2° fotoracconto: Christiania, l’Opera e il Nurofen

Il secondo giorno a Copenhagen si preannuncia pieno di eventi. Già dal mattino Alessandra spulcia sul suo computer per approfondire le cose da vedere. No, scherzo, probabilmente è solo su Facebook.

@

Senza metterci d’accordo io e Alessandra decidiamo di omaggiare, lei in nero, io in verde, il nostro gruppo preferito, gli strepitosi Loungerie (che, vi avverto, stanno lavorando allo spettacolo nuovo). Le espressioni nella foto sono parecchio esemplificative dell’umore col quale ci svegliamo ogni mattina io e Ale: lei, serafica e tutta attiva, io che staccherei la testa a morsi a qualcuno.

@

Ma bando alle ciance, ci aspetta la colazione dell’albergo inclusa nel prezzo. C’è ogni ben di dio. Oltre a caffè, latte, tè, yogurth, aranciata, succhi di frutta, cornetti freschi, vuoti o ripieni, biscotti, fette biscottate, pane in tutti i modi, burro salato, marmellate, nutella, miele, affettati vari, formaggi, uova, bacon, frutta e persino le aringhe.

@

La dottoressa Micaela signora del west pare apprezzare molto. Ma non mi perdonerà mai questa foto.

@

Finita la supercolazione, necessaria per i 200 kilometri circa che intendiamo percorrere a piedi in mattinata, ce ne torniamo in camera per gli ultimi preparativi e l’eventuale cacchetta del pre-escursione.

@

Qualcuno ha abbandonato scarpe e borsa nel corridoio. Sono belli, gli alberghi, hanno sempre un’atmosfera noir.

@

La foto sotto è importantissima. Serve a testimoniare che Alessandra, in vacanza, si pettina. Questo perché quando è a Livorno, la pettina Emilia, dopo pranzo, prima di tornarcene a casa. E quando andiamo in vacanza si raccomanda sempre: portati la spazzola, pettinati tutte le mattine… Ecco, Emilia, questa è la prova. Peccato che Emilia non legga il blog e detesti il computer, essendo profondamente luddista .

@

Ed eccoci in strada. Una delle prime immagini degna di documentazione è questa gita d’asilo nido in cui ogni maestra si scarrozza 4 o 5 bimbi sul carretto davanti alla bici. Brave queste maestre danesi. Ma prevedo per loro un futuro di polpacci a buzzo di coniglio.

@

La prima tappa della mattinata è, come dice la nostra guida, l’incantevole isola di Christianshavn, che si trova di fronte a Indre By e Slotsholmen (visti ieri). E’ soprannominata la piccola Amsterdam per tutti i canali che la percorrono, le stradine acciottolate e le vecchie case colorate. Nella foto, la nostra mèta è a sinistra.

@

Appena attraversato il ponte, vediamo uno dei tipici magazzini in mattoncini rossi, sede della Danisco, una società danese che produce cibo.

@

Poco più avanti cominciamo a costeggiare uno dei canali principali e decido di fotografare un hotel galleggiante.  @

Dall’altra parte del canale, sul lato di Indre By, vedo una costruzione nera moderna che luccica dei riflessi dell’acqua. Non so ancora cosa sia, ma so che più tardi vorrò visitarla.

@

Ma ecco che pian piano ci addentriamo dentro l’isola. Pur essendo un giorno lavorativo, ci sono poche persone in giro.

@

La mappa della nostra guida non è molto particolareggiata, per cui girovaghiamo un po’ costeggiando i canali. Come vedete in giro non c’è quasi nessuno.

@

La guida ci consiglia di dare un’occhiata alla Christiankirke, peccato che per ora riusciamo a intravederla solo al di là del canale.

@

Mi ha sempre fatto ridere questo cartello stradale. Invece suppongo che abbia la sua utilità.

@

Ed eccole le prime casine colorate, e anche qualche segnale di vita degli abitanti. Turisti non se ne vedono.

@

Sì, incomincia a piacermi quest’isolotto, ha un suo fascino nordeuropeo.

@

E’ meno falso, meno turistico di Nyhavn.

@

Non siamo gli unici a guardarci intorno. Questo babbo fa da chaperon al figlio.

@

Una foto artistica. Simboleggia un legame indissolubile, come quello di Alessandra con Facebook (e d’inverno con la stufina), o della dottoressa Micaela con lo shopping.

@

Toh, un altro elefante. Ancora nessuno mi ha spiegato perché è il simbolo di Copenhagen.

@

Camminiamo ancora e arriviamo al Dansk Arkitektur Center. Non visitiamo la mostra, ma entriamo a dare un’occhiata ai libri in esposizione.

@

Una foto architettonica con riflessi. Così, per rimanere in tema.

@

E ancora altre foto ai palazzi colorati e coi tetti a punta.

@

@

@

@

@

Sapete cos’è questo? E’ una specie di monolite di basalto vecchio migliaia di anni, scavato nella roccia di qualche posto tra i ghiacci. Lo tocco, magari mi dona l’immortalità.

@

Ah, guardate bella questa finestrina rossa circondata dai mattoncini. Un vero gioiellino.

@

E accanto, la sua gemella, con una scritta che suppongo sia il nome di quel luogo, o palazzo, non so di precisione, il danese è cugino dell’inglese, ma è parecchio diverso.

@

Ancora case a punta…

@

Camminiamo molto, la mattina siamo pieni di energia. E ci ritroviamo davanti a una chiesa che non è particolarmente bella, e quindi vi metto al suo posto la foto di quest’uomo appoggiato al muro laterale che si rilassa al sole col suo amico fido, che forse preferirebbe fare una passeggiata.

@

Ancora non ve l’ho detto, ma l’isola di Christianshavn è famosa soprattutto per una cosa: la città libera di Christiania. I più malandrini sanno esattamente di cosa si tratta. Christiania è un quartiere autogovernato da una comunità indipendente. Ma non è solo per questo che è famosa. Tutti sanno che in questo quartiere le droghe leggere sono legali, ci sono banchetti che le vendono, e infatti, rispetto al resto dell’isola, cominciamo a notare un certo traffico, di locali e di turisti, pur essendo solo le undici di mattina. Seguendo il flusso, entriamo anche noi da uno degli ingressi secondari.

@

A dir la verità me l’aspettavo un po’ meno fricchettona. Invece è una specie di grande centro sociale occupato. Girano certe canne che non vi dico. Suppongo che sia questo il segreto del successo di questo posto. Comunque ci si sta bene, ognuno si fa i cavoli suoi, c’è un’atmosfera vivace, con bar, ristorantini alla mano, negozietti, mercatino. Dopo la Copenhagen precisina che abbiamo visto finora, è un po’ un salto improvviso negli anni sessanta.

@

Comincio a scattare foto ai palazzi, agli angoli colorati.

@

Entriamo in un negozietto che serve per finanziare le attività autogestite di Christiania. Ci sono magliette, gadget e oggettini vari in ricordo di Christiania. La maglia rossa con le palle gialle che vedete nella foto è il simbolo di Christiania.

@

Usciamo e passiamo per Pusherstreet, dove ci sono i fatidici banchetti con una variegata serie di panetti di fumo. E solo qui mi accorgo che le stradine sono disseminate di grandi cartelli scritti a mano che vietano di fare le foto. Finora mi è andata bene, nessuno mi ha detto niente, né preso a schiaffi. Di certo la mia sensibilità mi aveva impedito di scattare foto al sessantenne fricchettone che si fuma una canna di 30 centimetri. Cionondimeno decido di seguire l’unica regola del luogo in rispetto della privacy, metto la Nikon nello zaino e proseguiamo il nostro giro. Compriamo un paio di spilline ricordo e dopo una mezzoretta siamo pronti per uscire. Ma, prima di salutare Christiania, non resisto, tiro di nuovo fuori la Nikon, e scatto una foto ad Alessandra e Michela sotto l’insegna dell’ingresso principale. Quando si esce c’è un cartello che dice “Welcome to the European Union”. Questo per far capire che Christiana è mooooolto indipendente.

@

Sul marciapiedi di fronte a Christiania c’è una scuola, e forse a questi ragazzetti arriva l’aroma di certi incensi, visto che hanno deciso di arrampicarsi sull’albero del giardino della scuola per camminare sul muro di cinta.

@

Ma alcune signore intervengono. Magari pensano che le scuole non sono più quelle di una volta.

@

C’è un gran vociare di bambini, forse è l’ora dell’intervallo e sono tutti fuori in giardino a giocare. Poveretti, in Danimarca cominciano la scuola a metà agosto. Se lo facessero in Italia ci sarebbe una sommossa popolare. Giustamente, aggiungerei. Io sarei in prima fila. Che bello, quando da piccolo la scuola cominciava il primo ottobre! Chi se lo ricorda?

@

Proseguiamo il giro dirigendoci a nord verso Holmen, dove troveremo la nuovissima Operaen di Copenhagen. La camminata è lunga e non troppo interessante. Per fortuna sulla via troviamo un simpatico amico nero che saltella tra mini-bici e giocattoli per bambini.

@

Lo osserviamo un po’ e ci accorgiamo che gli è venuta voglia di giocare a pallone. E’ bravissimo. Tiro-gol, tiro-gol, tiro-gol.

@

La nostra guida ci segnala sulla mappa una strada più breve per arrivare al palazzo dell’Opera, la percorriamo e però a un certo punto siamo costretti a tornare indietro perché è una specie di zona militare interdetta ai pedoni. malediciamo la guida ma non ci arrendiamo. Io continuo a scattare foto.

@

Ed eccola, finalmente. Si vede da lontano, è nuova e imponente. Progettata dall’architetto Henning Larsen e inaugurata nel 2005, a me sembra bella, col suo tetto a lastra di 158 metri. Qualcuno l’ha criticata, dicendo che la facciata assomiglia al radiatore di una vecchia automobile, qualcun altro che stona col resto del paesaggio. Io sono favorevole ai palazzi di architettura contemporanea e, se sono belli, non mi dispiace affatto che contrastino col resto degli edifici.

@

Faccio qualche foto agli angoli, ai dettagli.

@

Ci siamo arrivati di lato e io voglio assolutamente vederla di fronte. Alessandra è un po’ stanca, e il fatto che nella foto, stranamente, cammini davanti a me non è segno di velocità, ma solo che vuole togliersi il pensiero per poi andare a mettere in moto le ganasce. Infatti è quasi l’ora del pranzo.

@

Io mi attardo ancora un poco a scattare qualche foto, ad esempio all’immancabile bicicletta parcheggiata di fianco all’edificio.

@

Ci siamo quasi.

@

E questa è parte della facciata in vetro che a qualcuno ricorda un radiatore. Sfortunatamente il teatro è chiuso, perché io avrei dato una bella sbirciata anche all’interno. Peccato.

@

Anche la dottoressa Micaela è stanca e ne approfitta per stendersi su una panchina a riposarsi.

@

Di fronte a noi, dall’altra parte del canale c’è un bel paesaggio, ed è quella la nostra prossima meta.

@

C’è però un problema. In giro non si vedono autobus e la strada a ritroso è davvero troppo lunga. Alessandra comincia a fare le bizze. Allora vedo una signorina dentro al teatro, mi avvicino e lei ci dice gentilmente che la soluzione migliore è di prendere il traghetto per andare dall’altra parte. Che invenzione, il traghetto. Oltretutto controlliamo l’orario e vediamo che deve arrivare tra pochi minuti. E traghetto sia!

@

Dal traghetto scatto una foto al palazzo dell’Opera che abbiamo appena lasciato, per averne un’altra visione d’insieme.

@

E poi altre foto verso la riva opposta dove, dopo un breve viaggio di cinque minuti, stiamo per attraccare.

@

Ed eccola la nostra prima mèta sulla riva opposta: la Skuespilhus, la nuova sala teatrale.

@

Di giorno funziona più da biblioteca, ma la sera si illumina tutta in occasione degli spettacoli che si svolgono su tre palchi diversi. Ad agosto però la stagione non è ancora cominciata.

@

Ne approfittiamo per fare la pipì nei bei bagni moderni, che non resisto e fotografo.

@

A quanto pare c’è un altro fotografo che fa un servizio sul teatro.

@

Mi metto vicino a lui e scatto una foto a ciò che anche lui sta fotografando.

@

Al piano terra c’è una caffetteria e un ristorante. Come ho già accennato, la fame comincia a farsi sentire e diamo un’occhiata al menù. E’ abbastanza caro e non ci convince. Quindi usciamo in cerca di qualcosa da magniare altrove.

@

Fuori c’è questa superficie a specchio che distorge le immagini. Faccio una foto e sembra che sia il risultato di due foto appiccicate insieme, ma non lo è.

@

Ne scatto un’altra, tanto per avere il ricordo di me riflesso e distorto, oltre che di Alessandra (la vedete, sulla sinistra, di bianco vestita? Riesce sempre a finire dentro le mie foto…)

@

Ci allontaniamo dal teatro e, girato l’angolo, ci ritroviamo a Nyhavn, la strada turistica piena di ristoranti e palazzi colorati. Faccio una foto al carro trainato dai cavalli dalle caviglie rinforzate.

@

Facciamo un giro nelle strade laterali, ma non troviamo niente che ci convinca. Torniamo sulla via principale e, spulciando i menù appesi fuori, decidiamo di fermarci in uno dei ristoranti. Chiediamo alla cameriera se c’è posto e ci fa accomodare a un tavolo. Guardate la faccia della nostra dottoressa, guardate, come si dice a Livorno, che occhi pottini: non sta per niente bene. Ogni tanto la mattina si alza con questa specie di raffreddore fortissimo che le passa nel giro di uno o due giorni. Lei dice che è dovuto allo sbalzo di temperatura. Io dico che è anche un po’ psicosomatico. Ma la dottoressa è lei, la signora del west, e non serve contraddirla.

@

In questa strada i ristoranti sono uno appiccicato all’altro, e anche i tavolini fuori. Ci accorgiamo quindi che ci siamo seduti al ristornate sbagliato, rispetto a quello di cui avevamo visto il menu. Questo fa solo pesce e aringhe. Prima che torni la cameriera a prendere gli ordini ce la squagliamo e rifiniamo in un posto più tranquillo che fa sandwich e spremute di frutta fresca. Esausti, ci fermiamo, prima che Alessandra cominci ad azzannare le zampe dei cavalli visti in precedenza.

@

Anche la dottoressa Micaela ordina un sandwich, ma il cibo non pare migliorare la sua situazione salutare. E’ ancora mezzo rincoglionita da questo strano raffreddore. Saggiamente, non prende la birra, ma una coca. Ale prende la buona birra danese e io le scatto una foto artistica attraverso il liquido strato giallo.

@

La dottoressa Micaela non si riprende. Neanche il passaggio di due fustacci Danesi la distrae dal suo malessere. Guardate l’espressione, poverina.

@

Ma c’è una soluzione a tutto. Come ogni buon medico che si rispetti, la dottoressa Micaela ha una fiducia illimitata sull’efficacia delle medicine. Al primi sintomo di malessere, subito un Vivincì o un Oki. Ma non li ha con sé e deve accontentarsi di un portentoso Nurofen, che Alessandra porta sempre con sé in borsa. Normalmente il Nurofen si prende per il mal di testa, non per il raffreddore, ma chi se ne frega. La dottoressa Micaela sostiene che male non può farle di certo, anzi… E lo butta giù con un buon sorso di cocacola. Guardate la sua espressione mentre sta per ingoiare la pillolina della felicità; è già più ottimista.

@

Ed eccoci così giunti alla fine del modesto pranzo. Io finalmente poso la macchina fotografica e mi dedico a studiare il percorso del pomeriggio. Guardate con quanta cura lo faccio, con quale attenzione. I chilometri da fare a piedi sono ancora tanti. Io, incurante del malessere della dottoressa Micaela, pianifico un itinerario che scoraggerebbe chiunque. Ma d’altronde non si può perdere tempo a oziare. Le cose da vedere sono ancora tante. E quindi, via, verso una nuova avventura! Che spero seguirete nel prossimo fotoracconto, visto che questo finisce qui.