Copenhagen – 3° fotoracconto: le case gialle, la sirenetta, l’arte danese

Nonostante questo sia il terzo fotoracconto da Copenhagen, la giornata che mi accingo a raccontare è solo il pomeriggio del secondo giorno. Questo per dare un’idea dei folli percorsi che attuiamo nelle nostre rilassanti vacanze. Dunque, eravamo rimasti al pranzo, dove la dottoressa Micaela aveva appena preso un Nurofen per il raffreddore e io stavo studiando l’itinerario pomeridiano. E riprendiamo dunque il cammino.

Dopo accurato studio della guida, decidiamo di dirigerci da Nyhavn, dove abbiamo pranzato, verso Rosenborg e Friedrichstad. Qui non seguiamo l’itinerario della guida ma cominciamo in media res, partendo dalla Marmorkirken, con la sua grande cupola verde, che intendeva rivaleggiare, all’epoca della sua costruzione, con la Basilica di San Pietro. Sì sì, dico io. C’è una gran bella differenza.

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E’ aperta e diamo un’occhiata all’interno. E anche qui mi pare che ci sia poco da rivaleggiare con San Pietro. Ai danesi lasciamogli il design. Sull’architettura cristiana, gli italiani non li batte nessuno.

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Scatto una foto veloce alla cupola e sorvolo.

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Accanto alla Marmorkirken spicca la cupola dorata della chiesa di Alexsander Nevskij, l’unica chiesa russo ortodossa in attività della Danimarca, costruita come dono dello zar Alesssandro III alla moglie danese. Peccato che sia costretta in mezzo ai palazzi e non si riesca a vedere l’esterno per intero. Decido di entrare perché, ci dice la nostra guida, all’interno c’è un’icona “piangente” che ogni tanto versa lacrime miracolose (l’ultima volta nel 1996). Purtroppo la chiesa è chiusa, ma anche qui, come dire, i danesi non riusciranno MAI a competere con i litri di lacrime e sangue versati dalle nostre statue. Anche in questo noi italiani siamo imbattibili. Che culo, eh?

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Costeggiamo la strada sulla quale si affaccia la chiesa ortodossa e superiamo il Medicinsk Historisk Museum, che illustra 300 anni di storia della medicina danese, e comprende una sala, ci dice la guida, di feti abortiti, cure per la sifilide, piedi amputati e una testa sezionata. Niente di meglio per una buona digestione. Ma anche il museo è chiuso. Certo, questi danesi tentano di imitarci, stavolta anche nel tenere chiusi i musei. Ma pure qui è veramente dura competere con gli italiani: come li teniamo chiusi noi, i musei, non li tiene chiusi nessuno…

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Giriamo a sinistra e mi trovo davanto questi due palazzi quasi gemelli, con un bel contrasto di colore. Non resisto e scatto.

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La prossima meta è il quartiere di Nyboder, fatto costruire dall’onnicostruente Cristiano IV per alloggiare gratuitamente i marinai. Una sorta di quartiere popolare ante-litteram. Adesso è un’ambita zona residenziale, con tanto di stradine acciottolate e belle villette color giallo ocra.

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La visita del quartiere parte da Borgergade.

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La nostra guida ci informa che tutte le file di casette sono versioni settecentesche a due piani di quelle originali. L’unica sopravvissuta, e risalente al 1630, è quella che costeggia Sankt Pauls Gade, dove la schiera di casette è ancora ad un piano. Mi innamoro subito. Sarà il colore giallo, il contrasto col tetto rossastro, l’architettura semplice e démodé, non lo so, ma questa è per ora la zona più bella che ho visto a Copenhagen. Nelle foto non sono riuscito a dare un’idea d’insieme, ma anche i particolari sono interessanti.

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Lasciamo la schiera di casette e ci avviamo verso la nostra prossima meta, costeggiando il muro giallo di Kronprinsessegade, più che una via, uno scioglilingua.

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Le case cessano di essere solo gialle e, come i giardini di marzo, si rivestono di nuovi colori.

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Superiamo una chiesa non segnalata dalla nostra guida, il cui punto di forza, secondo me, sono le trifore laterali, con capitelli molto ben decorati. In realtà non è che volessi fotografarle, ma ho visto un’altra turista che lo faceva (l’unica turista nel raggio di chilometri) e per non essere da meno le ho fotografate anch’io. Copione.

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Ed eccoci arrivati alla mèta principale della nostra escursione pomeridiana: lo Statens Museum for Kunst, cioè il museo reale di belle arti, dedicato all’arte degli ultimi settecento anni.

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Il museo ospita principalmente l’arte danese dal 1750 al 1900 e una collezione d’arte moderna francese.

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Cominciamo dall’arte francese che va dal 1900 al 1930. E cominciamo da questo bel ritratto del 1906 intitolato “Donna in camicia” (come l’uovo), ad opera di…

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…esatto, bravi, ad opera di André Derain. Nella sala adiacente trovo il primo dei due quadri di un grande pittore italiano (anzi, livornese, a dirla tutta), dallo stile inconfondibile, che mi erano stati annunciati da Federico sul blog poco prima di partire per Copenhagen. Il pittore in questione non ebbe grande successo nella sua città natale e si trasferì a Parigi. E, per una sorta di scherzo del destino, di vendetta postuma, a Livorno non c’è neanche un quadro di questo pittore, tranne un inutile paesaggino macchiaiolo eseguito a sedici anni, che si trova nel museo di Villa Mimbelli accanto all’estintore.

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Lo avete riconosciuto, no? Si tratta proprio di Modigliani, ma sono sicuro che per indovinare avete ingrandito la foto e letto il nome in alto a destra. Imbroglioni!

Anche per il prossimo quadro non c’è da fare un grande sforzo, visto che il nome è ben visibile in basso a destra. E poi c’è la solita chitarrina cubista. Ma quante ne ha fatte?!?

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Anche l’autore del prossimo quadro è molto riconoscibile.

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Matisse, bravi. Ma lo riconoscete, invece, il pittore che ha dipinto il ritratto di sua moglie qui sotto? Su, fate uno sforzo.

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Eh eh eh, scherzetto! Si tratta ancora di Matisse. Forse è più difficile riconoscere il pittore che ha creato l’opera sottostante.

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Va bene, se non lo avete riconosciuto, vi perdono. Si tratta di Fernand Léger.

La collezione di arte francese dei primi del Novecento non è niente male, ma siamo un po’ abituati a questi quadri di pittori arcifamosi sparsi in tutti i grandi musei del mondo (no, a Villa Mimbelli no, lì ci sono solo macchiaioli e postmacchiaioli). Più interessante, forse, si prospetta la collezione di arte danese dal 1750 al 1900. Anche perché non ne so niente e magari imparo qualcosa di nuovo. Comincio con questo ritratto che mi piace. Credo che il pittore si chiami Jens Juel, e la dama ritratta, con gli occhi a palla, fa molto Danimarca del ‘700.

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Insieme ai dipinti, al centro di ogni sala, c’è anche qualche scultura. E io fotografo la sorella bruttina della celeberrima sirenetta.

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Mi trovo poi di lato a quest’altra scultura, che è davvero inquietante. Non tanto nella realizzazione, quanto nel soggetto: si tratta della morte che rapisce il neonato a una mamma.  Chiunque abbia letto le fiabe spensierate di Andersen, tipo la piccola fiammiferaia, non può certo stupirsi della scelta macabra del soggetto. I danesi non son certo degli allegroni…

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Ed eccoci davanti ai due quadri che più mi sono piaciuti di questa mostra. Anche questi molto allegri. Non so, hanno un’atmosfera, una monotonia di colori, un’espressività incisiva che mi colpisce molto. L’autore è lo stesso. Il primo quadro s’intitola La ragazza malata (si poteva intuire, no?).

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L’artista in questione si chiama Ejnar Nielsen (1872-1956), figura di spicco della pittura simbolista danese. Il quadro che vedete sotto è forse uno dei suoi più celebri e il titolo in italiano è più o meno E nei suoi occhi vidi la morte. E in effetti questo personaggio ha davvero uno sguardo cupo, lontano, assente. Molto bello, devo dire. Mi ricorderò di questo Nielsen (è facile, si chiama come Brigitte Nielsen, la ex moglie di Stallone).

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Il quadro sotto è ancora un’opera di Nielsen (Ejnar, non Brigitte) e si intitola semplicemente Uomo e donna. Bello, ma un po’ meno degli altri due.

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Mi soffermo sulla scucchia di questo simpatico personaggio che, non so perché, mi fa venire in mente Gollum de Il signore degli anelli (“Mio tessoro…”).

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A un certo punto mi sento osservato. Mi volto e vedo un trio che, dal tavolo di una trattoria, mi guarda con insistenza. Capisco subito che si tratta di tre italiani impiccioni. E infatti l’autore, Carl Bloch, è un pittore danese che è vissuto per un periodo in Italia. E mi pare che ne abbia colto tutti gli stereotipi.

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Ed ecco infine l’altro autore danese che mi è piaciuto molto (ma meno di Nielsen (Ejnar, non Brigitte). Si tratta di Vilhelm Hammershoi e, per certi versi, mi ricorda un Edward Hopper ante litteram, specialmente in dipinti come questo. I due presenti in questo museo, invece, sono due ritratti. Il primo è questa signorina.

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Il secondo, invece, è il ritratto di una signora più agée che beve il tè (o il caffè?) e mi è molto familiare. Dovete sapere infatti che molti anni fa un amico mio e di Alessandra, tale Daniel, gran viaggiatore, andò a Copenhagen e ci mandò la cartolina di questo dipinto perché, diceva, gli ricordava Alessandra che beve il caffellatte. E in effetti c’è una certa somiglianza, solo che Ale è un po’ meno verdastra nelle mani.

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E finiamo quindi così la nostra visita al museo. Peccato che nel giro di qualche giorno aprirà una personale di Toulouse Lautrec, che a me piace molto ma che non vedrò. Faccio una foto ricordo alle mie compagne di viaggio che sono un po’ stanchine, anche perché non sembra ma nei musei si fanno chilometri a piedi.

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E rieccoci all’esterno. Come completare il giro pomeridiano? Ci sediamo sui gradini del museo e studiamo guida e cartina (io e la dottoressa Micaela; Alessandra non si degna di dare importanza a questi particolari che riguardano i luoghi da visitare). E decidiamo di toglierci un dente: visiteremo la Sirenetta, tanto ci tocca. Non è molto distante dal museo, ma nemmeno troppo vicina. Io vorrei andare a piedi, ma scopriamo che fuori dal museo c’è una fermata del bus. Magari ne troviamo uno che va in quella direzione.

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Chiedo informazioni in inglese a una ragazza molto gentile che mi spiega in modo non troppo chiaro che è possibile scegliere tra due autobus: uno ci porta davanti alla Sirenetta; l’altro ci va abbastanza vicino, anche se dobbiamo fare, oltre al tratto in bus, anche dieci minuti a piedi. Ci consiglia di prendere il primo dei due che passa. Ovviamente passa quello che ci scende più lontano e lo prendiamo. Sull’autobus la ragazza ci dice dove scendere e una signora anziana si offre di accompagnarci dalla little mermaid, che anche lei va in quella direzione. Io penso: “No, ora ci tocca andare a due all’ora per seguire questa vecchietta. Seeee… La signora è molto sprint e va a duemila, tanto che rischia di seminarci.

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Come predetto dalla ragazza, ci troviamo in una specie di porticciolo con le barche. Di qui basta seguire la strada e arriveremo davanti al simbolo della Danimarca.

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Ed eccola, la simpatica sirenetta. Come mi aspettavo, è abbastanza deludente, piccolina, abbarbicata sugli scogli, parecchio anonima. Ma, naturalmente, la fotografo.

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E anche la dottoressa Micaela non si tira indietro. Scatta molte foto che poi nessuno vedrà. E’ questo il bello della dottoressa Micaela: fare foto che nessuno vedrà.

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La visione della sirenetta ci stanca presto e ci dedichiamo all’acquisto delle noccioline ricoperte di zucchero che una solerte venditrice prepara lì accanto. Quelle che da noi si chiamano ammazzasòcere.

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C’è infine l’inevitabile sosta alla baracchina di souvenirs, dove io compro una calamita della sirenetta per mia sorella che fa la collezione e le attacca tutte sul frigo. La dottoressa Micaela ne compra sette. SETTE? Sì, sette! Non perché abbia un problema di shopping compulsivo, ma perché è molto generosa e fa i regali a tutti. Salutiamo la sirenetta e torniamo indietro. Scatto una foto a un’isoletta davanti.

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E poi un’altra foto all’altro lato del porto, quella più industriale.

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Camminiamo per un po’, costeggiamo un canale e ci ritroviamo in un tratto che sembra di campagna.

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Una signora in maglia turchese spicca dall’altro lato del canale.

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Arriviamo davanti alla bella fontana di Gefion. La scultura che la sovrasta è ispirata alla leggenda della dea Gefion, a cui il re della Svezia aveva promesso di donare tutta la terra che sarebbe riuscita ad arare in una notte. E allora cosa fa, quella furbacchina di una dea? Trasforma i quattro i figli in buoi, mandando in bancarotta il povero re di Svezia. E’ proprio vero, ci si approfitta sempre dei più deboli.

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La statua comunque è bella, e merita una foto più ravvicinata (mi pare che la dea, madre amorevole, abbia in mano una frusta con cui sprona i propri figli torelli).

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Accanto alla fontana c’è la bella chiesa di St Albans, di cui la nostra guida non ci dice assolutamente niente. Una foto e via.

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Ritorniamo nel traffico cittadino e incontraimo questo bellissimo veicolo che non avevo mai visto in vita mia. E’ meraviglioso. Non ho idea di dove entri il corpo della signora alla guida, e forse è la ristrettezza degli ambienti che le fa avere quella faccia arcigna.

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Proseguiamo ancora e arriviamo alla Cinematekt, con tanto di negozio di libri, dvd e bar-ristorante. E’ presto per la cena, e manca ancora un’ora alla proiezione del primo film in programma, una pellicola francese drammatica che parla di ragazzini. Decidiamo di farci un giro e di tornare eventualmente per la proiezione. Io, che sono sempre più avanti delle altre, passo col verde, mentre le ragazze si fermano al semaforo. Scatto una foto proprio mentre l’effetto del Nurofen comincia a svanire nel corpo della dottoressa Micaela.

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Davanti alla videoteca c’è il parco più antico di Copenhagen, il Kongens Have, progettato nel 1606 (indovinate da chi? Ma certo, da Cristiano IV). Decidiamo di farci un salto. E’ un bel parco, con un rilassante viale alberato, ma niente di eccezionale. E’ abbastanza grande e decidiamo di girarlo tutto (mica pensavate che ci saremmo rilassati sull’erba, no?).

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Sparse sul prato ci sono una serie di squadre molto numerose di ragazzi, ognuna contrassegnata da un colore diverso. Mi ricordano un po’ i mitici Giochi senza frontiere (trois, deux, un, fiiiii).

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A un certo punto, mentre percorriamo il viale, ci sentiamo chiamare da dietro. E’ un signore con un cane al guinzaglio che ci porge qualcosa. Ma che cosa vuole? E cos’ha in mano? Volete davvero saperlo? Ha in mano il portafoglio di Alessandra che evidentemente l’aveva perso pochi metri addietro. Considerate che Alessandra tiene tutto nel portafoglio: tutti i soldi, i documenti, il biglietto aereo… Vi immaginate che delirio se l’avesse perso? Vi prego, guardate l’espressione di Ale nella foto dopo la riconsegna da parte del gentilissimo signore danese (finora i danesi mi sono parsi molto gentili).

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Grazie, signore danese, lei non lo sa ma per documentare l’evento le scatto una foto da dietro, a lei e al suo gentil cagnolino.

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Ad una delle estremità del parco ci troviamo davanti alla statua del secondo eroe danese dopo Kierkegaard, ovvero Andersen. Due inguaribili ottimisti.

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Alla destra della statua vediamo il bel palazzo dove, suppongo, Cristiano IV progettava tutti gli edifici di Copenhagen dilapidando le casse statali.

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Uscendo dal parco fotografo tre elefanti che nel post precedente ho erroneamente definito simbolo di Copenhagen, mentre il mio amico Lopo (un’enciclopedia ambulante , oltre che un amico) mi ha segnalato che gli elefanti NON sono il simbolo della città ma fanno parte di una installazione artistica temporanea. Grazie Lopo, sempre prezioso.

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Ed ora c’è da decidere: andare a cena o guardare il film alla videoteca? Tra lo stomaco e l’arte, vince l’arte (con disappunto di Alessandra) e decidiamo di guardare il film in programmazione. Si tratta di una pellicola irlandese del 2010 della regista Alicia Duffy, inedito in Italia, dal titolo All Good Children. peccato che il film sia mezzo in iralndese e mezzo in francese senza alcun sottotitolo. Ah, la dura vita dei cinefili…

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Stavolta Alessandra batte se stessa: si addormenta addirittura prima che cominci il film. Un record incredibile. Il film parla di due fratellini iralndesi che vengono portati dal padre a stare da una zia nella campagna francese. Il più grande si innamora di una ragazzina che abita in una villa vicina. E fin qui tutto bene. Poi d’un tratto tutto diventa molto cupo, il ragazzino più grande va fuori di testa e uccide per sbaglio il fratello e ne nasconde il corpo. E alla fine uccide (di proposito) la ragazzina che l’aveva rifiutato. Un bel film allegro, degno delle storie di Andersen. Vi ho raccontato il finale tanto non credo che uscirà mai in Italia.

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Usciti dalla videoteca abbiamo un certo appetito. Giriamo per un po’ fino a tornare nella zona del centro, quella più turistica. Qui, stremati dalla fame, ci fermiamo in un pub a mangiare un mega hamburger e a bere una birra. Il locale è pieno di turisti e la serata prevede persino il piano bar con un chitarrista che canta standard pop e rock americani. Non è male, ma dopo un po’ non ne possiamo più. Guardate la faccia di Ale che guarda il cantante e la concentrazione della dottoressa Micaela nell’ascolto…

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Finita la birra, usciamo nella notte copenhagense (copenhagese? copenhaghiana? copenhaghina?) e ci dirigiamo, stanchi morti, verso il nostro caro Hotel Selandia. Prima di salire in camera, nella hall dell’albergo, faccio finta di scattare una foto alla dottoressa Micaela (che nel frattempo ha ingollato un altro Nurofen e non vede l’ora di essere in camera per sorbirsi un bel Vivincì) per riprendere in realtà la bella receptionist notturna. Che però, secondo me, se ne accorge.

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Una volta in camera, non fatichiamo ad addormentarci. Dobbiamo riprendere le forze per affrontare la giornata di domani, che prevede un tour niente male, con tre tappe diverse in tre cittadine e due stati differenti. Ma non voglio anticiparvi altro. Non vi resta che seguire il blog per le nuove, esilaranti avventure del trio sfigatello in Danimarca.