Festival della Mente – FOTORACCONTO

Interrompo i fotoracconti delle vacanze nel Nord Europa per raccontarvi del nostro weekend al Festival della Mente a Sarzana. Come al solito, ve lo racconterò usando parole e immagini. Così, chi non ha voglia di leggere, può guardare solo le figure, come si faceva un tempo dal parrucchiere o dal dottore. Perché Sarzana? Semplicemente perché volevamo andare al Festival del Cinema di Venezia, ma ci siamo decisi troppo tardi e si trovavano sistemazioni solo a prezzi altissimi e alla fine abbiamo deviato verso la Liguria. Il Festival cominciava venerdì 2 e finiva domenica 4. Il 5 sarei dovuto rientrare al lavoro. Così venerdì siamo partiti subito dopo pranzo, con le solite perle di saggezza di Emilia, mia suocera: “Andate piano, ma dove andate, ma perché non rimanete a Livorno…”  (Emilia è in totale accordo con il motto del Sodalizio Mvschiato “Statevene a casa vostra!”). E invece, ignorando i consigli che ci vorrebbero incatenati a Livorno, ancora una volta abbiamo preso la mia Micra e siamo partiti. Con la nostra fedele voce-guida, la signorina TomTom.

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Prendiamo l’autostrada e arriviamo in poco più di un’ora. Alessandra, dopo faticose ricerche sul web, aveva trovato un agriturismo (a 10 minuti dal centro di Sarzana) con appartamentino per 4 persone a soli 15 euro a notte a persona. Appena ci arriviamo, ci accoglie Gocciola, la canina del luogo.

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Ed eccolo, il nostro appartamento. Il proprietario è giovane e simpatico, ci consegna le chiavi, ci spiega come arrivare al Festival e ci lascia in pace per tutti e tre i giorni. Perfetto.

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Entriamo in casa, posiamo le borse, ci facciamo un caffè, ci rinfreschiamo un po’ e siamo pronti per allargare la nostra mente al Festival della Mente.

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Ed eccoci qua, appena giunti alle porte di Sarzana. Decido subito di fare una foto di gruppo. Da sinistra, in piedi: io, la supertecnologica Viola col suo nuovissimo I-phone, la dottoressa Micaela signora del West. Accucciata: la sportiva Alessandra.

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Entriamo in paese e ci accoglie questa grande statua. Ci aggiriamo per la città in cerca dell’organizzazione del Festival.

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Scatto un paio di foto ai monumenti più importanti: la cattedrale di Santa Maria Assunta:

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La chiesa di Sant’Andrea:

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Una lapide antifascista:

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E finalmente, dopo aver chiesto in giro, troviamo il chiosco delle informazioni, con tanti giovani e solerti volontari pronti a rispondere alle nostre domande.

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L’apertura del Festival è alle 18, quindi abbiamo poco più di un’ora per organizzarci. Avevamo comprato dei biglietti su internet, ma tanti eventi erano già sold-out. Ci spiegano però che alla biglietteria centrale possiamo controllare se qualche evento è ancora disponibile e che, mezz’ora prima di ogni incontro, ci sarà una biglietteria in loco che venderà i biglietti avanzati. Senza indugi ci rechiamo alla biglietteria, perché tutti i biglietti che abbiamo prenotato sono per il sabato e per la domenica. Viola mostra subito le sue doti di ragazza supertecnologica: invece di scriverli, gli eventi ancora disponibili, fotografa la lista col suo I-phone. E pensare che fino a un anno fa non voleva neanche iscriversi a Facebook. Come si caaaaaambiaa…

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Prendiamo ciascuno un programmino e ci mettiamo al bar a studiarlo. Intanto scopriamo che l’incontro iniziale è aperto a tutti, quindi quello è già deciso.

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Poi ci mettiamo in fila per ritirare i biglietti prenotati su internet. Qui scopriamo che l’incontro principale del festival, quello col filosofo Zygmunt Bauman alle 21, è tutto esaurito. Ma c’è ancora qualche biglietto disponibile per l’incontro numero 3 alle 19: “Tipi di menzogna”, della filosofa Franca D’agostini. Compriamo quello e anche quello per l’incontro delle 23e15 con lo scrittore Alessandro Barbero (“Come pensava un uomo nel medioevo? Il frate”).

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E giunge quindi il momento dell’inaugurazione. C’è moltissima gente e il tendone che ci accoglie è strapieno e non molto fresco. Ascoltiamo il discorso del sindaco, degli organizzatori, ma appena comincia l’intervento di Chiara Saraceno “Troppa disuguaglianza è un freno al benessere di tutti” (che scoperta…), ci alziamo e ci avviamo verso l’incontro sulla menzogna.

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L’incontro si svolge in un altro tendone (caldo!) al chiostro di San Francesco, accanto a una vecchia centrale.

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Prima che cominci l’incontro, Viola non fa altro che spippolare sul suo I-phone, solo per scoprire che non le va la connessione internet. Per fortuna accanto a lei c’è la superesperta di telefonia mobile, la dottoressa Micaela signora del West, che saprà sicuramente come risolvere la questione.

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L’incontro con Franca D’Agostini è interessante e in pratica sviscera tutti i tipi di menzogna e di mentitori utilizzando citazioni filosofiche a tutt’andare, facendo però dei distinguo tra Filosofia con la F maiuscola (quella istituzionale, credo intenda) e filosofia con la f minuscola (quella per il popolo, credo intenda). I tipi di menzogna sono: la menzogna semplice, la meta-menzogna, la pre-menzogna, la menzogna senza menzogna e la menzogna di silenzio. Ma il nodo fondamentale è: la menzogna è buona o cattiva? La risposta è: la menzogna è cattiva ma a volte anche buona. L’incontro è pieno di gente entusiasta e dura più di un’ora. La Franca è brava, tiene l’attenzione, ma legge. E questo non mi piace.

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Finito l’incontro, andiamo a cena. Troviamo per caso un buon posto, mangiamo dei primi tipici di Sarzana, spendiamo poco, ma Viola ci fa capire che, anche se avessimo speso molto, non ci sarebbero stati problemi: lei è piena di soldi.

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Di corsa proviamo ad andare all’incontro con la I maiuscola, quello che tutti aspettano, la conferenza di Bauman dal titolo “Sul concetto di comunità e rete, sui social network e facebook”. Ma è davvero strapieno e anche se aprono le tende laterali, non riusciamo a capire molto. Io comunque scatto una foto all’ottantaseienne sociologo polacco, ideatore del concetto di “Società liquida”.

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Rinunciamo a Bauman e tentiamo la fortuna alla Fortezza Firmafede per l’incontro-spettacolo dal titolo “Italy”, con l’attore Giuseppe Battiston e il cantautore GianMaria Testa. Si tratta di un poemetto di Pascoli su una bambina italiana nata in America e che torna in Italia per curarsi. Intervallato dalle canzoni di Testa. L’evento è appena iniziato, non ci sono più biglietti, ma per fortuna ci fanno entrare lo stesso (aggratis, oltretutto).

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Scatto la foto che vedete sopra e una signorina dell’organizzazione, non proprio simpatica, mi dà una botta sulla spalla e mi fa di no col ditino. E io, incredulo: Non si possono scattare foto? E lei mi rifà no no col ditino. Vorrei strapparglielo a morsi, quel ditino. Mi metto a seguire il poema e mi accorgo che questo Battiston (già visto in Pane e Tulipani e in molti altri film italiani) è proprio bravo, riesce a farti vedere tutto, anche se il poemetto è piuttosto lezioso, nello stile pascoliano. Anche Testa non mi dispiace, ma Ale dice che sembra la brutta copia di Fossati. E in effetti lo ricorda. A un certo punto, verso la fine dello spettacolo, comincia a piovere forte. Assistiamo al fuggi fuggi del pubblico. Qualcuno si ripara sotto una tettoia, qualcuno si attrezza con ombrelli, giacchetti e fogli di giornale. Ma lo spettacolo viene interrotto per alcuni minuti.

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Per fortuna smette di piovere e la performance continua. La maggior parte delle persone è in piedi sotto il palco e anch’io, dopo essermi accertato che l’antipatica signorina col ditino no-no-no non è in vista, mi avvicino al palco e scatto un paio di foto agli artisti.

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Finito lo spettacolo, ritorniamo in Piazza Matteotti per l’incontro di Barbero sul Medioevo. In pratica Barbero, romanziere esperto di storia, ci racconta la storia di Salimbene da Parma, un francescano che nel 13° secolo ha scritto un libro di cronache, documentando quel che succedeva intorno a lui. L’incontro è in pratica un riassunto del libro, ma è comunque interessante.

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Anche Viola è d’accordo, e dopo l’incontro mi dice che l’ha seguito tutto per filo e per segno. Le prove fotografiche, però la inchiodano in un momento di relax insieme ad Alessandra, mentre io e Michela ce la ridiamo.

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E’ passata la mezzanotte e gli incontri sono finiti. E’ l’ora di tornare al nostro agriturismo. La mattina ci aspetta la sveglia alle 8. Non vogliamo perderci niente. E infatti il mattino seguente torniamo a Sarzana, facciamo colazione al bar (dove Ale rovescia il cappuccino) e proviamo a recuperare dei biglietti per la mattinata.

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Alle 10 c’è l’incontro con il designer Enzo Mari, “L’anima del design”, e a Michela piacerebbe molto vederlo, perché ci dice che a casa ha una libreria progettata proprio da Enzo Mari. L’incontro è al Teatro degli Impavidi, ma è tutto esaurito.

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Proviamo comunque a metterci in fila, nella speranza che si liberino dei biglietti.

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Lascio le ragazze in fila e mi allontano per scattare qualche foto. Entro dentro la cattedrale.

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Poi esco e scatto qualche foto alle persone per strada.

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Infine torno verso la fila e mi siedo su uno scalino a leggere. Sto leggendo un libro molto bello ma non proprio allegro.

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Io ve lo consiglio, anche se il titolo non è dei più ottimisti. E’ la storia di due anziani coniugi che si opposero al regime hitleriano. Un must consigliato anche da Primo Levi, che se ne intendeva.

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Mentre siamo ancora in fila, incontriamo il primo livornese. Trattasi di Nicola Vukic che sta per entrare all’incontro con Mari. Lui i biglietti li aveva prenotati tempo prima. E ha fatto bene, perché non ce n’è più per nessuno.

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Rassegnati, ci dirigiamo verso il cinema Moderno, dove c’è una conferenza di due ore dal titolo “Come si scrive un film”, di Francesco Piccolo. Ma anche qui i biglietti sono finiti e c’è molta gente in fila. A un certo punto arriva un tipo che, incautamente, chiede se qualcuno ha bisogno di un biglietto, che a lui avanza. Si fa avanti una signora col nipote, ma subito viene aggredita da quelle signore bionde che vedete a sinistra nella foto, che sostengono che loro c’erano prima. E così ottengono il biglietto. A noi non rimane che andarcene.

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Ci fermiamo a un bar per un caffè, in attesa della prossima meta sicura, quella per cui abbiamo già il biglietto. Intanto mi diletto coi ritratti delle mie compagne di viaggio.

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L’incontro per il quale abbiamo il biglietto è “La storia vista dalle donne”, della scrittrice spagnola Almudena Grandes (quella de Le età di Lulù, per intenderci). Ora, la Grandes è spigliata e simpatica, ma il titolo dell’incontro è fuorviante, perché in pratica non è altro che la presentazione del suo ultimo libro, nel quale la protagonista è una donna che si trova a combattere contro il Franchismo.

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Delusa da questa discrepanza tra le promesse di un titolo e l’effettiva conferenza, Viola abbandona l’incontro e va a leggere seduta sotto un pino.

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Solo alla fine della conferenza, mentre andiamo verso il pranzo, Viola ci svela il lato drammatico di quei momenti: mentre si sedeva per leggere è scivolata ed è caduta, ferendosi a un braccio.

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Ci fermiamo a pranzo in un ristorantino a caso, ordiniamo cose diverse, ma non restiamo molto contenti, tranne della birra che è buona e rinfresca.

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Dopo il caffè, Viola si cimenta col suo I-phone. Il collegamento a internet è ancora interrotto, e allora lei comincia a proporci il tormentone di Sarzana, ovvero il Quizzyyyyy. E’ un gioco che la nuova ragazza multimediale ha scaricato da internet, 25 domande di cultura generale a tempo e punteggio. Ci dice che vuole assolutamente rispondere a tutte e 25. E naturalmente ci coinvolge tutti. Ma, pur stabilendo il nuovo record (la nostra squadra si chiama Sarzanamente), ci fermiamo a quota 22.

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Poco prima di alzarci dal tavolo, facciamo il secondo incontro livornese, quello con Carlo Neri e consorte, un po’ restia a farsi fotografare per questo mio reportage, ma Carlo riesca a convincerla.

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Ci incamminiamo e per strada vedo questa bella pianta che sbuca in mezzo al cemento. E’ TROPPO poetica, e decido di fotografarla.

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Ci rimane ancora un po’ di tempo, prima del prossimo incontro, allora facciamo un salto in una piccola ma bella libreria, dove Viola prova a chiedere se hanno qualche libro di Gertrud Stein che a lei ancora manca. Macché, va via come il pane, la Gertrud.

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Alessandra e Michela, invece, si dirigono verso il chiosco informazioni dove il giorno prima avevano notato uno stand con delle borse in PVC del Festival. Il 5 settembre è il compleanno di Emilia, e Alessandra pensa di regalarle quella.

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La dottoressa Micaela invece non ha scuse, le borsine se le compra per sé, ne ha centinaia a casa, nella vacanza ad Amburgo e Copenhagen ne avrà comprate almeno sette o otto (non sto scherzando). E’ una drogata di borsine, e anche stavolta non si trattiene.

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Torniamo in Piazza Matteotti dove alle 15 si terrà l’incontro “A proposito dell’equilibrio” di Adam Philips, psicanalista e letterato. Vista la sbucciatura sul braccio che si è fatta cadendo, riteniamo che un incontro sull’equilibrio sia proprio quel che ci vuole per Viola.

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Il tendone però è strapieno e possiamo stare solo di lato, dove il sole picchia forte.

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Scatto una foto al conferenziere e mi rifugio all’ombra della fontana lì vicina a leggere il mio librino.

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L’incontro finisce alle 16 e alle 17 abbiamo quello successivo al Chiostro San Francesco. Mentre facciamo la strada, incontriamo uno dei gatti più grassi che abbia mai visto. In foto non rende, ma posso giurarvi che era davvero enorme.

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Ci fermiamo al bar a prendere un ghiacciolino per rinfrescarci, perché fa veramente molto caldo e mi pento di non aver indossato i miei pantaloni corti, con l’assurda idea che poi la sera, a Sarzana, fa freddo. E dalla foto adesso sapete che il gusto di ghiaccioli preferito dalla dottoressa Micaela signora del West è l’amarena.

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Arriviamo all’incontro in anticipo e ci accomodiamo. Il relatore è Salvatore Veca che parlerà de “L’immaginazione filosofica”. Ma l’incontro è francamente palloso, nonostante la simpatica interruzione delle campane, e molto specifico, pieno di citazioni filosofiche con la F maiuscola. Ricordo di essere stato attento al primo discorso, ovvero che l’immaginazione filosofica è l’unione di due operazioni, l’esplorazione di connessioni e la coltivazione di memorie. Poi mi sono perso e ho fotografato il tatuaggio sul collo di Viola. Ma tra le citazioni di Veca me ne sono segnata una di Nietsche che mi pare molto bella: “La gioia non chiede e non ha bisogno di eredi”.

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Ed ecco che alla conferenza di Veca incontriamo il terzo livornese, il mitico Paolo Lago da sempre attento agli eventi culturali che ci circondano. Lo salutiamo in fretta e ci dirigiamo verso il teatro degli Impavidi, dove l’invasata Viola DEVE assolutamente assistere alla lettura di poesie della sua poetessa preferita, Patrizia Cavalli, nonostante i biglietti siano esauriti. Ma lei s’è portata dietro il libro, DEVE farselo autografare!

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Arriviamo davanti alla biglietteria più di un’ora prima. Davanti a noi c’è solo un ragazzo, quindi siamo il secondo, terzo, quarto e quinto: se avanzano dei biglietti, saranno nostri! Ci sediamo con pazienza mentre Viola comincia a leggere ad alta voce qualche poesia della Cavalli. Sono belle queste poesie, ironiche, credo che mi piacerà. Finalmente arriva uno dei responsabili e ci informa che i biglietti avanzati sono circa una trentina. Attendiamo ancora con pazienza e finalmente ce la facciamo.

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Ed eccola Patrizia Cavalli. L’incontro, dal titolo “La poesia sa già tutto”, dovrebbe dividersi in due parti: la prima parte consiste nel parlare di poesia, la seconda nel recitarla. Ho detto “dovrebbe”, perché la prima parte si riduce a dieci minuti scarsi in cui la Cavalli parla della poesia e dice anche delle belle cose, ma si confonde un poco e accelera troppo, per cui la parte teorica finisce subito. Lei tiene questo personaggio, sul palco, schietto e apparentemente svagato. Ed è molto brava. Tra l’altro ha i suoi libri di poesia e le sue fotocopie da cui leggere, ma non legge quasi mai, recita tutto a memoria. E molte poesie sono belle.

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Appena finisce la declamazione, Viola l’invasata scavalca quelli seduti vicino a lei e corre dalla Cavalli per farsi autografare il libro. Ma la Cavalli le dice che le firmerà il libro nell’atrio, insieme agli altri.

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Ed eccola, la copia firmata dalla poetessa. Purtroppo non ci scrive nessuna frase, ma solo “A Viola”, con la firma, nonostante io le avessi suggerito di scriverci “A Viola, l’invasata”. Ah, e già che c’è, Viola si fa firmare un’altra copia per la sua amica Maria (e la Cavalli va un po’ in crisi perché dice che ha già firmato una copia per una Maria… mah!)

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Viola è raggiante, ma d’altronde è bello vedersi realizzare un desiderio a lungo cullato. L’attesa per l’autografo, però, ci ha fatto perdere un po’ di tempo e abbiamo solo un’ora per la cena. E poi è sabato sera, i ristoranti sono pieni di gente. Proviamo con un indiano, ma ci va male. Allora scegliamo una pizzeria nella piazza centrale, ma non si rivela una buona scelta: attesa lunga, pizza al taglio di quella spessa e gommosa, che mi rimarrà sullo stomaco per tutta la sera.

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Ed eccoci di nuovo al teatro degli Impavidi per l’evento che sia Alessandra che Viola hanno tanto caldeggiato da casa: “Mind Juggler – il giocoliere della mente”.

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Arriviamo appena in tempo e ci sistemiamo in uno dei palchetti. Ma il caldo è davvero atroce, come potete intuire dalla foto.

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Ora, io non ho capito bene di cosa tratterà l’incontro, ma lo scopro presto. Il protagonista, che afferma di essere un mentalista, chiama un sacco di persone dal pubblico e cerca di indovinare (riuscendoci) le parole che pensano. Ovviamente tutti cerchiamo di scoprire il trucco, perché di trucco si tratta. Decidiamo che ci sono un assistente e una telecamera che gli danno una mano a sbirciare nei fogli che la gente utilizza per scrivere le parole pensate.

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Viola vorrebbe partecipare agli esperimenti, ma purtroppo il mago prende solo la gente in platea, e quindi siamo esclusi. Ma stendiamo anche noi le braccine quando il mago ce lo chiede.

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A un certo punto la dottoressa Micaela esce dal palchetto perché sta per svenire dal caldo. Quando torna ho il sospetto che il mentalismo del mago abbia fatto effetto sulla sua povera testolina.

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La serata dura più di due ore, e ne usciamo piuttosto annoiati e ancora meno convinti dell’efficacia del mentalismo. Torniamo all’agriturismo, dove Viola, allo specchio, riflette sull’errore di aver concesso tanta fiducia al Mind Juggler.

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Anche la mattina seguente, che è domenica, Alessandra si sveglia prima di tutti e aspetta più o meno pazientemente il nostro risveglio. Poi ci fa il caffè. Che tesoro…

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Facciamo le valigie, sistemiamo un po’ l’appartamento e siamo pronti per affrontare il nostro ultimo giorno a Sarzana. Abbiamo tre eventi in programma, coi biglietti già nelle nostre tasche. Viola nel frattempo scopre che fuori dall’appartamento c’è un albero di fichi e ne approfitta.

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Carichiamo le borse in macchina, paghiamo il proprietario e ci scattiamo una foto ricordo. Notate che bei sorrisi sinceri sulla bocca di tutti, ma soprattutto della dottoressa Micaela.

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Il primo incontro della domenica è stato raccomandato da Alessandra: si tratta di una lunga conferenza sul genio della danza contemporanea, Pina Bausch. I relatori, almeno da programma, sono Gianfranco Capitta, giornalista del Manifesto, e Pippo Del Bono, enfant terrible  del teatro italiano, amico di Pina Bausch. Inizia l’incontro alle 10, e Pippo non c’è. Capitta ci parla della Bausch, alternando la sua biografia ad aneddoti di vita privata. E poi della sue innovazioni coreografiche, alternandole a spezzoni video. Interessante. Ma Pippo non si vede.

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Pippo si presenta alle 11e45, con un’ora e tre quarti di ritardo. Si intuisce subito che in sala ci sono suoi ammiratori (ammiratrici, più che altro) e detrattori. Lui comincia a parlare e un bimbo in collo alla mamma comincia a piangere. Non tanto forte, solo un pochino. Allora lui dice alla mamma che non è il caso di portare i figlioli in questi posti. E in teatro si scatena la polemica. Chi lo attacca, chi lo difende, e lui fa il suo one man show, da buon provocatore. Insomma, non mi pare un granché simpatico, anche perché il suo ritardo ci ha fatto perdere l’incontro sull’anoressia con Michela Marzano previsto per le 11 e 30. La conferenza su Pina Bausch finisce alle 12 e 30, con alcuni aneddoti raccontati da Pippo sulla grande coreografa. Esco dispiacendomi di non aver mai visto un suo balletto.

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Fuori è appena finito un temporale incredibile, che abbiamo sentito bene anche dall’interno del cinema. Ne approfitto per una foto poetica.

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Vicino al cinema c’è un bel ristorantino e Viola si fa convincere dal cartello fuori che promette il maialino alla sarda. Ma, una volta seduti, scopre che il maialino non c’è, quindi ripariamo su antipasto e primi tipici della zona. Buoni, come anche il vino, ma un po’ carucci.

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E quindi ci rimane l’ultimo incontro delle 16 e 30. Abbiamo un paio d’ore da trascorrere. Decidiamo di trovare un posto dove sdraiarci e rilassarci un po’. Mi faccio un autoritratto che mi sembra spiritoso.

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Ci fermiamo in un pratino nei pressi della fortezza, dove scatto una foto che potrebbe essere la pubblicità del Festival della Mente.

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Poi, mentre Viola sonnecchia, io e la dottoressa Micaela leggiamo, Ale prende la Nikon e comincia a scattare. Sta migliorando, la ragazza. Questa foto sotto è proprio bella.

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Anche questa sotto è un tipico scatto artistico di Alessandra

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Ed eccoci pronti per l’ultimo incontro che, per paura del maltempo, è stato spostato nella soffocante palestra di un liceo cittadino. Durante tutto il festival ci sono queste signorine che intervistano il pubblico del festival. A noi però non ci hanno chiesto niente.

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L’ultimo incontro si intitola “La musa dell’impotenza” ed è a cura di Alberto Manguel, scrittore e, in passato, lettore privato di Jorge Luis Borges. Si tratta di un incontro sull’impossibilità umana di creare un’opera d’arte perfetta. L’italiano di Alberto è molto buono, ma anche lui legge delle fotocopie, e questo mi fa distrarre.

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C’è poi chi, forse per il caldo, forse per la noia, forse per abitudine, non resiste più e si accascia sulle gradinate. Avete già capito di chi si tratta?

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La conferenza non è stata esaltante (speravamo di meglio, per questo ultimo incontro) e usciamo all’esterno mentre ha ricominciato a piovere.

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Prima di affrontare il viaggio di ritorno, ci fermiamo a un bar per un caffè, e qui Viola ci ripropone l’entusiasmante Quizzyyyyyy. ma niente da fare: il record non si batte.

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Torniamo alla macchina e ci mettiamo in viaggio verso Livorno. Sull’autostrada incappiamo in una specie di tempesta tropicale che mi costringe a procedere a venti all’ora, con le doppie frecce, per circa un quarto d’ora.

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Ma niente paura! Siamo arrivati a casa sani e salvi. L’indomani è un giorno particolare. E’ il 5 settembre. E’ il compleanno di Emilia. E’ il compleanno del mio figlioccio Leò. Ricomincio a lavorare. Ed è l’anniversario della morte di mia madre.

Cerco di non pensarci troppo.

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