Fotoracconto – Secondo giorno ad Amsterdam: l’architettura, le beghine, l’incendio, la grigliata

Il nostro secondo giorno ad Amsterdam comincia con la pioggia. Scendiamo in cucina per prendere il caffè. Samba ci tiene compagnia, soprattutto ad Alessandra. Guarda in camera mentre scatto una foto.

Fuori dalla finestra guardiamo la pioggia che cade sugli alberi del giardino condominiale.

Robert prepara il caffè. Mi sa che, pur essendo olandese, è la sua specialità. Pare che quando Barbara è arrabbiata o nervosa, lui interrompe la conversazione con un “preparo un caffè”. E le acque si calmano. Il che mi ricorda mia zia Giacinta che beveva dodici caffè al giorno, sostenendo che il caffè la calmava. Ma mentre lo preparava le tremavano le mani.

Ed ecco Barbara che ci raggiunge al tavolo. Un tè, per lei.

Nonostante la pioggia, usciamo comunque, con la speranza che diminuisca. Oggi dobbiamo visitare la città in lungo e in largo, seguendo i vari percorsi a piedi che ci consiglia la nostra mini-guida. Se poi continuerà a piovere, vorrà dire che ci concentreremo sui musei, un classico. Nella piazzetta accanto a casa di Barbara c’è un bar. Due cappuccini e due croissant, circa nove euro. Non certo economico. Quando Barbara viene in Italia e va a fare colazione al bar, al momento di pagare le fanno il conto e le dicono “due euro e venti”, e lei dice: “allora me ne dia un’altra”.

Il nostro percorso parte dai pressi della stazione centrale, la pioggia sta smettendo e decidiamo di andarci a piedi, una mezzoretta di passeggiata lungo i canali.

La statua di un uomo con la sciatica.

Una composizione di finestre.

C’è un cane che guarda davanti a sé e poi sposta lo sguardo su di noi, poi riguarda davanti e di nuovo guarda noi. Finché capisco cosa vuole: c’è una pallina da tennis poco lontano, lui è legato e non ci arriva. Allora prendo la pallina e gliela do. Lui la prende in bocca e subito dopo la lascia cadere, facendola rimbalzare di nuovo lontano da sé. E’ questo il suo giochino, impietosire i passanti prendendoli per i fondelli. Ci cascano tutti.

Una bici porta-fiori.

Un rastaman un po’ agée che pedala per le strade di Amsterdam. Un classico.

Case tipiche olandesi.

Gatto tipico olandese.

Paesaggio tipico olandese.

Arrivati alla stazione, cominciamo il nostro percorso vero e proprio di scoperta della città. Costeggiamo un albergo che si chiama Prins Hendrik e qui la prima sorpresa, di cui la guida non dice nulla: fuori dall’albergo c’è una targa che ci ricorda che proprio qui, nel 1988, è morto il grandissimo Chet Baker. Al quale, tempo fa, dedicai un post. Chi se lo fosse perso, lo trova QUI. Dice sia morto, drogato perso, cadendo da una finestra dell’hotel. Ma questo la targa non lo specifica.

Questo sotto è uno degli edifici più vecchi di Amsterdam. Infatti è di legno.

Lungo i canali di Amsterdam succedono varie cose.

C’è chi si allena contro il Pontino per la Coppa Risi’atori.

E poi ci sono gli imperturbabili e simpatici cigni che fanno le loro giratine. Simpaticissimi.

Anche i compleanni si festeggiano sulle barche lungo i canali.

Una qualche chiesa (dovrei riguardare la guida per sapere che chiesa è, ma anche no).

Ed ecco gli spazzini acquatici. I canali pullulano di attività mattutina.

A un certo punto notiamo una piccola ma fornita libreria di seconda mano piena di libri in lingua inglese. Il proprietario è un giramondo inglese molto simpatico. Provo a chiedergli se ha dei testi di Shelagh Delaney, una drammaturga e sceneggiatrice inglese degli anni ’60, i cui testi sono ormai fuori catalogo. La Delaney è l’autrice del bellissimo A Taste of Honey, da cui Tony Richardson, negli anni Sessanta, ha tratto l’omonimo film con una giovanissima Rita Tushingham, in pieno Free Cinema inglese. La Delaney è stata inoltre una grande fonte di ispirazione per i testi di Morrissey che, ad esempio, la cita in This night has opened my eyes (“The dream has gone but the baby is real”) e in Reel around the Fountain  (“You’re the bee’s knees, but so am I”, e il bellissimo verso “I dreamt about you last night, and I fell out of bed twice”). Comunque il librario mi dice che libri della Delaney non ne ha, allora ripiego su una raccolta di opere di un altro drammaturgo inglese, Joe Orton (se non lo conoscete, potete vedere il film di Stephen Frears Prick up your ears, ispirato alla vita turbolenta di Orton, ucciso a martellate dal compagno).

Usciamo dalla libreria e per poco non ci investe la signora con carrello e figlioli al seguito (anzi, davanti). Le ho già viste anche a Copenhagen, queste biciclette con rimorchio per trasportare un numero variabile di figlioli, che va dai due agli otto (non parlo dell’età, ma dei numeri di bimbi che i polpacci devono trasportare).

Quello sotto è un palazzo importante, per qualche ragione, ma non ricordo quale.

E anche l’edificio sotto ha una qualche importanza, ma chissà…

Quello sotto, invece, lo so cos’è. E’ il Muziktheater, cioè il teatro dell’opera di Amsterdam.

Facciamo una piccola deviazione per vedere un cinema/teatro storico, il Theater Tuschinski, progettato nel 1918 dall’architetto de Long, capolavoro dell’Art deco’. Qui si sono esibite, tanto per darvi un’idea, Marlene Dietrich e Judy Garland.

Poco oltre troviamo un teatrino che è specializzato in commedie. Il pensiero corre subito ai Loungerie.

Abbiamo già camminato tanto, ci fermiamo in un ristorante che non si capisce bene che caratteristiche abbia, in che tipo di cucina sia specializzato. Per non sbagliare, decidiamo di prenderci una bella English breakfast, uova, pancetta, salsicce, patate, funghi, fagioli, succo d’arancia e tè. Buonissima. Una volta ogni tanto.

Mi sa che i proprietari, però, sono cattolici, vista la statuina della madonna sopra la testa di Alessandra.

Finita la colazione/pranzo, usciamo di nuovo e lì accanto troviamo una gruppo di uomini in tenuta Ghostbusters che sono specializzati nel togliere i graffiti dai muri. Hanno il loro furgoncino con scritto Graffiti Ex.

Attraversiamo un ponte.

Faccio una foto paesaggistica.

Costeggiamo la casa-museo Willet-Holthuysen, che offre uno “spaccato” di vita in una casa signorile di Amsterdam tra il 700 e l’800. La costeggiamo ma non entriamo.

Poco più avanti, la casa del pasticcere e speculatore borsistico Pieter van Schoorel.

Un ponte.

Una coppia di giovanissimi dai capelli rossi che si sbaciucchiano su una panchina. Belli.

Un altro palazzo bello e importante.

Anche qui, come a Copenhagen, una carrozza tirata da cavalli sponsorizza la birra Heineken , proprio come in Danimarca sponsorizzava la birra Carlsberg.

Un portoncino ci informa che lì dentro fanno qualcosa che ha a che fare con la Russia. Non so cosa sia, forse una stazione radio? Un centro di ricerca? Boh. Però pare d’essere precipitati ai tempi della guerra fredda. Facendo una piccola ricerca su internet scopro che la CCCP al 505 di Herengracht è un’azienda che produce film, pubblicità e format tv.

Cosa sarebbe Amsterdam senza canali e senza fiori?

E’ una mia impressione o diversi edifici a Amsterdam sono inclinati? E’ una caratteristica dell’architettura olandese? O sono io che faccio le foto storte? Ecco la risposta: Sì, molte case olandesi hanno la facciata inclinata. Perché? Ho fatto qualche ricerca e vi do la risposta. Innanzitutto, molte case sono strettissime, perché prima si pagavano le tasse sulla casa in base alla larghezza delle fondamenta. Quindi tutti cercavano di costruire case alte e strette. Però c’era un problema: essendo strettissime, almeno alla base, non si poteva far passare carichi ingombranti fino ai piani superiori. Allora si usava una carrucola per tirarli su e farli passare dalle finestre superiori. Ma il tutto strusciava sulle pareti, rovinandole. Inclinando la parete in avanti, si riusciva a evitare questo problema. Interessante, no?

La nostra prossima meta è il FOAM, ovvero il museo della fotografia. Lo sorpassiamo un paio di volte prima di vederlo, ma poi ci arriviamo.

Ci sono tre mostre. La prima è sugli scatti quotidiani di amici e famiglie, un guazzabuglio di vecchie foto ingrandite prese dagli album di casa.

Divertente. Anche perché molte sono degli anni ’60. E’ bello guardare foto di sconosciuti che potrebbero essere stati parte della nostra famiglia.

La seconda esibizione è di un importante paparazzo di nome Ron Galella, specializzato nel catturare i momenti privati di divi del cinema e del jet set, tra gli anni ’60 e gli ’80.

Riconoscete qualcuno, nelle foto qui sotto? Io vedo Woody Allen, Angie Dickinson, Barbra Streisand, Al Pacino, Dustin Hoffman.

Infine c’è una esibizione che mi ha colpito non tanto da un punto di vista estetico, quanto per la storia che vi è dietro. Quella che vedete nella foto è la Chiesa Madre di Gibellina, uno strano edificio sferico realizzato nel 1972 dall’importante architetto italiano Ludovico Quaroni. La fotografa e videomaker che ha ideato l’esibizione ha avuto una storia con Emilio Massimiliano, il figlio di Quaroni. A distanza di qualche anno dalla loro relazione, il figlio ha ucciso la propria madre nel centro di Roma. La fotografa deve esserne rimasta colpita. E ha un po’ sfruttato quella sua relazione. Per i più morbosi, vi linko l’articolo del Corriere della Sera.

Continuiamo il nostro giro, dove fotografo la bandiera simbolo di Amsterdam, con queste tre X che mi ricordano Il grande dittatore di Chaplin.

Un altro palazzo degno di nota.

Dopo tanto camminare, ci fermiamo a riposare su una panchina di una bella piazzetta, dove c’è una libreria che espone foto e opere di tale Gerrit Komrij, morto da poco. Non ho idea di chi sia, allora mi informo. Non esiste la pagina di Wikipedia in italiano, ed ecco allora quella in inglese.

Nella piazza dove ci riposiamo c’è anche l’ingresso per il Begijnhof, sponsorizzato da tutte le guide di Amsterdam. E’ un complesso di 164 case costruite intorno al 1600 e abitate solo dalle beghine, una specie di suore laiche che dedicavano la loro vita ad assistere i malati e gli anziani. Di questi beghinaggi sono ricche tutte le città fiamminghe, come si scoprirà anche nel seguito del nostro viaggio in Belgio.

La statua di una beghina.

La casa più antica delle beghine.

La chiesa delle beghine e qualche turista.

L’interno della chiesa delle beghine.

Alcuni stemmi sulla parete di una casa delle beghine. Ah, dimenticavo di dire che dal 1976 è morta l’ultima beghina che ci abitava e che ormai ci sono solo vecchine ma non beghine.

Finito il giro beghineggiante, ci immergiamo nella folla del centro e dei negozi.

E arriviamo così nella celeberrima Piazza Dam, centro nevralgico di Amsterdam. Qui svetta l’imponente Palazzo Reale, che poggia su più di 13 mila palafitte.

Di lato, la Nieuwe Kerk che, a dispetto del nome, non è proprio nuova, visto che è stata costruita nel quattordicesimo secolo, poi distrutta da un incendio, e di nuovo ricostruita a metà del ‘600.

Dietro Piazza Dam, troviamo un edificio neogotico dell’800 che è ormai diventato uno shopping centre, il Magna Plaza.

Foto di sconosciuto che fuma al balcone.

Questa foto non ricordo perché l’ho fatta, ma forse perché l’edificio aveva una qualche importanza.

Un bel panorama architettonico della città.

Altro panorama con chiesa.

Continuando il nostro percorso, costeggiamo il quartiere a luci rosse, dove scatto una foto pudica a una signorina in bella mostra.

E’ già pomeriggio inoltrato. Verso le sei abbiamo un appuntamento con Barbara, che finisce di lavorare all’asilo. Dobbiamo incontrarla lì. Ci incamminiamo.

Non è proprio vicino, l’asilo, ma ci ricordiamo bene il nome della via, Rapenburg, un nome che è molto più facile rispetto ai nomi di tutte le altre vie di Amsterdam.

In questa via troviamo  una casa (o forse è un locale? o un negozio?) con la celeberrima foto di Aldo Fabrizi intento a divorare il suo pranzo.

E poi un carrettino in mezzo a questi fiori multicolore che ornano le porte di molte case.

Ed eccolo, l’asilo. E’ ancora presto, i bambini stanno uscendo e decidiamo di aspettare.

Andiamo in cerca di un caffè. Questa parte della città è abbastanza deserta.

Troviamo due bar, ma sono chiusi. Proseguiamo, e scatto uno foto all’arte di strada.

A un certo punto ho come la sensazione di essere spiato. Mi volto e ci sono tre teste che mi guardano da una finestra. Un po’ macabre.

Finalmente troviamo un bar col caffè Illy e ne traiamo profitto.

Per un attimo poso la mia Nikon e Ale mi fa un ritratto, omettendo la parte superiore della mia testa. Fa sempre così.

Poi Ale ci prende gusto e mi scatta un’altra foto, mentre aspettiamo di entrare nell’asilo.

Ed eccolo qua, il piccolo ma delizioso asilo gestito da Barbara e altri due soci.

I bimbi sono tutti usciti e Barbara sta appendendo delle bandierine per festeggiare un bambino che domani lascerà l’asilo.

C’è anche una specie di giardinetto per i giochi all’aperto.

Poi Barbara ci porta dall’altra parte della strada e ci mostra anche la sezione del nido, per i bambini più piccoli.

Rimango incuriosito dai giacigli, che mi ricordano un po’ le gabbie dei conigli.

Decidiamo con Barbara di cenare a casa sua. Quindi lei prende la bici e facciamo la strada a piedi. Barbara ci fa vedere un tratto di canale delimitato da una specie di cordone bianco.

Ci spiega che qualche giorno prima un barcone è letteralmente esploso, frantumando le finestre delle case intorno e provocando un grosso spavento agli abitanti del quartiere. Qui sotto vediamo ancora i resti della barca.

Per strada ci fermiamo davanti al fondo dove Barbara una volta alla settimana fa joga ai bambini piccoli. Gioca Joga, si chiama questa attività.

Entriamo a dare un’occhiata. Tutto molto joga.

E proseguiamo la nostra passeggiata attraverso China Town.

Un signore elegante mi passa accanto e decido di provare uno scatto dal basso, senza controllare l’inquadratura. Il tocco c’è.

A un certo punto sentiamo le sirene dei pompieri e della polizia. Che succede?

Il traffico si blocca, e mentre le ragazze si fermano da una parte, io seguo il mio istinto di fotoreporter e vado a vedere cos’è successo.

.

E’ successo qualcosa dentro a un palazzo. Ma che cosa? Vedo i pompieri che fanno sgomberare le persone.

Gli abitanti escono in fretta e furia, qualcuno tossisce, qualcuno si tiene un fazzoletto davanti alla bocca.

Intuisco che si tratti di un incendio, e infatti è così. Non si vedono fiamme, ma solo fumo che fuoriesce dall’appartamento.

Fuori si è radunata un bel po’ di gente, ma c’è anche chi si gode comodamente l’evento a cavalcioni della propria finestra.

Quando torno indietro, le due amiche sono curiosissime. O, almeno, lo è Barbara, a giudicare dall’espressione. Alessandra lo è un po’ meno. La solita simpaticona. Spiego cos’è successo e continuiamo per la nostra strada.

Ci fermiamo a un ponte levatoio che si alza per far passare un barcone.

Qui, nell’attesa, scatto una foto a un gruppo di volatili misti, piccione, gabbiano e corvi. Tutti insieme appassionatamente.

Il ponte si alza e fa passare l’Andante. Poi si richiude e noi andiamo.

Scarpe abbandonate. Mi piacciono troppo le scarpe abbandonate per strada. Ogni paio pare che abbia alle spalle un’interessante storia tutta sua.

Per cenare a casa c’è da fare la spesa. Decidiamo per una grigliata mista e ci fermiamo a comprare il necessario al supermercato vicino a casa.

Qui Barbara spiega la bontà del pane Pistolets. Data l’espressione dell’attrice, lo comprereste, voi?

Ed eccoci giunti a casa. Barbara comincia subito a preparare.

E Alessandra cosa starà facendo? Lava i piatti? Apparecchia la tavola? Prepara l’insalata? Toh, guarda, sta sul divano a controllare il suo Ipad. Quando una cosa è necessaria…

Ed eccoci a cena quasi conclusa. Nel mezzo, la griglia elettrica che pare vada fortissimo nelle case degli olandesi. Al tavolo. da sinistra, Sofia, l’amica di Sofia, Robert e Timmy.

Dopo cena ci rilassiamo un po’. Non so per quale motivo, ma Barbara pare la più rilassata di tutti e comincia a ridere per un nonnulla. Forse è felice di stare con gli amici. Forse.

E finisce qui, la nostra seconda giornata ad Amsterdam. Con la foto artistica di una lampada leggermente kitsch presente nell’appartamento.

E domani sarà il nostro ultimo giorno in Olanda. Nel tardo pomeriggio prenderemo il treno per la nostra prossima destinazione. Ma adesso è ancora troppo presto per parlarne. Ci risentiamo al prossimo fotoracconto.

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