ACAB, una recensione. D’altronde…

Sono andato a vedere ACAB di Stefano Sollima. Chi mi conosce dirà: e cosa ci combina? E io risponderò: ero andato a vedere il film sulla Thatcher (da cui non mi aspetto un granché, ma per studi passati sono molto interessato a quel periodo storico), ma a causa dell’ennesimo errore del giornaletto locale (Il Tirrenuccio), sono arrivato con venti minuti di ritardo, proprio quando stava per cominciare Acab. E così, con gran disappunto di Alessandra, siamo entrati a vederlo. Non sapevo niente di questo film, a parte quello che si evince dal trailer. Ho cercato di vederlo senza pregiudizi.

Finito il film, sono tornato a casa. Mi sono letto qualche recensione a caso in rete. Al di là del valore artistico del film (non eccelso, secondo me, un po’ troppo fiction per il grande schermo, anche se meno edulcorato, ma questo passa in secondo piano), nessuno la pensava come me. Cito alcune frasi di Chiara Ricci su Cinemio: “Ed è forse questo il punto di forza del film di Sollima: il fatto che non ci sia uno schieramento dalla parte dei “buoni” o dei “cattivi” ma che venga fornito il quadro totale della situazione e dell’azione“. E, ancora lei: “Il film non professa alcuna ideologia politica, non la sfiora nemmeno mostrando solo – e nella giusta misura – quale sia l’orientamento di questi gruppi, di questi schieramenti […] Di certo c’è il fatto che questo film è degno di moltissima attenzione perché valido e assolutamente equo, giusto, preciso“.

Vado avanti e trovo Manuel Giannantonio su Duerighe.com: “Questi poliziotti diventano l’emblema di un malessere che impone allo spettatore di riflettere sulla realtà che ci circonda e di questo stato che mette in piazza uomini disapprovati, sfiduciati e soprattutto malpagati che rischiano molto per l’applicabilità dei principi della democrazia“.

E poi Giulio Cicala su Pellicole rovinate: “Sollima racconta senza facili moralismi un mestiere difficile, rivolge le proprie accuse verso i poteri di palazzo, troppo spesso staccati dalla realtà e in grado di usare i celerini come “pedoni” di una scacchiera malata e violenta (la società): i primi ad essere utilizzati e gli ultimi ad essere ricordati“.

Da queste frasi direi che tutto sommato i celerini se la cavano egregiamente nell’opinione dello spettatore (pur se a casa hanno i busti di mussolini e sono violenti nel lavoro e fuori), ne escono in qualche modo puliti, giustificati.   Voglio dire, il film non è un film a tema, ed è vero che concentra l’attenzione sulle vite private e sul lavoro sporco dei protagonisti, ma da qui a dire che non prende nessuna posizione ce ne vuole. Credo che l’opinione comune di uno che esce dal vedere questo film sia: poveracci, guarda che vita, è vero, sono violenti, ma d’altronde…

Mi voglio soffermare su un paio di meccanismi che scaturiscono dal film. Il primo è ovviamente quello di far riflettere la vita privata nella vita lavorativa. I protagonisti sono Cobra (Pierfrancesco Favino), dedito soltanto al suo lavoro, apparentemente asociale, con poster fascisti e busto di Mussolini in casa, la cui unica preoccupazione pare sia quella di fare gruppo coi suoi fratelli celerini; Negro (Filippo Nigro), con moglie cubana e figlia piccola che viene lasciato dalla moglie; Mazinga (Marco Giallini), il veterano del gruppo, sposato con una poliziotta da ufficio (assolutamente incapace di gestire la vita familiare) e con figlio sedicenne ribelle che abbandona la famiglia per unirsi a un gruppo di estrema destra; Adriano (Domenico Diele), il nuovo del gruppo, con mamma vedova sfrattata a cui spetta una casa popolare occupata  però da immigrati clandestini.

Ora, come diceva una mia collega dell’Elba, ognuno c’ha le sue. Non è che uno, siccome la moglie lo lascia o il figlio scappa di casa, deve per forza prendere a manganellate la gente. E’ come se Alessandra mi lascia e io la mattina dopo appioppo uno schiaffo a un alunno. A me, giustamente, mi mettono in galera. Ora, so che questa è una visione semplicistica, ma mi sembra che il regista abbia volutamente dato a tutti i personaggi una vita sfigata e mostrato uno stato assente per poi giustificare, agli occhi dello spettatore, i comportamenti poco ortodossi. Ma andiamo avanti.

La seconda operazione è un po’ più raffinata e si tratta di esporre una falsa critica alla violenza dei poliziotti per poi giustificarla. Faccio degli esempi: in una delle scene iniziali Cobra è processato per aver picchiato un tifoso allo stadio. Questo ragazzo sostiene che lui aveva il biglietto e non c’entrava nulla con gli scontri, e che il celerino gli ha spaccato i denti senza che lui avesse colpe. Lo spettatore dice: ecco, il poliziotto ha usato della violenza ingiustificata contro chi non c’entra niente, proprio come succede molte volte nelle manifestazioni (vi ricordate le immagini di Genova con signore e signori anzianotti con la testa spaccata? Dubito che quelli fossero dei black bloc…). Poi, prima di cambiare scena, en passant, si sente dire che il ragazzo è già quattro volte che viene accusato di violenza allo stadio. E così lo spettatore è certo che quel ragazzo è un impostore e che il Cobra ha fatto bene a picchiarlo.

Il Nigro ha una moglie cubana e una figlia piccola. La moglie lo lascia perché lui trascura la famiglia. Poi, con ordinanza del tribunale, gli impedisce di vedere la figlia. Questo perché, mentre lui l’aveva in custodia, l’aveva lasciata in caserma per una spedizione e se l’era dimenticata là. Il padre celerino, allora, va a casa dalla ex moglie e le dà un pugno in faccia. Poverino, si capisce, lei era cattiva e non gli faceva vedere la figlia. Quando il suo collega Cobra prova a spiegare la situazione a un altro collega, gli dice così: “Sai, era giovane, era appena entrato in servizio, prendeva il primo stipendio, s’è fatto una vacanza a Cuba dove ha conosciuto lei che pensava di trovare il riccone che la portava in Italia e la faceva star bene. Hanno fatto una figlia e poi le cose sono tornate alla normalità, lui è rimasto un poliziotto e lei una zoccola cubana”. Ora, nel film non c’è assolutamente nessun accenno al fatto che lei sia una poco di buono, la si vede solo che lavora in una scuola di danza; è il padre che trascura la figlia, non la madre, che sembra una ragazza per bene che si preoccupa del bene della figlia. Eppure ho sentito qualcuno del pubblico dire: “viene da Cuba, di sicuro è una zoccola.” Cioè, l’attenzione e il giudizio negativo si spostano dal padre (comprovato violento e negligente) alla madre che, solo per essere cubana, è una zoccola, è cattiva e non gli fa vedere la figlia.

Ancora un esempio: i celerini vengono chiamati a una manifestazione al porto di Civitavecchia. Qui un manipolo di operai protesta (sono stati licenziati? non si sa). I celerini sono in schieramento ma, guarda caso, cominciano a picchiare solo dopo che gli operai gli sputano addosso. Quello che voglio dire è che non c’è mai un’azione di violenza gratuita, un celerino che attacca senza essere provocato: i poliziotti sono sempre, sempre, sempre giustificati. Ci sono altri momenti di questo genere nel film, sono sistematici, perché si tratta proprio di un voluto meccanismo narrativo: il rovesciamento sottile.

Ci sono poi dei riferimenti a fatti reali. Il primo è l’uccisione del tifoso laziale in autogrill. Questo evento è appena accennato e difficilmente giustificabile (il poliziotto non è stato provocato, ha semplicemente estratto la pistola e ha sparato a uno che non ha fatto niente). Ma ecco che ci pensa Cobra l’eroe che se ne viene fuori con qualcosa del tipo: “Ma tu guarda se per una testa di cazzo ora ci viene riversata tutta questa merda addosso” (perché dovranno fare servizio d’ordine allo stadio, con i tifosi in pieno tumulto). Cioè, siccome l’uccisione gratuita di un tifoso in un autogrill non è giustificabile, allora si dà la colpa alla mela marcia: noi non siamo così. E’ lui che ha fatto una cazzata.

Ma la cosa più bella è il riferimento al G8. Anche questo evento viene appena accennato tra i colleghi come un momento buio della loro carriera, e viene fatto intuire che lì davvero hanno fatto una gran cazzata collettiva. Ma ci pensa di nuovo Cobra a risollevare l’opinione che abbiamo di lui e dei suoi colleghi, ovvero lo sguardo colpevole e vulnerabile, come a dire, sì, l’abbiamo buttata di fòri, ma d’altronde…

Ecco, direi che proprio in questo meccanismo si cela la costruzione ideologica del film, che non mi pare affatto la narrazione neutra di una tranche de vie di un gruppo di celerini, ma nasconde una precisa volontà di mostrare la violenza istituzionale, i torti, le debolezze, il fascismo convinto di questi uomini, ma solo per scagionarli.

D’altronde…

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