“Ognuno muore solo” di Hans Fallada – una recensione

Questo nome, Hans Fallada, mi girava in testa da un po’. L’ho sempre sentito, sapevo che era uno scrittore tedesco, ma non avevo mai letto niente. Un paio di mesi fa vado in libreria e vedo, nel settore dedicato alla Sellerio, questo romanzo dal titolo Ognuno muore solo. Il titolo mi attrae, leggo il risvolto di copertina e penso subito che sto per comprare un libro tosto. Lo compro.

Lo lascio decantare un po’. Non lo porto in vacanza con me ad agosto, per quanto una lettura di questo libro ad Amburgo sarebbe stata adatta. Ho preferito portarmi un romanzo meno impegnativo (ma comunque bello). Tornato dalla vacanza ho cominciato a guardare la pila di libri che ho comprato recentemente e che ancora devo leggere. Stanno lì, sul pavimento, accanto alla finestra. In alto ci sono due libri di Cassola in edizione Einaudi degli anni Sessanta. Quelli belli, bianchi, con la copertina dura. Decido di leggere Un cuore arido. Ma lo vedo che, sotto a Cassola, occhieggia la costolina blu della Sellerio. In cinque giorni leggo Un cuore arido. Mi piace, è ambientato a Cecina, parla di estati che finiscono e ricominciano, di amori non corrisposti, di una società che non esiste più. Mi è piaciuto, ma adesso so che tocca a Fallada.

Ognuno muore solo esce nel 1947, con la memoria e il cuore ancora freschi della dittatura e degli orrori hitleriani. Fallada lo ha scritto un anno prima, nel 1946, in meno di un mese. Non male, considerato che è un libro di quasi 700 pagine (almeno nella traduzione Sellerio). Prima della pubblicazione, l’autore muore, a causa dei suoi tanti abusi di alcool e droghe. Era già famoso, Fallada, grazie a un romanzo del 1932 intitolato E adesso, pover’uomo? (da cui negli anni sessanta fu addirittura tratto uno sceneggiato televisivo della RAI con, tra gli altri, Paolo Poli e Laura Betti).  La sua carriera letteraria, quindi si sviluppa tutta nel periodo appena successivo alla Repubblica di Weimar, negli anni della grande ascesa del Partito Nazionalsocialista. E questo mi ha incuriosito molto. Mi sono chiesto: e come ha vissuto Fallada durante gli anni di Hitler? Cioè: l’autore di questo romanzo, definito da Primo Levi “il libro più importante che sia mai stato scritto sulla resistenza tedesca al nazismo”, come si rapportava con la dittatura nazista? Considerate che questo romanzo di forte denuncia al nazismo fa capire in modo definitivo quanto qualunque voce di dissenso, anche minima, veniva soppressa in maniera definitiva, con le torture, il carcere o, molto più spesso, la morte. E’ pur vero che Ognuno muore solo è stato scritto e pubblicato dopo il 1945, a dittatura conclusa. Ma uno che scrive quelle cose subito dopo la caduta del regime, come faceva a vivere  e a lavorare durante la dittatura? Che rapporti aveva col potere?

Ad alcuni di questi dubbi mi ha risposto la postfazione di Geoff Wilkes. A quanto ci è dato capire, nel ’34 Fallada pubblicò un romanzo che gli procurò le ire del partito nazionalsocialista perché dipingeva i carcerati con relativa simpatia. Da qui Fallada cominciò a diversificare la sua produzione, cercando di evitare qualsiasi polemica politica. Si è sempre rifiutato di lasciare la Germania, ma questo ovviamento gli è costato dei compromessi. Come ad esempio il cambio di finale di una sceneggiatura scritta per l’attore Emil Jennings. E’ stato incarcerato per brevi periodi, ma mai per motivi politici: talvolta per la sua dipendenza da alcool e droghe, oppure per minacce alla ex moglie. Insomma, a quanto ho capito, Fallada cercava di arrangiarsi come poteva durante il regime hitleriano. E poi, una volta caduto Hitler, ecco che scrive questo romanzo in 24 giorni, subito prima di morire. Io lo vedo come una sorta di espiazione. Perché, se è pur vero che Fallada non si è mai allineato col potere nazista, pure non si è mai neppure ribellato. Ed è questo, infatti, uno dei punti nevralgici di Ognuno muore solo.

Il romanzo prende spunto da una vicenda vera. Mentre entra ed esce dall’ospedale per disintossicarsi dalla morfina, Fallada si fa mandare un vecchio incartamento della Gestapo riguardante due coniugi tedeschi, Otto ed Elise Hempel (nel romanzo chiamati Otto ed Anna Quangel), decapitati dal regime perché colpevoli di aver scritto e distribuito cartoline contro Hitler. La decisione dei due coniugi di opporsi alla crudele dittatura scaturisce dalla morte al fronte del fratello di lei (che nella finzione diventa il figlio dei due). Né gli Hempel, né i loro corrispettivi personaggi, avevano mai mostrato nessun tipo di opposizione al regime in corso, anzi, erano simpatizzanti. E poi succedono due cose (e adesso parlo del romanzo): muore il figlio unico al fronte. La madre, preda del dolore, dice una frase al marito: “Tu e il tuo Fuhrer”. E questo cambia tutto. E’ come se questa frase, questa accusa, più della morte del figlio, risvegliasse in Otto una coscienza sociale e politica ormai assopita. La decisione, lentamente, matura nei due. E’ un piccolo gesto, quello di scrivere cartoline antinaziste, eppure è un gesto che può tranquillamente causare la morte degli autori. E così accadrà.

Otto Hempel

Elise Hempel

Intorno alle figure dei coniugi Quangel, si muovono una serie di altri personaggi, perlopiù in difficoltà. Ruffiani, prostitute, ubriaconi, scommettitori, delatori (quante spie tra la gente comune!). Molti muoiono, ovviamente. Anzi, quasi tutti. Anche quelli innocenti. Perché così era. E poi ci sono i nazisti. La limpidezza con cui Fallada descrive la crudeltà delle SS, dei commissari nazisti, delle guardie, fa accapponare la pelle. Eppure non c’è mai voglia di scandalizzare, solo di far capire che tutta quella cattiveria, tutta quella inutile sopraffazione, prepotenza, arroganza, stupidità, erano la normalità. Una delle parole più usate nel romanzo è, credo, “paura”. Tutti hanno paura. Nessuno è immune, neanche i nazisti che si credevano al sicuro, perché basta che cambi il vento, che un superiori si svegli con la luna storta, e perfino il commissario incaricato di indagare sulle cartoline fantasma, viene sbattuto in carcere e torturato. La vita umana non vale niente. Ognuno tira avanti come può, cercando di non dare troppo nell’occhio. Allineandosi, volente o nolente, all’ideologia imperante. Ed è questo, in fondo, ciò che viene rimproverato ai tedeschi, di non essere stati capaci di organizzare una resistenza al regime hitleriano. Ma è pur vero che la grande maggioranza era d’accordo. Cioè, non è che tutti subivano la situazione. Molti ne erano gli artefici. Eppure questa piccola storia dei coniugi Hempel/Quangel è come se ridesse la speranza di un ideale, per quanto vano sia lo sforzo, per quanto patetico nei suoi risultati (quando Otto viene catturato, il momento più drammatico per lui non sono le bòtte o le torture, quanto il fatto di sapere che, delle sue 800 e passa cartoline, solo una decina non erano state consegnate alle autorità).

Per certi versi il romanzo mi ha ricordato Berlin Alexanderplatz di Doblin: nello stile, nell’ambientazione, nelle figure, maschili e femminili, di disperati a Berlino. Per altri mi ha ricordato un altro romanzo più recente, anch’esso ambientato ai tempi di una dittatura, ossia Il paese delle prugne verdi di Herta Muller nel quale, pur sotto un altro regime (quello di  Ceausescu in Romania), pur con un altro stile e altre vicende, pure si respira costantemente la paura: di opporsi, di parlare, di vivere (QUI e QUI le mie recensioni a questo romanzo).

Ognuno muore solo è un romanzo di forte denuncia, è un cupo romanzo di lieve speranza, affronta temi importanti, come la coscienza personale messa di fronte ai grandi fatti tragici della storia, il comportamento etico che si può/si vuole tenere durante una dittatura, la paura della morte, la disperazione della vita. Eppure è un romanzo che si legge benissimo, scorre che è una meraviglia, non tanto per sapere come va a finire (è storia nota, l’autore in questo senso non dà alcuna speranza), quanto perché è costruito come un meccanismo ad orologeria e le vicende psicologiche dei personaggi ti coinvolgono fino in fondo. Lo si legge per capire fino a dove può arrivare l’orrore. E a quei tempi è arrivato molto, molto in profondo. Fino a dubitare di avere un cuore. E un cervello. E un fegato.

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