo nella stanza successiva e vediamo una donna a terra. L’indifferenza delle altre persone ci fa subito capire che si tratta di un’opera d’arte.

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Inevitabile il paragone con un’altra opera contemporanea che mi colpì molto alla mostra londinese Sensation, vista nel lontano 1997. In quel caso si trattava del ritratto del padre morto di Ronald Mueck, un genio. Era un corpicino grigio, nudo, steso a terra, perfettamente proporzionato (ma molto più piccolo dell’originale), davvero inquietante.

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Questa qui, invece, viene quasi da dargli un calcio per dirle di tirarsi su.

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Ha comunque il suo fascino, e anche Ale e Michela ne paiono convinte.

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Nella stanza non c’è nessuno tranne noi, e decidiamo che è il momento giusto per un’altra delle nostre performance “Interagisci con l’arte”. Faccio sdraiare Ale a pancia in giù accanto alla signora e il gioco è fatto.

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Nella stanza successiva notiamo due ritratti che ci colpiscono molto. Oltretutto, le donne ritratte, hanno un volto familiare. Le riconoscete?

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Si tratta di due attrici famose, reinterpretate dalla pittrice. Se non l’avete scoperto, potete leggere i cartellini qui sotto, dove compare anche il nome dell’autrice, Dawn Mellor, che immortalo per non dimenticare.

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E subito dopo ecco un’altra sorpresa, un manichino pensieroso appoggiato a una cassa. Fa un certo effetto, perché sembra che debba alzare la testa da un momento all’altro.

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Michela lo studia attentamente, cercando di scoprirne un qualche punto debole.

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Io e Ale, invece, vediamo una ghiotta occasione per un’ennesima puntata di “Interagisci con l’arte”: come resistere alla tentazione di farle il solletico per vedere se è davvero di plastica o se scoppierà a ridere in mezzo alla sala?

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Ed ecco che, con la signorina accasciata sulla cassa, finisce la nostra visita al quarto museo della giornata. Ah, come mi sento arricchito! Quasi dimenticavo: mica penserete che le nostre due eroine abbandonino il campo prima di aver visitato lo stilosissimo Museum Shop? Altro giro, altra corsa, e la valigia di Michela, al ritorno, conterrà qualche chilo in più di souvenir.

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Ed eccoci di nuovo all’aperto. Non piove più, ma abbiamo ancora scarpe e calzini bagnati, quindi decidiamo di tornare a casa a cambiarci, per prepararci per l’ultima cena con Sabrina che, nel frattempo, con un sms, ci chiede: “Arabo, Greco, Giapponese o Tedesco a casa mia?”. Le rispondo optando per arabo o greco.

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Ormai ci siamo ambientati ad Amburgo e, per tornare a casa, invece del solito bus, decidiamo di prendere la metro. Michela, sul treno, riflette attentamente su tutto ciò che ha visto nei musei. Si sa, studiava storia dell’arte…

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Il tempo non accenna a migliorare. Speriamo solo che quando scenderemo dalla metro, non ricominci a piovere.

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Per fortuna non piove. Scendiamo a Eppendorfer Baum, perché il nome ci ricorda quello della via dove prendiamo l’autobus. In realtà scopriamo che oltre a Eppendorfer Baum, c’è anche Eppendorfer Strasse, Eppendorfer Weg, e molti altri. Probabilmente siamo vicini a casa, ma non sappiamo che direzione prendere. Proviamo.

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Torniamo indietro e riproviamo. Macché, non sappiamo dove andare. Siamo sicuri di non essere lontani, e non ci resta che seguire l’istinto. Io cammino più veloce e le bimbe rimangono indietro.

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Faccio una foto a un cane per strada, che qui ne abbiamo visti pochissimi (gatti: nessuno), almeno rispetto a Livorno, la città dei cani, la patria dei cani, il bengodi dei cani, in pratica a Livorno i cani sono i padroni di tutto. Comandano loro. Sono loro che portano a giro gli uomini col guinzaglio. E siccome, oltre ai cani, Livorno è la città dei tatuaggi, pare che aprirà presto un negozio di tatuaggi per cani. E il tatuatore è un cane.

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Dopo un’ora stecchita di camminata in su e in giù, finalmente arriviamo a casa. Ci laviamo, ci cambiamo e ci rilassiamo con un caffè. Ma il tempo stringe, e tra pochi minuti è già ora di uscire per cena.

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Sabrina al telefono ci dice che ha prenotato al ristorante greco. Mmm buono, è da quando sono stato a Creta che non ho più assaggiato la cucina greca. Dice di incontrarsi all’angolo della nostra strada, dove c’è il verduraio. Quindi finiamo di prepararci e usciamo per la nostra ultima serata ad Amburgo.

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Aspettiamo cinque minuti e finalmente vediamo apparire Sabrina. E con lei c’è anche Marlene! Lo sapevo, la ragazzina ribelle si sta affezionando. E dal suo sguardo in camera si percepisce che non le dà neanche più fastidio che le scatti delle foto. Ecco, il più è fatto. Stasera riuscirò a farla parlare in italiano. Riuscirò a farla comunicare. Ce la farò. Ce la farò.

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Dopo un quarto d’ora a piedi, arriviamo da Christos, il ristorante greco preferito da Sabrina. Ci dice che è il migliore di Amburgo ed è anche economico, e io, dei gusti culinari di Sabrina, mi fido ciecamente.

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Il cibo è veramente buono, sotto consiglio di Sabrina assaggiamo un po’ di tutto, e finiamo in un battibaleno. Io, per una volta, mi tolgo la Nikon dal collo, la appoggio accanto a me, mi godo la cena, e la riprendo in mano solo a piatti finiti (anzi, spolverati).

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La conversazione però langue. Non tanto tra noi e Sabrina, quanto con Marlene, che ormai è diventato il mio cruccio personale. La ragazzina ascolta tutto, perché capisce perfettamente l’italiano, ma non spiccica parola. Ma come? E io che pensavo che ormai si fosse affezionata, che fosse disposta a dare una piccola soddisfazione agli amici di mamma… macché, niente da fare, la ragazzina non molla, rimane tedeschissima. Ale scatta una foto, ma come al solito le sue inquadrature lasciano un po’ a desiderare, e purtroppo Marlene è seminascosta dalla bottiglia dell’acqua. Eppure, quello sguardo…

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Ma è già ora di tornare a casa. Domattina ci svegliamo molto presto, abbiamo il pullman per Copenhagen. Oltretutto domani arrivano ad Amburgo i cugini di Sabrina, a cui lasciamo l’appartamento. Immaginiamo già Sabrina che ricomincerà i suoi tour enogastronomici con i parenti. E Marlene? Chissà se con loro parlerà in italiano? Devo dire che solo il pensiero mi rende geloso. Ci salutiamo, e mi pare che Marlene, senza dire niente, ci saluti con un bacetto sulla guancia. Ma forse è solo la mia immaginazione. Torniamo a casa e ci prepariamo per andare a letto. Non prima di avere un po’ rassettato la casa. A Michela tocca la lavastoviglie. Chissà come sarà contenta di vedersi in questa posa da sexycasalinga…

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E Alessandra? Beh, come al suo solito giace languida e sexy sul divano. Con un pigiamino che è tutto un programma. E i soliti calzini ai piedi, perché è freddolosa.

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Che dire d’altro, prima di lasciare la Germania e avventurarci in Danimarca ? Che Amburgo ci è piaciuta molto, che Sabrina è stata un’ospite gentile e premurosa. Grazie Sabrina, siamo stati benissimo. E un ringraziamento speciale anche a Marlene, protagonista, volente o nolente, di questi fotoracconti. Che forse avrà letto. Ci avrà riso? Si sarà irritata? Chissà… So che voglio farle un’ultima sorpresa finale. Questa è la foto che mi mandò Sabrina quando Marlene aveva pochi mesi. Sperando che gradisca…

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Ciao, Marlene, ci vediamo in Italia.

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