Il castello di Amleto, Elsinore e la Svezia – 4° fotoracconto

Il nostro terzo giorno a Copenhagen si preannuncia come pieno di eventi. Infatti in 24 ore abbiamo intenzione di toccare quattro città diverse (inclusa Copenhagen) e due stati differenti (faremo infatti una capatina in Svezia). Ci svegliamo presto e la dottoressa Micaela si veste per andare a colazione. Le ho già preannunciato che avrei postato una sua foto un po’ déshabillé, ma ho scelto quella più casta, altrimenti mi toglie il saluto.

In ascensore io e la dottoressa Micaela ci facciamo un autoscatto. Tutti i chilometri macinati a piedi cominciano a farsi sentire sulla mia faccia devastata, dove, come si dice a Livorno, ho un occhio qui e un occhio in Tombolo.

Naturalmente colei che non si scompone mai è Alessandra, che al mattino si sveglia sempre di buonumore e pregusta l’abbondante colazione dell’hotel Selandia. Beata lei. Io al mattino infilzerei qualcuno.

Torniamo in camera per gli ultimi preparativi, io mi fumo la prima sigaretta della giornata e siamo pronti per partire.

Già, siamo diretti alla stazione per un treno che ci porti a Elsinore (alla danese: Helsingor), sede del famoso castello di Amleto. Mi sono detto: quando mai ricapiterà a questo povero prof d’inglese di visitare il luogo dove è ambientata una delle maggiori opere letterarie inglesi di tutti i tempi? Insomma, per me è un must, dobbiamo andarci. Arriviamo alla stazione con un po’ d’anticipo e aspettiamo il treno sul binario 4. E’ una specie di regionale che, dopo otto fermate e poco meno di mezz’ora, ci porterà a Elsinore.

Incredibile a dirsi, ma il treno è un po’ in ritardo. Alessandra prova a darsi un contegno leggendo un quotidiano danese. Non c’è speranza di capire alcunché.

Finalmente il treno arriva e ci accomodiamo. Io comincio a scattare foto ai nostri vicini di scopartimento. Quelli accanto a noi sono una coppia di bellissimi ragazzi, lei bionda, lui moro, sembrano modelli. Ma non sono modelli. Sono attori. Leggono e commentano a voce alta un copione per un film.

Davanti a me, e alle spalle delle mie compagne di viaggio, c’è una ragazza che sembra la versione bionda della nostra amica Simona Tognazzi.

Di lato, dall’altra parte del corridoio, c’è una signora che mi pare di origini eritree, con un bel vestito viola e giallo, che si addormenta non appena il treno comincia a muoversi.

Durante il tragitto, Alessandra studia la guida. Ecco, possiamo stare tranquilli. ha preso lei in mano la situazione. Posso rilassarmi, leggere il mio libro e lasciare a lei l’incombenza di sapere dove scendere, senza guardare fuori dal finestrino ogni due secondi.

Anche la dottoressa Micaela mi dà sicurezza, la sua attenzione è sempre vigile, si sa di poter contare su di lei. E’ come Rexona deodorante, non ti pianta in asso.

E’ vero, forse mi preoccupo sempre troppo e do poca fiducia agli altri. Ma alzando la testa dal mio libro mi accorgo che il paesaggio non è quello che mi immaginavo per arrivare a Elsinore. Secondo i miei calcoli, avremmo dovuto costeggiare il mare, e invece mi pare d’essere in aperta campagna. E poi è quasi passata mezz’ora e il treno ha fatto appena due fermate. Non erano otto? Ma devo stare tranquillo. Alessandra, che legge la guida, ha la situazione sotto controllo, e la dottoressa Micaela vigila sul nostra viaggio.

Quando sono passati ormai 40 minuti e il treno non fa più fermate, comincio a preoccuparmi. Le mie compagne di viaggio, quando esprimo loro i miei dubbi, mi dicono che sono paranoico. Sì sì, paranoico. Ma il treno rallenta a una stazione, io leggo il cartello fuori, consulto la mappa nella guida (tolta dalle grinfie di Alessandra, che doveva controllare) e mi accorgo che è una cittadina da tutt’altra parte rispetto a Elsinore. Conclusione: abbiamo sbagliato treno. Ma com’è possibile? Avete visto anche voi la scritta elettronica sul binario, è impossibile, abbiamo fatto tutto per bene. Probabilmente il treno per Elsinore ha cambiato binario all’ultimo momento, una voce l’avrà annunciato dall’altoparlante, ma ovviamente la lingua danese non ci ha aiutato a decifrarlo. Ora dobbiamo scendere alla stazione successiva (che chissà qual è), riprendere un treno indietro per Copenhagen, scendere di nuovo e di nuovo prendere un altro treno per Elsinore. Facendo un breve calcolo, perderemo circa due ore per una disattenzione del cavolo. E’ un problema, perché oggi la tabella di marcia è piuttosto stretta. Eppure, c’è chi trova la cosa parecchio divertente.

E c’è chi non la trova affatto divertente.

Mi alzo e consulto la mappa dei treni vicino all’uscita. Non ci sono dubbi. La linea ferroviaria per Elsinore è quella che da Copenhagen porta in verticale verso Nord, mentre quella che stiamo percorrendo ora va in direzione orizzontale verso Ovest. Deduco che il treno porti a Odense. Non è buona cosa.

Finalmente il treno si ferma nella piccola stazione di Ringsted, mai sentita nominare. Da qui, cambiamo binario e dopo pochi minuti saliamo su un treno diretto a Copenhagen.

Sul treno rimaniamo in piedi, non si sa mai. Per fortuna non passa nessun controllore, vagli a spiegare in danese il casino che abbiamo combinato.

E rieccoci al punto di partenza. La stazione di Copenhagen. Due ore buttate via, proprio oggi che tutto doveva essere calcolato al minuto. Aspettiamo il treno per Elsinore. Lo prendiamo. Stavolta controllerò io che il tragitto sia quello giusto.

Tutte queste disavventure non scoraggiano Alessandra che, incurante del tempo perso, si consola con un bel panino preparato in albergo prima di uscire. Doveva essere il nostro pranzo. Ma Ganascia è così: quando ha fame, ha fame. Quando ha sonno ha sonno. Quando ha ragione, ha ragione.

Ora sì che il paesaggio fuori dal finestrino è quello giusto. Mare, costeggiamo il mare verso nord.

Naturalmente ho rinunciato a leggere il mio libro di fiction per dedicarmi esclusivamente alla guida. Mentre la dottoressa Micaela ascolta la sua solita musica in cuffia. Mi cede mezzo auricolare. Non ricordo che musica potesse essere. Ma credo di andare sul sicuro puntando su Tenco, Ciampi o il Renatone nazionale, i cantautori preferiti dalla dottoressa Micaela signora del west.

I viaggiatori diretti a Odense erano molto più interessanti di quelli diretti a Elsinore. A fare il viaggio con noi c’è solo questa signora che dorme per tutto il tragitto. Vuoi mettere i due attori giovani, alti, belli e prestanti?

E finalmente arriviamo a Elsinore, due ore dopo il previsto. Dovremo fare in fretta, se vogliamo vedere tutto ciò che ci siamo prefissi.

Fuori dalla stazione c’è un piccolo mercato dei fiori. Vorremm comprare dei bulbi da portare a Emilia, per piantarli in giardino, in ricordo della Danimarca, ma non li troviamo. Ci sono solo fiori recisi.

Elsinore è ovviamente una città di mare, proprio davanti alla Svezia, che si vede sullo sfondo, tra i piccoli fari fosforescenti che delimitano i docks. La cittadina dall’altra parte del mare si chiama Helsingborg e, come potete immaginare, sarà la nostra meta pomeridiana.

Chiediamo informazioni alla gentile signora sovrappeso dell’ufficio turistico e ci dice che si può arrivare al castello anche a piedi. Ci vorranno venti minuti. Ed eccolo qui, l’imponente castello del principe di Danimarca. In linea d’aria è ancora più vicino, ma a piedi dobbiamo fare un percorso più lungo.

E così ci incamminiamo. Scatto una foto a una bambina asiatica che prende il vento in faccia.

Ancora una foto del castello da lontano, con tanto di giovane gabbiano che decolla.

Elsinore non è solo legata al vecchio mito di Amleto (no, mica…). E’ una cittadina viva che ha appena finito di costruire il suo nuovo, modernissimo, teatro di posa.

La passeggiata per il castello è più lunga del previsto, anche a causa di un enorme cantiere che ci fa deviare, allungando il percorso. Ma eccolo lì, visto da un’altra prospettiva, che ci aspetta.

Camminiamo sul ponte che porta all’entrata principale.

Prima di arrivare al castello vero e proprio, costeggiamo delle belle casette arancioni che mi ricordano quelle dei pescatori viste a Copenhagen. Probabilmente anche queste erano le case della povera gente. Ora trasformate in negozietti e ristorantini.

Prima di fare il biglietto, scatto una foto a questo ragazzino che guarda verso la Svezia e che, col suo cappellino, pare che si sia messo in posa per me.

Ed eccolo, finalmente, il castello visto dal cortile. Purtroppo è molto grande e nella foto non mi entra neanche un lato per intero.

Ah, scusate, non vi ho detto che il castello in questione ha anche un nome. Si chiama Kronborg Slot ed è stato fatto erigere nel 1420 dal re Eric di Pomerania che voleva approfittare della posizione strategica (qui lo stretto tra la Danimarca e la Svezia è di soli 4 chilometri) per chiedere il pedaggio alle navi in transito da e per il Mar Baltico.

Facciamo il biglietto per visitarne l’interno che si prensenta grande ma spoglio. Pochissimo è rimasto della mobilia e degli antichi affreschi originali.

Dalla finestra si vedono i cannoni puntati verso la Svezia, perché si sa che tra Svezia e Danimarca non è mai corso buon sangue. Una delle scene più esilaranti di The Kingdom, il serial horror ospedaliero fatto da Von Trier, è quando il perfido dottor Stig Helmer, che è svedese, comincia a sproloquiare contro la Danimarca.

Nonostante l’interno del castello sia spoglio, ha un suo fascino, specialmente la grande sala da ballo.

E’ molto luminoso, ma ci sono anche degli angoletti bui molto suggestivi.

Immortalo una antica camera da letto, che però non mi pare così regale.

Infine ci dirigiamo verso una cappella che è forse l’uncia parte del castello ad aver mantenuto l’aspetto originale.

E’ tutta in legno, molto decorata, forse fin troppo.

Alessandra è già stanca, e si siede in compagnia di un giovane babbo e della sorvegliante muta.

Finito il giro, torniamo all’esterno dove svolazza la bandiera danese.

Anche se il giro del castello non è stato lungo, siamo in ritardo rispetto al piano del giorno. E’ già ora di pranzo e decidiamo quindi di mangiare qualcosa in uno dei localini gialli che circondano il castello. Anche perché ha cominciato a piovere.

Il locale prescelto è carino, ma fa solo una specie di tramezzini aperti con le specialità della Danimarca. Io prendo qualcosa col tonno, o col pollo, non ricordo. E indovinate invece Ale? Certo, lei si butta sull’aringa. E, a quanto pare, conferma il suo giudizio positivo.

Finito il pranzo, dopo il solito deludente caffè acquoso, torniamo verso la stazione.

Faccio un po’ di foto alle persone per strada, come a questa coppia di biondissime ragazzine danesi accompagnate da super-canoni.

Dunque, il piano è di visitare Elsinore e poi prendere un traghetto che in dieci minuti ci porterà dall’altra parte, verso la svedese Helsingborg. Facciamo quindi un giro veloce per le strade della città.

La cosa che colpisce di più è l’enorme numero di negozi di liquori. Siccome qui costano meno che in Svezia, c’è tutto un via vai di turisti svedesi che prendono il traghetto per potersli comprare. Si sa, al nord fa freddo e ci si protegge con un bel litro di alcolico peso.

Ed eccolo, uno dei negozi. Con tanto di manichino ad accogliere i clienti.

Non è un giro approfondito della città, ma ne approfitto comunque per scattare foto a destra e a manca. Questa casetta con le travi a vista mi ricorda quelle che ho visto anni fa a Stratford on Avon. Ed ecco che il nostro amico Shakespeare torna alla mente. Sempre. Ed è giusto che sia così.

Noto anche qualche simpatico esempio di arte di strada. Questa porta dipinta, ad esempio.

O questi ritaglini appiccicati al muro.

Ma basta tergiversare. E’ l’ora di andare in Svezia. Torniamo alla stazione dove, lì accanto, c’è l’imbarco del traghetto che ci porterà a Helsingborg.

Ci imbarchiamo.

So che per molti la foto qui sotto non avrà molto senso, ma mi piace per il senso di antropomorfismo che mi comunica.

Sul traghetto ci rilassiamo un po’, e la dottoressa Micaela si esibisce in una delle sue tipiche posizioni sexy.

Esco fuori per godere il panorama e mi trovo questo tipo che pare francamente depresso.

Scatto una foto al castello di Kronborg visto dal mare.

Le mie compagne di viaggio mi raggiungono. Non possono stare senza di me.

Ed ecco che in dieci minuti siamo già arrivati dall’altra parte. Vista così, la Svezia non sembra un granché.

Sul molo svedese ci accolgono tente bandierine internazionali. Fa piacere sapere che c’è sempre quella italiana, nonostante i grossi “pezzi” (traduzione dal livornese: figurette) che il nostro governo sta facendo un po’ ovunque.

Stiamo per sbarcare e noto subito quest’edificio rosso. Credo sia il municipio.

Appena toccata terra, vedo Alessandra dirigersi senza esitazioni all’interno di un negozio. E’ una cartoleria, ovviamente. Non so se avete letto il fotoracconto da Amburgo, ma io lo avevo predetto: ad Amburgo Alessandra aveva comprato un’agenda (lo fa sempre, in vacanza), ma non era del tutto soddisfatta. E io lo sapevo, lo sapevo che avrebbe tentato di comprarne un’altra.

Io le propongo di comprare una bella agenda del Milan (ah, i danni della globalizzazione…), ma lei storce il naso. Oltretutto non ha valuta svedese con sé, quindi prima dobbiamo cambiare i soldi.

In qualche modo riesco a distrarla e ci dirigiamo verso l’unico punto della città che pare interessante, un castello con faticosa scalinata da salire.

Qui, guardando verso il basso, mi accorgo di una sposa che passeggia per la città con due bambini. non mi faccio scappare l’occasione di fotografarla.

Scendiamo dal castello e facciamo un giro per il centro, con qualche casetta di nuovo con le travi a vista e il tetto spiovente.

In questa vacanza non abbiamo ancora visto un gatto (né ad Amburgo, né a Copenhagen, né a Elsinore), il che è brutto segno, dice Alessandra. L’unica traccia che troviamo è questo volantino di un micio scomparso. Brutto segno, dice Alessandra, brutto segno.

La cittadina di Helsingborg ci colpisce per una cosa soltanto: l’enorme quantità di negozi di parrucchieri. E’ incredibile: nel corso principale ne abbiamo contati almeno sette (sette?).

Nella nostra guida di Copenhagen, com’è naturale, non c’è scritto niente di helsingborg, quindi andiamo un po’ a zonzo a casaccio. Troviamo una chiesa con davanti questa statua di una santa che non ricordo chi è ma che mi piace molto.

Ma basta con queste cose da turisti! Alessandra ci guida senza indugi verso la galleria di negozi.

E indovinate un po’ in quale negozio entra? Ma sì, in una cartoleria! Qui scopre che accettano anche gli euro, lo vede come un segno del destino e finalmente, dopo mezz’ora, compra un’agenda che la soddisfa. E’ tutta in svedese, ma chi se ne fraga?

La sosta in cartoleria rischia di farci perdere il traghetto di ritorno per Elsinore, che è alle 17. Ci sbrighiamo e facciamo appena in tempo ad imbarcarci.

Alessandra è felicissima di aver comprato l’agenda e di avere ancora qualche ora per completare il nostro giro.

Sul traghetto ci sono solo uomini di una certa età, probabilmente diretti nei negozi di liquori di Elsinore. Ma devo dire che hanno già cominciato a darsi da fare sul traghetto.

Piove di nuovo. Facciamo una corsa verso la stazione, dove ci attende il treno che ci porterà alla nostra prossima meta, il museo di arte contemporanea Louisiana, l’ultima tappa del nostro tour giornaliero, che si trova alla periferia di una cittadina tra Elsinore e Copenhagen. Finora, pur con un po’ di ritardo, ce l’abbiamo fatta a fare tutto.

Stiamo ben attenti a prendere il treno giusto. Alessandra è bagnata ma felice.

Il sonno sta prendendo il sopravvento su di lei (la vedete, nel riflesso, che si struscia gli occhi?), ma resisterà, resisterà, perché quest’ultima tappa si preannuncia molto interessante.

Tanto interessante e fotograficamente impegnativa che sono costretto a finire qua questo fotoracconto per aprirne uno nuovo interamente dedicato a quel capolavoro che è il Museo Louisiana. Davvero da non perdere.

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