Fotoracconto: Parigi, Marina P, il Beaubourg, Leo e il petit gateau

Ed eccomi, dopo mesi di silenzio, a riprendere in mano questo blog. E lo faccio con un nuovo post che in realtà è un classico, ovvero il fotoracconto del viaggio all’estero da cui siamo da poco tornati. E’ stato un viaggio in varie tappe, che scoprirete mano a mano, sperando di riuscire a scrivere un fotoracconto per ogni giorno di viaggio. E la prima tappa è stata Parigi. Siamo partiti lunedì 9 luglio, praticamente all’alba, come dimostra la foto scattata dalla finestra della nostra mansarda, che si affaccia a est.

Mario, il babbo di Ale, ci è passato a prendere con l’auto e, nonostante la previdenza di alzarci presto, abbiamo rischiato di far tardi per un enorme camion che ci si è piazzato davanti lungo tutta l’Aurelia.

Arrivati all’aeroporto di Pisa, mi accorgo di strane sculture che fuoriescono dall’erba. Mi sembrano puppe col capezzolo storto. Sono perplesso.

Poi mi rendo conto che invece sono dorsi di delfino che escono dal terreno come se questo fosse il pelo dell’acqua. Facciamo il check in, io faccio colazione (Alessandra assolutamente no, non mangia mai niente prima di prendere l’aereo, e neanche durante il volo), e poi ci avviamo a prendere i posti. Scatto una foto a Ale con il nuovissimo bagaglio a mano, e mi accorgo solo ora che dietro c’è un tipo che fa lo spiritosetto. Ahahah!

Ora, il motivo per cui Ale non mangia niente prima di un volo è la paura. Le si chiude lo stomaco. Chi ha già letto qualcuno dei miei fotoracconti di viaggio, lo sa. Sa che io metto sempre una o più foto di Alessandra durante il decollo. E tutti ci ridono ma poi dal vivo mi dicono “che stronzo a farle la foto, poverina, sei un sadico”. Ma io lo so che ci ridete anche voi. Durante il decollo, comunque, le ho fatto un bel po’ di primi piani, con una gamma variabili di espressioni facciali. Ne userò però soltanto una, che a me sembra rappresentativa.

Il volo procede regolare, e sopra le nuvole è un bel vedere, almeno per me. Alessandra è paralizzata, non mangia, non beve, non legge, non parla. Ma non si decide a prendere un bel Tavor Oro per i viaggi in aereo, come le è stato più volte consigliato.

Ed atterriamo così a Parigi. Ci è venuta a prendere la nostra amica Marina P, parigina d’adozione, e Alessandra si fa una risata. Mi dispiace deludere Marina (lettrice di questi fotoracconti), ma ipotizzo che il sorriso sia più dovuto al sollievo di essere atterrata incolume che non al vedere chicchessia.

Ma il sentimento che ci lega a Marina P è molto forte, una corrispondenza artistica e intellettuale, e finalmente ho la prova che anche da parte sua è lo stesso. Infatti Marina P ci è venuta a prendere con la macchina e ha pagato qualcosa come 5 euro di parcheggio mentre aspettava che atterrassimo. Ora, scusa Marina, non so se posso dirlo pubblicamente, ma uno dei tuoi soprannomi è Manina, per il fatto che non sganci soldi molto facilmente. Insomma, sei un po’ tiratina. Il fatto quindi che tu abbia pagato il parcheggio per venirci a prendere dimostra inconfutabilmente tutto il bene che ci vuoi. Sappi che è corrisposto.

Ed eccoci nel traffico periferico di Parigi. Marina e la sua famiglia abitano ai margini della città, vicino a Ivry, ed è lì che ci stiamo dirigendo, per posare le valigie e riposarci un attimo.

Arriviamo davanti a un cancellino, Marina scende e lo apre, parcheggia la macchina e…

Chi troviamo a darci il benvenuto? Ma sì, lui, l’immarcescibile Fefé, il simpatico gatto peloso della famiglia Baron-Peloso. Lo avevamo già conosciuto nel nostro precedente viaggio a Parigi, e devo dire che ancora una volta Marina si è dimostrata una donna piena di sensibilità visto che, nonostante abbia avuto un figlio e abbia cambiato casa, non lo ha abbandonato al suo destino.

Me lo ricordavo diverso, più rosso e più peloso. Ma forse è solo che il tempo passa un po’ per tutti. Comunque, per un confronto col Fefé del 2008, basta cliccare QUI. Entriamo in casa, apriamo le valigie, e tiriamo subito fuori il regalo che abbiamo portato per Marina P che, per chi non lo ricordasse, è stata prima cantante e membro fondatore dei Loungerie: il fantastico grembiule di Papille, l’ultimo spettacolo dei Loungerie. Marina P lo indossa immantinente e si fa fare una foto da mettere sul blog del gruppo.

Nel frattempo Fefé ha trovato il suo posticino ideale e si è accomodato sulla valigia di Alessandra. Da lì osserva Marina P un po’ perplesso.

Dopo un’oretta di relax, è l’ora di muoverci. Leo, il figlio non ancora duenne di Marina, è già all’asilo, e Jules, il compagno di Marina, è a lavorare. E adesso anche la povera Marina P deve andare a sudarsi il salario nella piccola librairie de la libre pensée. Usciamo insieme. Faccio una foto al nome della via, casomai ci scordassimo dove dobbiamo tornare.

Ci avviamo verso la stazione della metro, che è Porte de Choisy.

Facciamo un piccolo giro in centro con Marina e poi ci separiamo, lei al suo lavoro, noi alla nostra vacanza. Ma Alessandra ha già fame, visto che non ha fatto colazione. Quindi ci fermiamo in un take away orientale e prendiamo una specie di piadina con pollo e spezie varie. Buonissima.

Sul cammino verso la nostra prima mèta, faccio qualche foto agli esempi di streetart che trovo. Non ci sono dubbi che si tratti proprio di streetart, come ci informa gentilmente l’autore.

Ed eccola la nostra prima mèta, il centre Pompidour per l’arte contemporanea. Lo abbiamo già visto nei nostri precedenti viaggi a Parigi, ma in questo periodo c’è una personale di Gerhard Richter che non ci vogliamo perdere. Staremo a Parigi solo due giorni, quindi sappiamo già che dovremo rinunciare al Louvre e all’Orsay. Ci accontentiamo quindi del Beaubourg.

Prima di entrare diamo un’occhiata all’Atelier Brancusi lì vicino.

Lo giriamo in cinque minuti e poi ci avviamo all’entrata del Beaubourg, dove vediamo un gruppo di ragazzi che bivaccano davanti all’ingresso. Non resisto e faccio una foto, anche per immortalare il topo bianco che uno dei tipi tiene sulla testa.

Prima di cominciare il giro, ci prendiamo un caffè, anche perché Alessandra ha letto la frasetta magica che la interessa più di tutte: FREE WI-FI. Infatti si è portata l’Ipad da casa e per tutta la vacanza cercherà disperatamente di connettersi a qualche linea gratuita in giro per le città. Non ricordo se qui ci è riuscita.

Saliamo verso l’ultimo piano, dove si trova la mostra di Richter. Guardando in giù le persone cominciano a sembrare formichine.

E diamo un’occhiata al panorama dall’alto di Parigi, con la tour Eiffel sullo sfondo.

Arrivati all’ultimo piano, ci sentiamo improvvisamente come in un film di fantascienza, dove qualcuno ha sganciato una bomba di gas sonnifero per portare avanti i suoi loschi piani. Ecco come si presenta l’atrio prima di entrare all’esibizione. Non molto confortante. E uno…

E due…

E tre e quattro.

Ed eccoci, finalmente.

Gerhard Richter, Dresda, classe 1032, è diventato famoso soprattutto per i suoi dipinti che sembrano fotografie sfocate. I soggetti delle sue tele possono essere paesaggi:

Nuvole e mari in tempesta:

Mentre scatto queste foto, vedo un giovane guardiano che mi osserva. Penso, scocciato: ecco, ora mi dice che non si possono fare fotografie ai quadri. Allora lo anticipo e vado a chiederglielo io, col mio francese stentato. Lui gentilmente mi dice che sì, si possono fare, basta non usare il flash. Ci sono solo alcuni dipinti che non possono essere fotografati e che hanno accanto una piccola icona con una macchina fotografica e una X sopra, per cui dovrei riconoscerli. Per ringraziarlo, fotografo lui e uno dei pochi quadri che non si potevano fotografare.

Oltre ai paesaggi e alle nuvole e ai mari in tempesta, Richter si è dedicato amche alle nature morte. Questo dipinto di una candela è molto bello, secondo me.

E anche il teschio (che più natura morta non si può) è intrigante.

Ma forse sono i ritratti sfocati, quelli per cui Richter è più celebre. In effetti li trovo bellissimi.

Il dipinto qui sotto è quello usato per il poster della mostra. Bello davvero. Ovviamente io ci ho messo del mio fotografando anche l’osservatore.

Girando per la mostra, incappo in una ragazza che sembra essa stessa uscita da un quadro. Non resisto e la fotografo.

Così come non resisto a scattare un’altra foto al panorama di Parigi, stavolta col Sacre Coeur in lontananza.

Continuo il percorso della mostra, e mi accorgo che i ritratti sfocati Richter li faceva anche in bianco e nero. Suggestivi.

Altri sembrano prendere a modello le foto di cronaca nera.

E poi Richter ha avuto anche un altro periodo artistico che riguarda l’arte astratta, tutta incentrata sulle linee e sui colori. Tutt’altro genere, forse più decorativo che emozionante.

Nel quadro sotto, le righe originarie sono orizzontali, sono io che le ho inquadrate obliquamente. Così, per dare un tocco di originalità al tutto.

Infine scatto una foto ricordo ad Alessandra davanti a un quadro tutto quadrettato.

E così finisce la mostra di Richter. Veramente bella. Ma il museo è tutt’altro che finito. C’è tutta la collezione permanente, da vedere. Siamo un po’ stanchi, a dire il vero, ma un’occhiatina veloce ce la diamo lo stesso. E’ tutta roba buona. Sapreste dire chi ha dipinto i seguenti quadri? Facciamo così: per farvi divertire, come ho già fatto in passato, scriverò un numero prima del quadro, senza dire chi è l’autore. Se qualcuno vuole, può dare le risposte in un commento alla fine del post.

Numero uno:

Numero due:

Numero tre:

Numero quattro:

Numero cinque:

Numero sei:

Numero sette (che assomiglia al mio amico Alessio):

Numero otto:

Numero nove:

Numero dieci:

Vediamo se riuscite a prendere la sufficienza…

Continuiamo il giro della collezione permanente, dove troviamo qualche opera tutta blu di Yves Klein.

Poi scatto una foto pseudoartistica a un ragazzo che legge le didascalie.

E infine io e Ale ci facciamo uno scatto riflessi nello specchio di un’opera contemporanea.

Ecco, possiamo lasciare i piani dedicati alla permanente e dare un’occhiata al seminterrato, dove troviamo una specie di gabbia trasparente che altro non è che una sala prove, con tanto di calendario gigante scritto al muro per chi vuole prenotarsi. Siamo tentati di scriverci Loungerie, ma poi lasciamo perdere. Però sarebbe stato bello, alla domanda “E voi dove lo provate il vostro spettacolo?”, e noi: “Al Centre Pompidour di Parigi”. Troooooooppo lounge!

Ma più interessante ancora è una proiezione multipla su grande schermo che avviene lì accanto. Non tanto per le proiezioni, quanto per i comodissimi divani su cui possiamo rilassarci un po’.

Altro che rilassarci un po’! Io, che venivo da una notte insonne prima della partenza, mi sono abbioccato pesantemente sdraiato su uno dei divani. E voi pensavate che lo avrebbe fatto Alessandra, eh? Niente da fare, lei doveva controllare se c’era la connessione wi-fi. Comunque, dopo una mezzoretta mi sveglio, pronto per continuare il nostro giro. Passiamo dal museum shop dove Ale trova subito quello che cercava: la nuova agenda per l’anno a venire. Sono stato fortunato: gli scorsi anni, in vacanza, mi ha fatto entrare in decine di cartolerie per trovare l’agenda giusta. Stavolta, al primo colpo, ZAC!, l’ha trovata. Ed è felice come una pasqua.

Ci allontaniamo dal Beaubourg costeggiando la distesa limacciosa in cui sono immerse le sculture sul retro del museo. Io me le ricordavo tutte semoventi e zampillanti di acqua limpida, e non immobili e immerse in un acquitrinio malsano. Ma forse ricordo male.

E quindi riprendiamo il nostro percorso. Prossima tappa: il Palais de Tokio, museo di arte comtemporanea, dove abbiamo appuntamento con Marina P e con Leo, che è appena uscito dall’asilo. Prima però, una foto all’arte di strada.

E poi una foto sul metro, alla stazione Roosevelt.

Ed eccoci davanti al Palais de Tokio, dove troviamo Marina con prole, che ci guarda con sospetto.

Il Palais de Tokio è un luogo parigino molto à la page, con mostre di arte contemporanea e video. L’ultima volta che ci siamo stati, c’era una retrospettiva su Richard Kern. E adesso?

Adesso ci sono ammucchiate un po’ di cose di arte contemporanea, ma niente di veramente interessante. Ad esempio, questa specie di shangay giganti. Cosa vorranno dire, a parte il fatto di essere lunghi e colorati?

Per fortuna nei musei d’arte contemporanea c’è sempre qualche opera-specchio, che ci consente una simpatica foto di gruppo.

Leo dopo un po’ comincia – giustamente – ad annoiarsi, allora lo distraiamo con un video in cui una faccia viene presa a schiaffi da mani e piedi. Lui ne rimane affascinato.

Ma il sorriso di Leo che vedete nella foto sotto non è dovuto al video, quanto alla promessa di un petit gateau, parola che Leo ripete in continuazione, con un’intonazione interrogativa tipicamente parigina: ptigato’? ptigato’? ptigato’? Decidiamo quindi di andare al café del museo.

Sul tragitto per il café, ci fermiamo ad ascoltare le prove di un gruppo abbastanza lounge che suonerà la sera lì nel museo, su questo bel palco colorato. Marina P dice che la cantante non ha una grande voce. Ma è secca e bellina. E questo la salva.

Al café, mentre ci sediamo, vediamo una signora che si alza. Io e Ale non la riconosciamo, ma Marina fa: “Quella è Ségolène Royal: Zona Mito”. Ma noi, non avendola riconosciuta, non siamo soddisfatti dell’avvistamento VIP. In ogni caso, ci sediamo e ci accorgiamo che il café del museo non offre molta scelta di cibo. Ma Leo ha chiaramente fame. Marina tira fuori un biberon pieno di latte, e il bimbo si tranquillizza.

Leo, che pure si è  sgrofognato tutto il latte in trenta secondi, non dimentico della promessa fattagli poc’anzi, continua a ripetere “ptigato’? ptigato’?”. Lasciamo il museo e ci avviamo quindi verso il ptigato’ per Leo. E rifiniamo, lì vicino, davanti alla Tour Eiffell.

C’è soltanto una baracchina che vende crepes e hot dogs. Io e Ale prendiamo un hot dog, mentre Leo continua a pretendere il suo ptigato’. E Marina finalmente lo accontenta, comprandogli una crepe alla marmellata.

E pensate un po’? Il ptigato’ ha effetto immediato e Leo si addormenta beato (mi ricorda un’altra persona che, appena mangiato, comincia a sbadigliare e a fare la pennychella).

Prendiamo quindi la metro per tornare verso casa. All’uscita dalla metro, però, ci attende un cielo nero nero e un bell’acquazzone.

Ma, come nelle più belle storie, dopo la pioggia viene il sereno…

Ed eccoci finalmente a casa. Jules è ancora al lavoro, tornerà più tardi. Marina P mette a letto Leo (le ci vogliono circa 10 secondi, un record) e, da vero angelo del focolare, ci cucina un’omelette e ci prepara il letto per la notte.

E Fefé? Continua a guardare perplesso i due invasori della propria casa, ma poi si rassegna e va a nanna anche lui.

E qui finisce la prima giornata del nostro viaggio. Che continuerà con nuove avventure, tantissime fotografie e un nuovo ptigato’. Quindi non perdetevi i prossimi fotoracconti.

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