“La farmacia” – una ghost story

La notte di Halloween, alla libreria Gaia Scienza, c’è stata la premiazione del racconto più votato della raccolta “Presenza di spiriti – Livorno in 22 fantasmi“. Anch’io, avendo partecipato al volume, ero in lizza per poter vincere 100 euro di buoni-libro. Il mio racconto, dal titolo “La farmacia”, è quello che apre il volume ed è una tipica ghost story, ambientata non nell’Inghilterra dell’800 ma nella Livorno dei giorni nostri. Oltre al premio per il racconto più votato, c’era anche un premio di 200 euro per il lettore sorteggiato. Purtroppo sono arrivato solo secondo (la vincitrice è stata Silvia Conforti) ma mi consola il fatto che la lettrice che ha vinto il buono-libro da 200 euro è una signora che abita in Canada (ha fatto arrivare il suo voto per posta) e che aveva votato il mio racconto.

Avevo già pubblicato su questo blog, un po’ di mesi fa, l’incipit de “La farmacia”. Adesso lo pubblico per intero, sperando di fare cosa gradita. Ogni commento è ben accetto.

La farmacia

Mi chiamo Antea. Lo so, è un nome poco comune, al contrario di me, che sono una ragazza normale. Ho appena usato due aggettivi, comune e normale, che poco serviranno a spiegare gli eventi accaduti negli ultimi mesi. Ovvero da quando ho cominciato a lavorare nella farmacia centrale di Livorno, quella in Piazza Grande.

So di non essere la sola, in questa città, che è al corrente di questa storia. Qualcuno, prima di me, l’ha vissuta. Qualcuno, prima di me, l’ha raccontata. Ci sono tante voci, in giro. E si sa cosa succede alle voci, in una città provinciale: sono come palline di vetro infuocate, sospese e pendule all’estremità del bastone cavo che serve a soffiarle. Le parole, qui, sono come l’aria che gonfia quella pallina oblunga fino a farla diventare una bellissima bottiglia, o un lampadario pregiato, o un vaso di cristallo. E, proprio come una bottiglia, un lampadario o un vaso di cristallo, anche le storie gonfiate dal pettegolezzo, dal sospetto, dal sentito dire, sono fragili e rischiano di frantumarsi in un secondo. Ma rimane sempre, al centro, quel nucleo di verità.

Andiamo per ordine.

Sono una laureanda alla facoltà di Farmacia dell’Università di Pisa. Credo nella scienza. Per il resto sono agnostica. Ve l’ho detto, sono una ragazza normale. Ho 23 anni, sono in pari con gli esami, e non vedo l’ora di laurearmi per portare avanti il mio progetto di ricerca sulle proteine in grado di rallentare l’invecchiamento. Come previsto dal mio piano di studi, prima di laurearmi, devo svolgere almeno sei mesi di tirocinio in una farmacia. È un’emerita cavolata, ma questo è il regolamento e, se non lo seguo, non mi fanno laureare. Contavo sulla farmacia del Pontino, che è l’unica ad avere ancora un laboratorio per i preparati artigianali; ma la prima che aveva bisogno di un tirocinante era invece quella centrale. Non volendo perdere tempo, ho fatto domanda lì. Non sapevo cosa mi aspettava. E non avevo considerato che è l’unica farmacia aperta anche di notte. Come a tutti, anche a me sono toccati due turni di notte alla settimana. E il buio non favorisce di certo l’oggettività delle cose che vediamo. Al buio è più facile nascondersi, che mostrarsi. Quindi, se qualcuno sceglie il buio per mostrarsi, significa che ne ha proprio bisogno. O che non può fare in altro modo.

Lavoravo lì da una settimana quando mi è stato assegnato il primo turno di notte. Le mansioni di un tirocinante sono delle più svariate. Di giorno faccio la spola tra il magazzino e la sala principale, dove entrano i clienti. Di notte, se non devo dare le insuline a qualche tossico, o la tachipirina per qualche febbrone notturno (dovrebbe farlo il dottore di turno, a me non è permesso vendere i medicinali ai clienti, ma di solito lui dorme sul divano nella stanzetta sul retro), mi anticipo con l’inventario. Il magazzino è al primo piano, ma normalmente, almeno la notte, non c’è bisogno di andarci, le medicine che si vendono sono sempre le stesse. E invece, proprio al mio primo turno di notte, un cliente ha chiesto un prodotto che si trovava solo in magazzino. La ricordo come se fosse ora, quella prima volta. La ricordo meglio della prima volta che ho fatto l’amore.

La luce al neon non funziona al primo piano. Appena si entra dalla porta del magazzino, è necessario fare cinque passi verso destra per accendere l’unica lampada che funziona, di quelle con l’interruttore a terra, che si azionano col piede. Adesso lo so, ma allora no, e non lo chiesi al dottore perché avrei dovuto svegliarlo. La prima volta che ho aperto la porta del magazzino, mi ha accolto un buio pressoché totale. Ho schiacciato l’interruttore alla parete e mi sono accorta che non funzionava. Gli occhi si stavano lentamente abituando all’oscurità, aiutati da un riflesso del lampione esterno che penetrava dalla finestra in fondo alla stanza. Ed è proprio accanto alla finestra che la vidi per la prima volta. Sembrava come un sacco appoggiato a terra. Poi invece ho riconosciuto una figura inginocchiata. Si distingueva male, era vestita di nero. Ma intorno alla testa chinata aveva qualcosa di luminoso, di bianco, che rifletteva la poca luce esterna. Io credo nella scienza, non credo nella vita nell’aldilà o negli spiriti. Eppure, in quel momento, ho avuto la sensazione che qualunque realtà fosse possibile. Sono rimasta ferma. Ho sentito una litania che veniva da quella parte. La porta si è chiusa alle mie spalle e io, d’istinto, sono strisciata lungo la parete verso destra, inconsapevole che vi fosse una lampada. Andavo semplicemente verso l’altra finestra, con l’intento di aprirla. A un certo punto la cosa nera ha cambiato aspetto. Ho capito che aveva un volto, che aveva sollevato la testa. La sua faccia era, o almeno mi è parsa, completamente vuota, bianca, piatta, a eccezione degli enormi occhi neri e della bocca che continuava a produrre suoni ripetitivi e inquietanti. Intorno a quel volto incompleto mi è parso di riconoscere un velo. Mi ha guardata dritta negli occhi. Ho creduto di sprofondare nell’abisso. Con uno sforzo enorme, come soggiogata da quello sguardo nero e liquido, sono riuscita a fare un altro passo laterale e col piede, accidentalmente, ho calpestato l’interruttore della lampada. La poca, improvvisa luce è bastata a cancellare la mia visione. Non c’era niente, lì, solo un sacco di juta pieno di vecchi camici. Col cuore che mi batteva all’impazzata, mi sono avvicinata di qualche passo verso il punto in cui l’avevo vista. Niente, non c’era niente. Un’illusione ottica, un momento di suggestione. Le solite spiegazioni logiche. Ho preso la confezione di pillole che mi serviva, ho spento la luce e sono uscita dal magazzino. Quando ho consegnato il medicinale al cliente, le mani mi tremavano ancora.

Vorrei che mi tremassero ancora.

È passsata qualche settimana, prima che tornassi nel magazzino di notte. Di giorno ci vanno tutti. Ma interrogando i miei colleghi, farmacisti o tirocinanti che siano, ho capito di esser stata l’unica, negli ultimi tempi, a visitare quella stanza di notte. Nessuno ne aveva avuto bisogno. O forse, conoscendoli adesso, nessuno ne aveva avuto il coraggio. Quella seconda volta mi sono portata dietro una torcia elettrica. Ho aperto la porta e l’ho accesa. Per non favorire illusioni ottiche, due o tre mattine prima avevo spostato il sacco di juta in un’altra stanza. Al suo posto c’era ora una sedia, qualcuno l’aveva messa lì durante il giorno. Ho puntato la torcia in quella direzione. Non c’era niente di sospetto. Lasciandomi guidare dal fascio di luce verso la lampada grande, ho premuto l’interruttore col piede e la stanza si è illuminata. Ho spento la torcia. Sono andata verso l’armadio coi medicinali di scorta, ho preso quel che mi serviva e sono tornata verso la lampada. L’ho spenta. Subito ho sentito quel lamento, quel rantolo, anzi. Ho riacceso la torcia ed è tornato il silenzio. Mi sono avviata lentamente verso la porta, strisciando con le spalle lungo la parete. Arrivata alla porta, mi ci sono appoggiata contro e ho spento la torcia. Subito il rantolo si è fatto sentire. Ho guardato in direzione della sedia. Non era più vuota. Seduta, con le mani congiunte, l’ho riconosciuta subito. Era la stessa presenza. L’ho guardata meglio, stavolta. Era tutta nera, tranne il volto pallidissimo e il velo bianco che glielo incorniciava. Teneva nelle mani un rosario, e lo sgranava emettendo una litania cupa e catarrosa, prega per la tua anima, prega per la tua anima, prega per la tua anima, prega per la tua anima. Cantilenando questa frase, i suoi occhi scuri, profondi, mi entravano nel cervello, scavavano nel mio passato, frugavano tra i miei segreti più intimi. Con una forza di volontà che non credevo di avere, ho distolto lo sguardo e, con movimenti lenti, passando un braccio dietro alla schiena, ho abbassato la maniglia della porta per uscire. Proprio in quel momento, il rantolo si è trasformato in un grido sottile e acutissimo, come un ultrasuono. Pervasa dal terrore, ho spinto la porta con la schiena e, mentre perdevo l’equilibrio, ho sentito due braccia afferrarmi da dietro. Ho gridato con tutta me stessa. Poi più niente.

Mi sono ritrovata sdraiata sul divano al piano terra, un odore acre sotto il naso. Il dottore aveva spezzato una fialetta per farmi rinvenire. Era la terza.

“Si sente meglio? Mi dispiace di averla spaventata.”

“Cos’è successo?”

“Un cliente ha suonato ripetutamente il campanello. Mi sono svegliato, mi sono guardato intorno e lei non c’era. Ho pensato subito che fosse di sopra, nel magazzino. Sono salito, la porta era socchiusa, l’ho spalancata verso l’esterno e lei ha perso l’equilibrio venendomi addosso. Io l’ho afferrata per non farla cadere, lei ha gridato ed è svenuta. Mi ha fatto preoccupare. Era bianca come uno straccio. Nonostante avesse perso conoscenza, aveva gli occhi sgranati e le pupille dilatate.”

“Scusi dottore, ma non ha visto niente nel magazzino?”

“Non ho controllato, l’ho subito portata giù. Perché, cosa avrei dovuto vedere?”

“No, niente, mi perdoni, sono ancora scossa.”

“Ma cosa le è successo?”

“Niente, sono rimasta al buio e ho avuto paura.”

“Di che cosa?”

“Lo so che adesso le sembrerò pazza. Ma lì dentro c’era una suora.”

“Una suora?”

“Se fossimo in un racconto di fantasmi, le direi che ho visto un fantasma. Il fantasma di una suora.”

Il dottore era imbarazzato. Mi è sembrato che volesse ridere, ma l’espressione sulla mia faccia era ancora troppo terrorizzata per permettersi di farlo.”

“Lei crede ai fantasmi?”

“Certo che no, dottore! Eppure so di averla vista, so che c’era. Non so dirle cose fosse, ma so che la sua presenza era reale, quanto la sua in questo momento.”

“Facciamo così. Io adesso le do un tranquillante, lei rimane sdraiata qui sul divano e cerca di dormire un po’. Per stanotte la sostituisco io. Non si preoccupi, non dirò niente alla direttrice.”

“Dottore, lo so che non mi crede, penserà che sono stressata, che ho problemi di allucinazioni, magari che ho preso qualche droga. Ma le posso giurare che lì dentro c’era qualcuno. Ed è la seconda volta che la vedo. L’ho vista bene, non posso scordare quegli occhi neri. Sembrava volessero mangiarmi. Si manifesta solo col buio, ripete sempre una frase all’infinito, finché non si accende la luce. Allora scompare, lei, il suo velo, il suo rosario e la sua voce.”

“Mi scusi, ma se era al buio, come ha fatto a vederla?”

“In fondo al magazzino c’è una finestra da cui filtra un filo di luce dal lampione esterno. È così che l’ho vista.”

Il dottore è rimasto in silenzio per un po’. Poi si è alzato, ha preso una confezione di tranquillanti, ha premuto sul blister facendone uscire due. Me li ha porti, insieme a una bottiglietta d’acqua. Ha detto:

“Ci dorma su, che domani avrà dimenticato tutto.”

È bello potersi fidare di qualcuno. È bello sapere che, quando la nostra mente vacilla, c’è sempre un amico pronto a riportarci alla realtà. O, almeno, alla sua realtà. Ho preso le pastiglie dalle sue mani, le ho ingoiate con un sorso d’acqua e mi sono distesa.

“Dottore?”

“Sì?”

“Potrebbe tenerla per sé, questa storia? Non vorrei che mi prendessero per pazza.”

“Non si preoccupi. Ora chiuda gli occhi e dorma tranquillamente. Ci sono io qui con lei, mi occupo di tutto io.”

Ma già sull’ultima frase, i miei occhi erano pesanti. Non so cosa mi ha detto dopo. Mi ha lasciato dormire tutta la notte, svegliandomi alla fine del turno. Il sole era già alto. Non ho preso l’autobus, sono tornata a casa a piedi. La passeggiata fino all’Ardenza mi avrebbe schiarito le idee.

Sono tornata in farmacia il giorno successivo.

Ho capito subito che qualcosa non andava. La dottoressa, l’altra tirocinante e persino l’inserviente evitavano il mio sguardo. Mentre sistemavo gli omogeneizzati sullo scaffale, li ho visti guardarmi di sottecchi. Non è difficile capire quando si è esclusi da una complicità. Il dottore non aveva mantenuto la sua promessa. Ne ero certa. Io, la più scettica delle scettiche, mi stavo guadagnando la reputazione di una fifona superstiziosa. Che non è il migliore appellativo per una donna, come me, dedita alla scienza. Ho deciso di ignorare i loro sorrisetti. Ho continuato a lavorare a testa bassa fino alla pausa pranzo. Quindi sono uscita, ho comprato un panino e mi sono messa a mangiarlo su una panchina davanti al municipio. Mentre osservavo i turisti che aspettavano l’autobus per Pisa, mi ha raggiunto Cristiana, l’altra tirocinante. Si è seduta accanto a me, con la sua macedonia di frutta fresca. Aveva voglia di parlare. Ed è strano, perché fino ad allora non mi aveva mai rivolto la parola.

“Allora l’hai vista.”

“Che cosa?”

“La suora.”

“Te l’ha detto il dottore, vero?”

“Sì. Rideva, mentre lo raccontava.”

“Che stronzo!”

“Vabbè, non te la prendere.”

“Tu ne sai qualcosa?”

“Il mio professore dell’università, quando ha saputo che avrei fatto il tirocinio qui, mi ha detto, ridendo: “occhio alla suora!”. Quando gli ho chiesto cosa intendesse, mi ha raccontato che girano strane voci sul conto di questa farmacia. Si dice che da molti anni ci sia questo fantasma che appare di notte nel magazzino. Ecco perché io, col buio, non ci vado mai. E se un cliente, di notte, ha bisogno di un medicinale che sta là, gli dico che è finito e che torni l’indomani.”

“Quindi tu non l’hai mai vista.”

“No, nessuno di noi l’ha mai vista. Ma io preferisco non rischiare.”

“Io da una parte sono terrorizzata, ma dall’altra sono curiosa, proprio perché ritengo che ci sia una spiegazione logica a tutto questo.”

“Quando ti tocca la prossima notte?”

“Venerdì prossimo.”

“Allora mi faccio dare lo stesso turno, così se hai qualche problema ci sono anch’io.”

“Grazie. Ma quasi quasi la prossima volta ci mando il dottore, nel magazzino. Così vediamo se ride ancora, quello stronzo.”

“Ora sì che mi piaci!”

Cristiana aveva finito la macedonia mentre io ero ancora a metà del panino. Mi ha lasciato lì sulla panchina, salutandomi con un sorriso. Poco dopo l’ho raggiunta in farmacia.

Il venerdì successivo, come mi aveva promesso, Cristiana era lì con me, pronta a fare il turno di notte. Il dottore aveva preso qualche giorno di ferie, e al posto suo c’era l’altra dottoressa, con la quale Cristiana sembrava andare molto d’accordo. Proprio come il dottore, poco prima di mezzanotte, la dottoressa si era sdraiata sul divano, dicendoci di chiamarla solo in caso d’emergenza. Verso le due si è presentato un cliente con la richiesta di un medicinale salvavita a me sconosciuto. Ancora una volta c’era da andare in magazzino. Vista la serietà del caso, Cristiana non si era sentita di rifiutare il medicinale al cliente. Ma non sarebbe mai salita su da sola. Mi sono offerta di andarci io. A patto che mi accompagnasse. Mi ha messo una torcia nella tasca del camice e abbiamo salito insieme le scale. Davanti alla porta del magazzino ha bussato, come se un fantasma potesse rispondere ‘avanti!’. Di fronte al naturale silenzio, ho abbassato la maniglia e le ho detto di aspettarmi sulla soglia, con la porta aperta. La luce delle scale mi avrebbe guidato fino alla lampada senza neanche accendere la torcia. Ho guardato nella solita direzione. Niente, forse c’era troppa luce. O forse avevo davvero immaginato tutto. Ho fatto i primi tre passi verso la lampada. Cristiana, dalla porta, mi ha detto: “Tutto bene?”. Appena le ho risposto di sì, la porta si è chiusa alle mie spalle, e la voce di Cristiana, stavolta diversa da come la conoscevo, ha detto: “Allora divertiti!”. Ho sentito la chiave che girava nella serratura e la risata di Cristiana che si mischiava a quella di un’altra donna: la dottoressa non dormiva affatto.

Presa dallo spavento, ho cercato di accendere la torcia, ma non c’è stato niente da fare: qualcuno aveva tolto le batterie. La stanza era immersa nell’oscurità, qualcuno aveva coperto le finestre. In quel momento di buio totale ho cominciato a sentire la solita litania: prega per la tua anima, prega per la tua anima, prega per la tua anima, prega per la tua anima. Mi sono precipitata verso lampada, ma al buio ho preso male le distanze, l’ho urtata ed è caduta giù. Probabilmente non avrebbe funzionato lo stesso. Sono tornata alla porta, ma non c’era modo di aprirla. Ho chiamato Cristiana e la dottoressa, ma ormai erano tornate giù, a ridersela alle mie spalle. Sentendomi gridare avrebbero riso ancora di più. Nel frattempo gli occhi si erano abituati al buio e, pur senza la luce della finestra, ho visto la suora inginocchiata davanti alla sedia, come se confessasse i suoi peccati. O forse i miei. Mi dava le spalle, e la sua voce era sempre più grave, sempre più potente, mi entrava nelle orecchie e si spandeva in ogni fibra del mio corpo, qualcosa si stava strappando dentro di me, un freddo pungente mi congelava le membra, le rendeva secche e rigide come un ramo da bruciare, se mi fossi mossa mi si sarebbero spezzate le gambe, le braccia, se avessi gridato mi sarebbe caduta la lingua, mi sarei lacerata in piccole strisce di carne essiccata. Sempre continuando la sua mostruosa cantilena, la suora si è alzata e si è voltata verso di me. Era altissima. Ho chiuso gli occhi per un istante, giuro che è stato soltanto un istante, li ho riaperti, e lei era lì davanti a me. I suoi occhi non erano neri, ora che li guardavo bene non avevano nessun colore. Erano trasparenti, e dietro di essi potevo scorgere il cervello grigio sotto la calotta cranica. La sua faccia, ad esclusione degli enormi occhi e della bocca sdentata, non aveva lineamenti, era bianca e piatta. Ricordo perfettamente l’ultimo pensiero che ho avuto, mi sono detta, “che strano, sono nel buio più assoluto e riesco a vedere tutto, proprio come un gatto.” Il suono della sua voce, sempre più assordante, si è poi mischiato al rumore dei grani del rosario che scricchiolavano l’uno contro l’altro come denti che digrignano. La sua mano si è poggiata sulla mia spalla. Ho sentito una tonnellata di peso che mi schiacciava verso il basso. Con la schiena alla porta, ho cominciato a scivolare verso il pavimento. Ho chiuso gli occhi. Ho sentito l’altra mano che mi apriva la bocca con forza e ci infilava dentro decine e decine di pastiglie. Le sue dita lunghe me le spingevano fino in fondo alla gola. Sentivo le sue unghie lunghe, scheggiate, che mi graffiavano l’interno della bocca, della faringe, giù giù fino allo stomaco. Ricordo di aver avuto un fortissimo conato, e le sue mani enormi che, facendo da tappo, ributtavano giù il vomito impedendomi di respirare. Prima di perdere i sensi ho sentito la sua voce per l’ultima volta. Mi diceva di pregare per la mia anima. Poi, più niente.

            Il mattino dopo qualcuno mi ha portato in ospedale. Non so dirvi chi, né che faccia avessero le mie colleghe quando hanno aperto la porta e mi hanno trovata in quello stato.

Sono qui, adesso. Ho avuto danni permanenti al sistema cerebrale. È una cosa seria. Sono stata in coma per molti mesi. Non ricordo niente. Quando mi sono svegliata, la mia mente ha ripreso a lavorare normalmente, posso vedere tutto quello che c’è intorno a me, posso sentire i miei genitori che piangono, si sentono in colpa per tutte le pillole che ho ingerito. Il mio corpo non risponde. Non riesco a muovere neanche un muscolo. Ho ancora gli occhi spalancati, non riesco a chiuderli mai. La notte è il momento peggiore. Se potessi parlare, chiederei che mi lasciassero accesa almeno una luce. E invece è tutto buio.

Quando si spengono le luci, mi viene a trovare. Si siede sul mio letto. Sgrana il rosario e mi dice di pregare per la mia anima. Io, coi miei occhi spalancati, la guardo, non posso fare altro. E cerco una spiegazione. Cerco di capire cosa voglia da me.

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