Da Amsterdam a Bruxelles: QUINTO FOTORACCONTO

Ultimo giorno ad Amsterdam. E’ ancora un giorno di pioggia. Nonostante sia mattina, la luce della cucina è accesa, il cielo è coperto, è  abbastanza buio. Sofia sorride dall’alto dei suoi 14 anni.

Alessandra lava i piatti.

Sofia e Timmy ci mostrano le loro pagelle. Promossi a pieni voti. Mi faccio tradurre in italiano il nome di alcune materie.

Oggi tutta la famiglia di Barbara è invitata a un grande matrimonio gipsy su un barcone, dove presumibilmente tutti balleranno e si ubriacheranno prima che faccia buio. Io e Alessandra però non possiamo andare, perché nel pomeriggio dobbiamo lasciare Amsterdam per raggiungere la tappa successiva, Bruxelles. Quindi salutiamo tutti e andiamo a fare il nostro ultimo giro per la città. Decidiamo di prendere il tram per raggiungere il centro.

Piove ancora.

Il tram ci mette un po’ ad arrivare, e nell’attesa ci facciamo uno dei nostri soliti autoscatti.

Visto che piove, decidiamo di dedicarci ai musei. La prima tappa è, naturalmente, il Van Gogh Museum.

Lo abbiamo già visitato l’ultima volta che siamo stati qui. Ma non fa mai male rivedere i quadri di Van Gogh tutti insieme. Arriviamo dal retro.

Quando raggiungiamo l’entrata principale, però, ci accorgiamo che c’è una fila enorme, ci sarà da aspettare almeno un’ora. E non ne abbiamo voglia. Decidiamo allora di visitare l’altro importante museo di Amsterdam, lo Stedelijk, lì accanto.

Ma lo Stedelijk è chiuso per lavori. Non ci scoraggiamo e ci dirigiamo verso un’altra meta.

Abbiamo fatto il biglietto valido per l’intera giornata, quindi ne approfittiamo e prendiamo di nuovo il tram.

Passeggiamo ancora un po’, costeggiando il bellissimo Amrath Hotel, cinque stelle e un’architettura degna di nota, tra l’art nouveau e il gotico.

Arrivati al museo di arte contemporanea, ci accoglie un grasso clown giallo disteso a terra.

E poi una specie di scultura di palline colorate che cambia colore. E’ blu.

No, è rosa.

Foto artistica di signora e palle rosa.

Foto di Alessandra e palle rosa.

A parte questa installazione, il museo non è un granché, pieno delle inutili opere d’arte contemporanea, come questa casetta semidistrutta di cartone. Non ci tratteniamo molto.

Andiamo però al ristorante del museo, che ci sembra accogliente.

Altri, come noi, hanno avuto la stessa idea, ma il ristorante è comunque abbastanza vuoto.

Vado a lavarmi le mani e mi faccio uno scatto allo specchio.

Il ristorante non ha molte cose tra cui scegliere, quindi cominciamo con una soup of the day che, se non ricordo male, è ai funghi. Buona, ma tutte le volte penso che sia stata fatta con le buste knorr.

Di secondo prendiamo ciascuno un sandwich aperto, io con verdure e feta, Ale non ricordo.

Alla reception ho preso un volantino con indicati tutti i musei di Amsterdam. Lo controllo, per vedere se c’è sfuggito qualcosa di interessante.

Stabiliamo la nostra prossima tappa e decidiamo di prendere la metro, per arrivarci. Non ci siamo ancora stati e sono curioso di vedere com’è. Ale forse è un po’ meno curiosa e, come da tradizione, schiaccia il suo solito sonnellino post-pranzo sui mezzi pubblici.

Superiamo la stazione di Waterloo.

Scendiamo a destinazione, dove troviamo una specie di arco ornato di strani geroglifici. Chissà perché.

Facciamo una lunga passeggiata lungo i canali e Alessandra mi incoraggia a fare la foto a questo ponte che, dice, è il ponte di un famoso quadro di Van Gogh. In effetti lo ricordo anch’io, ma non sono così sicuro che il ponte sia proprio questo. Anche perché in città ne ho già visti di simili. Ma lei insiste. E’ proprio questo, è proprio questo! No, Alessandra, non è proprio questo, visto che “Il ponte di Langlois” di Van Gogh è una serie di 4 quadri dipinti dall’autore ad Arles, in Provenza, dove evidentemente hanno gli stessi tipi di ponti.

Anche se ha smesso di piovere, decidiamo di visitare il Museo Hermitage, ovvero una sezione distaccata dell’Hermitage di San Pietroburgo. C’è una mostra sull’Impressionismo.

La mostra è deludente e oltretutto non mi consentono di scattare foto. Questa sotto l’ho rubata, come si può capire dalla scarsa qualità.

Finita la mostra, non molto ricca, facciamo un giro per il palazzo che la ospita.

Siamo a metà pomeriggio e un messaggino mi avverte che di lì a qualche ora partirà il nostro treno prenotato per Bruxelles (la compagnia Thalys ti avverte con un sms), quindi decidiamo di tornare a casa a prendere i bagagli. Di nuovo approfittiamo del biglietto giornaliero e riprendiamo la metro fino alla stazione centrale.

Alessandra è pensierosa, ma almeno non dorme.

L’uscita della metro alla stazione centrale è molto bella, o comunque fotogenica, con queste strisce bianconere sul soffitto.

E le sue scale rosse.

Aspettiamo l’autobus che ci porti a casa, e qui, per la prima volta in tre giorni, vedo un tipo coi pantaloni corti. Non posso non fotografarlo. E’ coraggioso, perché la temperatura non è tra le più alte d’Europa.

Arrivati nel quartiere, ad Ale cade la cartina, ma è talmente stanca che non ce la fa a raccoglierla. Eppure, rispetto ai giorni precedenti, abbiamo camminato poco..

Saliamo in casa e prendiamo i bagagli. Come previsto, tutta la famiglia è fuori per il matrimonio gipsy, ad eccezione di Samba e Rakia, che dormono beate in camera.

In silenzio, per non svegliarle, usciamo di casa. Barbara, quando ci siamo salutati la mattina, ci ha detto di non aspettare altri 15 anni prima di tornare a trovarla ad Amsterdam. Chissà. Io faccio un calcolo mentale e mi rendo conto che tra 15 anni avrò quasi sessant’anni. Ed è meglio non pensarci. Sarà quel che sarà.

Alla fermata aspettiamo l’autobus che ci porta in stazione. Aspettiamo per quasi venti minuti.

Ma l’autobus che prendiamo è in realtà una macchina del tempo, e quando scendiamo, ecco il risultato: quella che vedete di spalle è Alessandra, che è tornata ad Amsterdam dopo i 15 anni predetti da Barbara. Io non ho il coraggio di farmi un autoscatto per vedere come mi sono trasformato.

Un ultimo scatto alla bella stazione centrale.

Arriviamo con uno stretto anticipo. Il treno è quello delle 19e16 che va a Parigi, passando per Bruxelles.

Saliamo sul treno. Ale all’improvviso è ringiovanita, ma perché ha questa faccia cupa? Non siamo mica su un aereo?

Lo so io perché. Perché il biglietto Thalys che abbiamo prenotato era una vera offerta. Praticamente è un biglietto di prima classe pagato poco più della metà di uno di seconda. E nel biglietto di prima classe c’è inclusa l’opzione wi-fi gratis. E però il wi-fi non funziona. Alessandra sta per trasformarsi di nuovo.

E invece, all’improvviso, voilà! Ecco la connessione funzionante. Alessandra è contenta come una pasqua.

E non è finita! Nonostante il viaggio duri all’incirca due ore, ai viaggiatori di prima classe viene anche offerta la cena, cosa che non sapevamo. Un’assistente passa e ci lascia il menu.

Non c’è grande scelta, ma è gratis. Io opto per dei conchiglioni di pasta ripieni, miele con formaggio e insalata di arance.

Alessandra prende l’altra opzione, ovvero filetti di salmone con riso e verdure. E in più, la beone, si accatta anche una bottiglietta di vino rosé.

Il cibo è freddo, come se fosse stato tirato fuori dal frigo da pochi minuti. Dopo il primo boccone, mi accorgo di una sgradevole sorpresa: uno dei conchiglioni ha delle macchie nere, è andato a male. Potrei dirlo all’assistente, invece mi trattengo e faccio finta di nulla. Io e Ale ci dividiamo il salmone.

Mi consolo con un caffè lungo macchiato.

Arriviamo alla stazione Zuid di Bruxelles in perfetto orario. Il problema è che il nostro albergo è dall’altra parte della città, nella zona nord.

Quindi prendiamo la metro. Alessandra telefona a mamma Emilia per dirle che siamo arrivati a Bruxelles sani e salvi.

Ed eccoci alla stazione di Bruxelles Nord.

Usciamo e ci accorgiamo che, pur essendo all’incirca le 22, fuori non è ancora del tutto buio. Che belle, le estati su al nord. Se non fosse per la continua pioggia…

La zona del nostro albergo è piuttosto lontana dal centro e piena di grattacieli moderni, che a me piacciono molto. Comincio a scattare foto a quelle architetture.

Secondo la mappa che abbiamo scaricato su internet, l’albergo dovrebbe distare una decina di minuti a piedi dalla stazione.

Ancora edifici moderni.

Ed eccolo, finalmente, illuminato di azzurro, il nostro bell’albergo. Alessandra, dall’Italia, aveva trovato un’offerta stra-vantaggiosa: hotel a quattro stelle, con connessione wi-fi in camera (figurati, sennò non l’avrebbe preso…) a poco più di 20 euro a testa a notte. Ripeto: un hotel a 4 stelle.

Si tratta dell’Husa President Park, probabilmente più un albergo per uomini d’affari che per turisti. Entriamo.

L’atrio ci dà subito una buona impressione. Le quattro stelle sembrano vere.

Aspettiamo alla reception. Parleremo con questa gentilissima signorina.

La signorina ci accoglie con molto garbo, ci dà le informazioni necessarie e ci dice che la nostra stanza è già pronta. Io penso: già pronta? Ma se sono quasi le undici di sera! Sfido che sia già pronta. Ci mancherebbe altro! Si trova al terzo piano, dove ci avviamo con l’ascensore. I corridoi sono un po’ alla Shining, deserti, e con un’atmosfera dell’orrore.

La nostra stanza è la numero 3139. Con la scheda magnetica proviamo ad entrare, ma non c’è verso. La infiliamo, la estraiamo, abbassiamo la maniglia, ma niente da fare. Non si apre. Proviamo varie combinazioni, ma proprio non ne vuol sapere. Decidiamo di scendere di nuovo nella hall per comunicare loro il problema, quando faccio un ultimo tentativo e voilà, la porta scatta. Ma rimaniamo di stucco. La luce è accesa, la tv pure e il letto è sfatto. Pensiamo subito che c’è qualcosa che non va, la stanza è già occupata da qualcun altro. Non entriamo, non indaghiamo oltre e torniamo, armi e bagagli, alla reception.

Qui la signorina dice che è mooolto strano, ma rimane un po’ ambigua e ci cambia subito il numero della stanza. Ci viene aasegnata la 3129. Saliamo di nuovo al terzo piano, sorpassiamo la 3139 (che è di nuovo chiusa) e ci accorgiamo che un uomo ci segue nel corridoio. In fretta entriamo nella nuova stanza assegnata e, sulla soglia, ci accorgiamo che l’uomo è un addetto dell’albergo che sta entrando nella 3139 per capire cosa sta succedendo. Non approfondiamo e ci chiudiamo la porta alle spalle, prima che Jack Torrance ci raggiunga per affettarci con la sua ascia ben affilata.

La camera è bella, spaziosa, una camera da quattro stelle. Sia lodato internet, che ci consente di approfittare di tali offerte vantaggiose.

Che accoglienza! La tv è accesa e dà il benvenuto ad Alessandra.

Indovinate qual è la prima cosa che fa Alessandra? Si infila il pigiamino, si mette a letto e controlla che ci sia la connessione wi-fi. C’è. Ora può dormire sogni tranquilli.

E io? Ne approfitto per un bel bagno rilassante, nel fantastico bagno a quattro stelle. I prossimi giorni saranno parecchio impegnativi, perché non siamo mai stati in Belgio e io voglio vedere tutto quello che è possibile nel giro di quattro giorni.

Il piano è quello di visitare tre città nel fine settimana e di lasciarci Bruxelles per ultima. Ma per saperne di più, vi raccomando di continuare a seguire questi fotoracconti. E, per chi si fosse perso i precedenti, ecco a voi i links.

Primo giorno: Parigi.

Secondo giorno: Parigi.

Terzo giorno: Amsterdam.

Quarto giorno: Amsterdam.

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