Amsterdam, 1° fotoracconto: Barbara, Kubrick, il reciciclaggio e la trasfigurazione di Samba

Il nostro mini-soggiorno a Parigi è già finito. Com’è nostra consuetudine, ci svegliamo presto, intorno alle 6 e mezzo, perché abbiamo un treno da prendere alle 8 e 25. Marina e Jules si svegliano con noi, beviamo un caffè insieme, ci salutiamo e prima delle 7 siamo già per strada. Con la famiglia Baron-Peloso ci vedremo i primi di agosto in Italia.

Andiamo alla stazione metro dove ci sono ancora molti che dormono sdraiati sulle panchine.

Stavolta non prendiamo l’aereo, e Alessandra può tranquillamente fare colazione prima della partenza.

Ed eccolo, il terzo sul tabellone, il nostro treno per Amsterdam.

E’ un Thalis, un treno veloce, che abbiamo prenotato settimane addietro via Internet. fa poche fermate, una delle quali a Bruxelles Zuid, dove ne approfitto per immortalare due capitreno, uno dei quali racconta all’altro di essere andato a pescare e di aver preso un muggine grosso così.

Il treno è supercomodo ma il bar non è un granché. ne approfittiamo comunque per prenderci un caffè a metà mattinata.

Dopo poco più di tre ore siamo ad Amsterdam. Qui abbiamo un appuntamento sul retro della stazione, da dove partono i traghetti.

L’appuntamento è con Barbara, nostra cara amica livornese che abita ad Amsterdam da più di 15 anni e che ci ospiterà a casa sua. E’ la nostra seconda tappa sentimentale.

Barbara ci è venuta a prendere alla stazione con Robert, il suo fidanzato olandese, che noi avevamo conosciuto l’anno scorso a Livorno. E’ Robert che guida l’auto perché Barbara, nonostante abbia la patente, quando guida le vengono gli attacchi di panico e si blocca in mezzo al traffico.

A casa di Barbara facciamo conoscenza con il primo inquilino, Rakia, troppo vecchia e stanca per darci il benvenuto.

Più vispo ci pare Samba, il gatto di casa.

Dal primo istante Samba stabilisce un legame di preferenza con Alessandra, che è una fan di tutti i gatti, perché la fanno ridere.

Ma la sua passione per i gatti non le impedisce di fare un sonnellino sulla sedia, mentre Samba le annusa le suole in cerca di qualche odore stimolante.

Robert è olandese ma ha subito capito che gli italiani sono sempre in cerca del caffè, e si offre di fare una moka per noi, soprattutto per Ale, sperando si riprenda un po’ dal suo torpore.

E, dopo Rakia e Samba, ecco un’altra inquilina dell’appartamento. E’ Sofia, un metro e ottanta, la splendida figlia quattordicenne di Barbara.

E con lei ci sono due sue amiche, di cui non ricordo il nome. La casa di Barbara è il refugio che accoglie le adolescenti irrequiete amiche di Sofia.

Anche a Barbara diamo il grembiule dei Loungerie, e lei lo usa immantinente per prepararci una pasta al pomodoro, prima di cominciare i nostri giri.

Subito dopo la pasta, usciamo.

Ci incamminiamo a piedi, lungo i canali.

La foto sotto non è che sia particolarmente bella, ma ho deciso di metterla perché mi sono accorto di due bolle di sapone che fluttuano nell’aria.  Comunque è rappresentativa di Amsterdam: c’è un canale, c’è un ponte e c’è una bicicletta.

Camminiamo verso la stazione, da dove siamo arrivati. Qui, un edificio moderno.

Lì accanto, una struttura di ferro a più piani. Si capisce che cos’è? E’ un parcheggio per biciclette. Ed è tutto pieno! Gli olandesi sono fissati con le biciclette. Guai a toccargliele. Comandano loro.

Qui sotto forse si capisce meglio. Amsterdam è invasa dalle bici.

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Ritorniamo esattamente al punto di partenza, fuori dalla stazione e prendiamo un traghetto che funziona da ponte mobile verso l’altra sponda, attraversando il fiume IJ. Sì, si chiama così, IJ. Credo sia un tratto dell’Amstel, il fiume da cui prende il nome la città.

Siamo nella zona nuova, e ne approfitto per scattare una foto a degli edifici moderni che si affacciano sull’acqua.

Alessandra prova a stappare le orecchie, chiuse dal cambiamento di pressione. Ah no, un attimo, non siamo più sull’aereo, siamo su un traghetto, qualcuno dovrebbe dirglielo.

In mezzo al mare galleggia un mappamondo fatto di bottiglie di plastica. Come vedremo, anche il reciclaggio è un MUST per gli olandesi.

La cascata che scende dal palazzo che vedete sotto, è anch’essa tutta formata da bottiglie di plastica. A sinistra, un cartellone ci mostra lo slogan della città per il 2012: I amsterdam (Io sono sterdam). Robert mi informa che l’anno precedente lo slogan era “Amsterdam got it” – “Amsterdam ce l’ha”. Verrebbe da chiedere: cosa c’ha Amsterdam? Ma voi, che siete smaliziati e drogatelli, lo sapete già. Non per niente Amsterdam è piena di italiani.

La nostra meta è questo edificio che vedete sotto. Si tratta del nuovissimo EYE, il museo del cinema inaugurato il 4 aprile 2012 dalla regina Beatrice e progettato dal tedesco Delugan Meissl, attivo soprattutto a Vienna e a Stoccarda, dove ha progettato il museo della Porsche.

Ed ecco cosa troviamo all’EYE: una mostra su Stanley Kubrick. Non si poteva chiedere di meglio.

La mostra è strutturata in modo semplice ma efficace: ogni stanza è dedicata a una pellicola di Kubrick, con grande schermo che proietta le immagini del film e, alle pareti e per la stanza, foto, disegni, lettere, oggetti che rimandano alla lavorazione del film. Per Lolita, ad esempio, c’è una lettera di Sue Lyon, la giovane attrice che interpreta Lolita. La lettera è indirizzata a Kubrick ed è stata scritta dopo il ritiro dalle scene di Sue,  7 o 8 anni dopo Lolita. Sue ringrazia Stanley per tutto quello che ha fatto per lei, per essere diventata la persona che è ora, sposata con un ingegnere, del quale allega pure una foto. Commovente.

Giriamo tutte le stanze. In quella del Dottor Stranamore, trovo interessanti i disegni preparatori fatti per la conference room, la stanza ovale delle decisioni.

Bellissima è la stanza dedicata a Arancia Meccanica. Non ha bisogno di ulteriori parole.

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2001 odissea nello spazio: i costumi, gli oggetti di scena, i disegni delle astronavi.

Anche la stanza dedicata a Shining è bellissima. C’è la macchina per scrivere originale.

Sullo schermo passano le immagini della povera Shelley Duvall, che per girare questo film è quasi andata fuori di testa.

E poi i vestitini originali delle gemelline malefiche.

E la foto originale della fine del film, con uno strepitoso Jack Nicholson in forma smagliante.

Passiamo poi a Full Metal Jacket…

E infine all’ultimo, grande film di Kubrick. Ho ancora vari dubbi circa il montaggio del film, forse l’ha finito qualcun altro. E infatti il film, rispetto agli altri, non è un orologio svizzero. Però ci sono scene di una potenza, di un’ambiguità esagerate. Ad esempio, quella della festa-orgia, dove il personaggio di Tom Cruise fa una figura di merda colossale. A me fa troppo ridere, quella scena. Pensare a quanto è scemo lui.

Parola d’ordine:

E i poster originali.

Finiamo di vedere la mostra e ci riposiamo un po’. Al negozio compro un magnete di Arancia Meccanica, con la faccia mefistofelica di Malcom MacDowell, e sapete la cosa bella? In molti posti in Olanda, ormai, non accettano più i contanti. Per cui ho dovuto pagare qualcosa come 2 euro e 50 con la carta di credito.

Ci prendiamo un caffè e esco sulla terrazza a fare qualche foto. Pochi metri più in là passa una gigantesca nave. Mi fa un effetto strano.

Foto artistica.

Foto artistica con riflessi.

Usciamo dall’EYE per andare, lì accanto, al museo del reciclaggio. Ed ecoola, più da vicino, la cascata di plastica.

E ancora più da vicino…

Entriamo. La prima cosa che vediamo è una specie di robot costruito con tutti i giocattoli vecchi. Bellino ma, come avrebbe detto mia madre, te lo immagini a spolverarlo?

Ecco un’altra bella idea di reciclaggio delle bottiglie di plastica: appenderle al muro, riempirle di terra e piantarci dei semi. Forse tanto una bella idea non è, visti i risultati…

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E poi c’è la poltrona fatta di stracci usati. Non sembra ma è comoda.

Qui barbara testa il tronco-divano, cercando di smentire il pessimismo di Alessandra, che dice che è un troiaio. Barbara afferma che invece ci si sta comodi. Ma te lo immagini un catafalco così in casa?

E poi Brabara si china verso un foro in basso nel muro per vedere cosa c’è al di là. Non credo ci sia un granché, ma questa foto mi sembra bella, astratta, mi ricorda la scenografia di Dogville.

Usciamo un po’ delusi dal museo del reciclaggio e Robert si ferma in un supermercato a chiedere il prezzo di una bicicletta pieghevole. Sì, perché ad Amsterdam le bici le vendono anche al supermercato. Ve l’avevo detto che erano fissati, o no?

Ritorniamo verso la stazione. L’idea è quella di separarci, io e Ale continuiamo il nostro giro mentre Robert e Barbara tornano a casa. Quindi chiedo di fermarmi all’ufficio informazioni turistiche per prendere una cartina decente. In realtà, pur avendo davanti solo tre o quattro persone, restiamo dentro quasi mezzora.

Ma, appena uscito dall’ufficio, scopro che Barbara ha cambiato idea e ci vuole portare tutti alla biblioteca pubblica.

E fa bene, perché la biblioteca è modernissima e molto bella. saliamo le scale mobili verso il piano con la videoteca.

Questa è una visione dall’alto.

C’è questa serie di scaffali che fanno il giro a 360 gradi, tutti pieni di dvd. Se hai la tesserina ne puoi prendere un tot gratis e tenerli per tipo tre settimane. Barbara cerca qualche film di Kubrick da fare vedere a Robert.

E in tutto questo tempo, dov’è finita Alessandra? Ah, eccola qui, non ha resistito e ha dovuto accedere a una postazione mac, anche se c’è il catalogo dei libri in olandese.

Una volta presi i film (con qualche difficoltà di Barbara, perché lì è tutto automatico), continuiamo a salire.

Qui siamo sulla terrazza sotto al tetto. Davanti a noi, la città di Amsterdam. Robert ci mostra il quartiere dov’è nato lui. Ci spiega i cambiamenti che la città ha subito negli ultimi decenni, come sono cambiati gli equilibri con le immigrazioni postcolonialiste (ad esempio, molti in Olanda sono originari del Suriname, ex colonia olandese).

Sulla sinistra, quell’edificio verde a forma di nave è una delle fatiche dell’architetto Renzo Piano. Si tratta del centro scientifico NEMO, progettato nel 1997, ovvero l’anno in cui siamo stati ad Amsterdam l’ultima volta.

Usciti dalla biblioteca, ci sorprende un improvviso acquazzone tropicale.

Ci ripariamo, assieme ad altri olandesi, in una stanzetta adibita al pagamento del parcheggio. E qui continuano le chiacchiere, come si può desumere dalle espressioni di Brabara e Alessandra, mentre Robert, un po’ più distante, ci guarda un po’ sconcertato.

L’acquazzone dura solo dieci minuti, quindi possiamo rimetterci in cammino, sotto un sole incerto.

Per l’ennesima volta, passiamo davanti alla stazione. Stavolta scatto una foto alla facciata.

Qui prendiamo l’autobus che ci riporta verso casa di Barbara. ma non andiamo lì. Siamo stati invitati per cena da Valeria, altra livornese trasferitasi ad Amsterdam.

Suoniamo il campanello e Valeria scende.

Insieme andiamo al ristorante Thailandese lì vicino e ordiniamo dei piatti take away.

Ed eccolo il quartetto in attesa del cibo.

Finalmente saliamo e Valeria ci fa vedere la sua nuova casetta. Bellina da morire. Luminosa. Quindi ceniamo.

Dopo cena ci rilassiamo un po’, facciamo due chiacchiere, anzi, molte chiacchiere, tutte in inglese, perché Robert non parla italiano e io e Ale non parliamo olandese. Mi piace parlare in inglese. Alessandra smanacca sul suo Ipad, come al solito.

Ed eccoci pronti per tornare a casa. Sono le 23 e fuori non è ancora del tutto buio. Ah, queste estati nordiche…

.Sulla strada di casa, vedo due bellissime finestre illuminate di rosso, mi ricordano Edward Hopper, le fotografo senza indugio (foto artistica).

E poi, come a coronazione di una giornata passata ad Amsterdam, dopo i canali, i ponti, le biciclette, poteva mancare un caro vecchio mulino a vento? Certo che no!

Tornati a casa, troviamo Sofia che si sta provando un bell’abitino bianco, perché tra due giorni tutta la famiglia è invitata a un matrimonio gipsy. Purtroppo sarà il giorno della nostra partenza, quindi ce lo perderemo.

Sul divano, Timmy, primogenito di Barbara, l’ultimo inquilino che ci mancava, prova l’Ipad di Alessandra. Anche lui è un tipo tutto dedito alla tecnologia.

E alla fine è l’ora di andare a letto. Noi dormiremo in una stanza all’ultimo piano, dove Barbara ha allestito una stanza per gli ospiti.

Ma, prima di andare a letto, un ultimo saluto da parte di Samba che, vista l’immagine di Malcolm McDowell, comincia a scuotere la testa in modo inconsulto, pronto per trasformarsi in chissà quale mostro e mangiarci durante la notte. Sopravviveremo?

Per saperlo, non vi resta che seguire la prossima puntata di questi fotoracconti.

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