Premio Ciampi 2011: i miei giudizi e le pagelle

Anche quest’anno, come tutti gli anni dalla sua prima edizione al Teatro 4 Mori, ho assistito al Premio Ciampi. Eravamo io, Alessandra, e la dottoressa Micaela, ormai un trio affiatato. Devo dire che, negli ultimi tempi, la qualità era andata un po’ scemando. Sarà forse per la mancanza di fondi (prima si potevano permettere di chiamare Piero Pelù, solo per citare un nome) o per la crisi della canzone italiana (nelle prime edizioni, ormai quasi vent’anni fa, ho visto sul palco cantanti e band che poi si sarebbero affermati nel mondo della canzonetta, dai la Crus a Cristina Donà, agli Afterhours, alla Consoli che suonò in un evento collaterale, ecc.), ma ho l’impressione che da qualche anno funzioni così: gli organizzatori chiamano qualche cantante e gli chiedono di partecipare al Premio in modo gratuito o quasi. Quelli che rispondono affermativamente sono personaggi spesso legati al premio (ad esempio, quest’anno la Donà, Gina trio o Brunori Sas, già vincitori in qualche categoria del passato) o legati alla figura di Ciampi (la Turci ad esempio, molti anni fa aveva fatto una cover di 40 soldati 40 sorelle con Toquinho). Non credo che si vedranno più grandi nomi della scena musicale italiana. Ma se poi questi grandi nomi sono Ligabue o Piero Pelù, posso tranquillamente farne a meno.

Devo dire che quest’anno la rassegna è stata abbastanza interessante. Non l’ho trovata noiosa e il tempo è scorso più velocemente del previsto. Alcune delle scorse edizioni sono state molto più faticose. Il nuovo presentatore (subentrato allo scomparso Ernesto de Pascale), di cui mi sfugge il nome (è un giornalista di raitre), se l’è cavata abbastanza bene, è rimasto nel suo senza strafare, insomma non dava noia.

Ma passiamo agli ospiti.

Rispetto ai primi anni si dà meno spazio ai giovani talenti, nel senso che prima venivano selezionati 4 o 5 partecipanti e venivano fatti esibire sul palco (con effetti non sempre eccelsi). Da qualche anno, invece, oltre ai superospiti, vengono fatti esibire solo i vincitori del premio e quelli della miglior cover di Ciampi. E così è stato quest’anno.

A inizio serata c’è stata la Banda Improvvisa che ha omaggiato i 150 dell’Unità d’Italia con una versione quasi reggae dell’Inno di Mameli. Ora, io l’inno, musicalmente, non l’ho mai potuto patire, lo trovo una brutta canzone, sia nella melodia che nel testo, al di là di quello che rappresenta. E poi basta con questo centocinquantenario, non se ne pòle più.

E’ stato poi il turno delle vincitrici della miglior cover di Ciampi, un duo tutto al femminile col nome più brutto che possa esistere: Voc&Piano. Nel pomeriggio, come tutti gli anni passati, io e Alessandra siamo andati al convegno e alla premiazione, dove hanno letto la motivazione dei premi. Se non sbaglio, di questo duo, hanno apprezzato la semplicità e la scarnezza degli arrangiamenti. In effetti si tratta di una cover molto lineare di uno dei primi pezzi di Ciampi, Fino all’ultimo minuto, fatta solo (indovinate un po?) con la voc & il piano. Di questo duomi è piaciuto il fatto che abbiano scelto una delle canzoni più vecchie e non famosissime di Ciampi (è del 1961, quando Ciampi – Piero Litaliano – ancora riecheggiava Modugno). La cantante ha una buona voce, molto anni ’60, adatta a questo pezzo, e la pianista è brava. Ma la cover l’ho trovata un po’ scolastica, niente di particolarmente originale. Come secondo pezzo hanno scelto un’altra cover di Ciampi (ed è un bene, perché esibirsi con una canzone propria dopo una di Ciampi è sempre un grosso rischio…). Il mio giudizio non è cambiato. Voto: 6.

Dopo Voc&Piano si è esibito il gruppo vincitore del premio Ciampi, Saradeivetri. Ora, non ricordo le motivazioni, ma di sicuro non concordo con esse. Nel senso che la cantante (pisana) ha una buona voce e il gruppo suona bene, ma i testi dei pezzi, scusatemi, erano francamente scadenti. E io invece spero sempre che la giuria faccia attenzione alle parole, proprio in onore di uno dei più grandi poeti/cantautori italiani del ‘900. Insomma, questi Saradeivetri sono bravini ma non mi hanno convinto. Voto: 5.

E’ stato poi il turno dell’artista premiato per il miglior album d’esordio. Si tratta di Carlot-ta (altro bel nome…), giovane polistrumentista che canta in tre lingue. Sul palco del Goldoni ha cantato due pezzi in inglese. Molto brava col piano, una voce un po’ irritante, e una somiglianza fin troppo sputtanata con Tori Amos. La prima canzone l’ho ascoltata volentieri, ho detto “senti bravina lei”. Alla seconda canzone mi aveva già stufato. Alessandra è molto più cattiva di me. Dice che l’avrebbe infilzata. E che da quando è apparsa sul palco, le è entrato il mal di testa. Voto: 5 e mezzo. Voto di Alessandra: 3.

Dopo Carlot-ta, è stata la volta del Gina Trio, già vincitori del miglior album d’esordio qualche anno fa e poi della migliore cover di Ciampi. Ecco, devo dire che questa Gina mi convince ogni volta che la vedo. Ha una voce bassa, roca e drammatica, adatta a reinterpretare i pezzi di Ciampi. Hanno fatto una bella versione di L’amore è tutto qui. La cantante è credibile nella sua interpretazione, è molto presente sul palco, e gli arrangiamenti esaltano le sue qualità vocali. Anche il pezzo originale che hanno suonato dopo (dopo Ciampi!) mi ha convinto abbastanza. Voto: 7 e mezzo.

E’ entrata poi in scena una cantautrice inglese, Claire Hamill, che io francamente non conoscevo. So però che agli inizi degli anni ’70 apriva i concerti dei King Crimson e poi ho scoperto da Wikipedia che è anche andata in tour con Procol Harum e Jethro Tull. Bene, mi dico, le credenziali sono buone. Ed ecco questa signora (ha 57 anni) bionda con la chitarra che canta due pezzi, il secondo accompagnato da una viola. Inutili. I testi mi sono parsi davvero scontati, come pure le melodie. Ai suoi tempi fu paragonata a Joni Mitchell. Mi sembra un paragone francamente azzardato, se non nel fatto che sono due cantautrici con la chitarra. Per il resto siamo lontani anni luce. Non mi è piaciuta per niente. Voto: 4.

Andiamo avanti. E’ stato quindi il turno di Brunori Sas, che ormai viene al Premio Ciampi ogni anno, quindi l’ho visto almeno tre o quattro volte. E’ uno dei cantautori più promettenti della nuova scena italiana, e ce le ha delle doti, questo ragazzo. E’ comunicativo. I pezzi sono orecchiabili. E’ furbetto, nel senso che i suoi testi sono tranches de vie di un’italietta in cui molti si possono riconoscere. Ma non mi convince. Cioè, non mi convincono i testi. Voto: 6.

L’ospite più importante di quest’anno è stata Paola Turci. Ora, io me la ricordo ai suoi esordi a Sanremo, 25 anni fa (mica noccioline!), quando i pezzi glieli scriveva Mario Castelnuovo. Secondo me, pian piano, il suo repertorio non ha rispettato le promesse di una buona interprete qual era. E’ brava, Paola Turci. Ci sa stare sul palco. Poi suona la chitarra, che male non fa. Però dire che è stata la cosa più bella del Ciampi di quest’anno, come fa il Tirreno, mi pare cosa azzardata. Si è esibita subito con una cover di Ciampi che io non conoscevo, una canzone lenta, dei primi tempi, accompagnata da un bassista. Sarà stata l’emozione; sarà stato che l’ha provata poco; saranno state le diminuite e le settime che Reverberi ha scritto per il pezzo (come ha detto lei dopo l’esibizione); fatto sta che ha cannato completamente, sbagliando in vari punti. Ora, apprezzo l’umiltà di aver ammesso l’errore, apprezzo l’interpretazione sentita, l’emozione che sicuramente si prova nel cantare un brano di Ciampi, però è stata un po’ deludente. Come deludente è stato il pezzo originale che ha suonato (scritto da un suo collaboratore che a quanto pare conosceva Ciampi), con un testo francamente brutto. Meglio è andata, voce e chitarra, l’interpretazione di quella che forse è rimasta la sua hit, Bambini. Ma anche quella è una canzone che non mi fa impazzire. Insomma, bella e brava, la Turci, ma con vari limiti. Voto: 6.

E’ poi stato il turno di Cristina Donà, una vecchia conoscenza del premio Ciampi, che la premiò in tempi non sospetti. Non mi dispiace, la Donà, ricordo di aver ascoltato il suo album d’esordio, Tregua, e mi piacque abbastanza. E poi Il dado, un album successivo. Al Goldoni si è esibita con una cover de Il merlo, una delle canzoni più ironiche di Ciampi e devo dire che è stata brava, leggera, scanzonata, e si vedeva che mentre cantava provava quelle cose (Il merlo parla di un artista in crisi creativa e senza una lira che ascolta per caso la melodia cantata da un merlo e la ricrea al pianoforte per proporla ai discogafici). L’inserimento del kazoo per riprodurre la melodia del merlo, poi, l’ho trovata una buona idea. Ha poi cantato un altro pezzo suo che non ricordo e infine un pezzo che si intitola Miracoli e che avevo sentito dalla Dandini. Un brano orecchiabile e carino, ottimista, funziona. Voto: 7.

Ed eccoci, dulcis in fundo – è proprio il caso di dirlo – alla cosa migliore della serata: Ginevra di Marco. Io l’avevo vista già almeno un paio di volte sul palco, ma non ricordo che mi evesse fatto una grande impressione. E invece, alla serata del Ciampi, è stata una spanna al di sopra di tutti. Ha cominciato con un pezzo dei CSI, e mi ha incantato.

Quella voce così lucida, dritta, bella, scandita, mi ha catturato l’attenzione. Ha poi fatto un paio di brani popolari (perché da qualche anno si occupa proprio di questo), una ninna nanna italiana e un pezzo in francese, ed è stata molto brava. Credibile. Presente. Convincente fino in fondo. Voto: 8 e mezzo.

Per finire, è stato presentato il progetto Stazioni Lunari. In pratica si tratta di una jam session con artisti sempre diversi, tra le cui ideatrici c’è proprio Ginevra di Marco. In questo caso si sono esibiti insieme la di Marco, la Donà, Brunori e la Turci. I brani spaziano dal repertorio dei cantautori presenti sul palco, a canzoni famose italiane, a brani popolari, a cover in lingua straniera. Mi sembra un bel progetto e sul palco funziona (ovviamente dipende dagli artisti). Anche qui devo dire che Ginevra di Marco ha spiccato, in bravura, rispetto agli altri, seguita a ruota da Cristina Donà, da Brunori e infine dalla Turci, che anche qui ha sbagliato il pezzo di Nick Cave Where the Wild Roses Grow (che lui cantava con Kylie Minogue), cantato in coppia con la Di Marco. Il tutto si è concluso con un canto popolare interpretato da tutti i cantanti insieme, Malarazza, quello che dice “Tu ti lamenti ma che ti lamenti, Piglia lu bastone e tira fori li denti”. In tema con quello che era da poco successo alla manifestazione di Roma. Voto: 7 e mezzo.

Per chi vuole, a questo link, trova una sintesi video della serata.

E così finisce qui il mio resoconto della diciassettesima edizione del Premio Ciampi. E vi giuro che come ogni anno l’ho visto tutto (non come i critici che ne scrivono e lo vedono a pezzi o se lo fanno raccontare), e sono andato al convegno e a qualche evento collaterale (dove ho visto la bella intervista di Gipi, ho scoperto un poeta che voglio tener d’occhio, Andrea Inglese, e una pianista/cantautrice di cui mi voglio dimenticare, Debora Petrina). A me e Alessandra dovrebbero darci la medaglia. E un posto in prima fila tutti gli anni, proprio come il bravo abbonato Rai.

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