Fotoracconto: Bruges, Gand e la maledetta Fiera

Riprendiamo i fotoracconti delle vacanze estive. Questi fotoracconti sono una specie di diario, li uso per non scordarmi di quel che abbiamo fatto.  Quindi, a chi li leggesse la prima volta, rendo noto che non sono racconti in diretta, ma a posteriori. Anche perché, per scriverne uno, corredato dalle decine di foto che vedete di volta in volta, mi ci vogliono diversi giorni. In questo momento mi trovo nella nostra mansarda supercalda a Livorno. Spiego questo perché qualche giorno fa ho incontrato un amico che aveva letto il fotoracconto di Amsterdam e mi ha detto: ma voi non siete ad Amsterdam? E io: no, siamo già tornati da un bel po’, purtroppo.

Mentre pianificavamo le nostre vacanze in Belgio, avevo saputo che lì esiste un biglietto del treno che si chiama weekend ticket, un biglietto di andata e ritorno da usare nel fine settimana e che costa la metà. Siccome il nostro primo giorno in Belgio è un sabato, decidiamo di lasciarci la visita di Bruxelles per gli ultimi giorni mentre, nel weekend, andremo a visitare altre città belga usufruendo del bigletto speciale.

Il primo pensiero di Alessandra, quando si sveglia nella sua camera a quattro stelle dell’hotel President Husa, è quello di controllare se va la connessione. Mica vorrete che la reginetta di Facebook si perda anche un solo giorno di vita in rete?

Mi affaccio alla finestra per vedere il panorama di grattacieli che avevo visto in notturna quando siamo arrivati. Controllo il tempo: non è una bella giornata. Another cloudy day in Northern Europe.

Usciamo dalla camera e notiamo qualcuno nel corridoio kubrickiano, fermo davanti alla fatidica stanza 3139, quella del mistero. Passiamo oltre. Dobbiamo fare colazione, ma ovviamente evitiamo quella dell’albergo che costa 19 euro a testa. Si sa, la camera last minute è scontata, ma i servizi e i costi aggiuntivi rimangono quelli di un hotel di lusso.

In dieci minuti siamo alla stazione di Bruxelles Nord.

Scegliamo una specie di bar all’interno della stazione, con delle scritte vagamente hawaiane. Caffellatte e pain au chocolat. Il giusto.

Facciamo il biglietto e aspettiamo che passi il treno per Bruges, che sarà la nostra prima meta belga. Bruges: tutti ne dicono bene, un gioiellino, dicono. Vedremo.

Arrivati a Bruges in meno di un’ora, scendiamo alla stazione e troviamo pioggia fitta e parecchia desolazione. Compriamo addirittura un ombrello.

Sfidiamo il maltempo e ci avviamo verso il centro. Si cominciano a vedere le prime case tipiche del luogo, ma la città è deserta. Eppure la nostra guida ci aveva detto: non andate a Bruges di sabato e domenica che c’è un delirio di turisti, non ci si muove, ecc. Noi non vediamo anima viva.

Due porte blu simmetriche attirano la mia attenzione.

Continuiamo ad addentrarci un po’ a caso, cercando di arrivare a quella torre che vedete sullo sfondo. Lì di sicuro c’è il centro. Ma anche questo ci sembra già il centro, eppure pare disabitato.

Arriviamo in una bella piazza, ma anche questa è deserta. L’unico segnale di presenza umana è una voce in lontananza.

Ci avviciniamo e scopriamo che è un giovanissimo cantante di strada. Bene, Bruges non ha subìto alcun disastro nucleare durante la notte. O comunque c’è ancora un sopravvissuto.

Passiamo sotto l’arco e finalmente incontriamo i famosi canali di Bruges. Ma di gente ancora poca.

Dobbiamo arrivare alla piazza del mercato per vedere finalmente qualcuno.

Le case colorate sono davvero belline. Ma è tutto qui?

Nella stessa piazza ci sono anche due edifici che spiccano sugli altri. Il primo è la torre civica (Belfort), al cui interno c’è un carillon costituito da 47 campane.

L’altro non so cos’è.

Proseguiamo e a pochi passi troviamo una piazza con al centro 4 bellissime Jaguar. E’ la piazza del municipio. Forse a Bruges il sindaco e i consiglieri comunali si spostano in Jaguar, invece che con l’auto blu.

Quello sotto è il municipio del 14° secolo in stile gotico brabantino. Vi chiedete cos’è il gotico brabantino? In pratica è il gotico francese reinventato secondo lo stile fiammingo. E ora siete un po’ meno ignoranti.

Oggi c’è un matrimonio. Mi sa che tanta gente viene a sposarsi qui a Bruges. Di sicuro lo faranno per il detto “Sposa bagnata, sposa fortunata”: qui piove sempre.

Ci infiliamo dentro a curiosare. Ma non possiamo vedere molto, perché l’accesso è limitato.

Usciamo di nuovo, per dare un’occhiata agli altri magnifici palazzi che si affacciano sulla piazza. Il Brugse Vrije, frontone barocco e statuette dorate, è occupato da uffici municipali.

In un angolo, poi, si trova la Basilica del sacro cuore.

Entriamo.

La basilica prende il nome da un’ampolla che, SI DICE, contenga gocce del sangue di gristo, portata in Belgio dopo le crociate del XII secolo.

L’ampolla è qui, ma a noi italiani ci fa un baffo, visto che a queste pittoresche leggende siamo ampiamente abituati, dopo il miracolo annuale dello scioglimento del sangue di san Gennaro. E comunque, quest’ampolla col sangue divino, mi fa paganamente pensare all’ampolla col sangue di Lilith nell’ultima stagione di True Blood.

La basilica è comunque un piccolo gioiello, a partire dalle vetrate.

E poi è coloratissima.

Guardate che fantasie multicolori hanno queste colonnette!

Usciamo dalla basilica e facciamo un giro lungo i canali. La pioggia è ancora battente.

Ci ripariamo sotto le logge del mercato del pesce.

Visto che non smette di piovere, passiamo al piano B, ovvero la visita dei musei. Il più importante museo di Bruges è il Groeningemuseum (che non è ispirato al creatore dei Simpson), con una collezione importante sui primitivi fiamminghi e sull’arte fiamminga fino all’Ottocento. E in effetti uno dei primi dipinti che ci troviamo davanti è un celeberrimo trittico di uno dei pittori fiamminghi più geniali. Si tratta del Trittico del giudizio di Bruges di Hieronymus Bosch, da non confondere con l’altro trittico del giudizio, più famoso e conservato a Vienna. Anche questo, comunque,  non è niente male.

I pittori fiamminghi sono fissati con la morte. Sicché ci sono scheletri dappertutto.

Oppure teschi ai piedi della croce di gesoo.

Il teschio sdentato ride e si fa beffe della nostra vita mortale, e il cagnolino pulcioso gli abbaia contro.

Un altro quadro famoso contenuto nel museo è il Ritratto di Margaretha van Eyck, di Jan van Eyck.

Questo dipinto sotto, invece, non ricordo cos’è, ma mi colpisce per l’espressione irreprensibile delle fanciulle, e per il classico sguardo diretto allo spettatore di una delle bambine in basso a destra.

Sono proprio truci, questi fiamminghi. Questa pare un’illustrazione ante litteram per la rivista Cronaca vera.

Ancora la morte in dettaglio. E’ bella, eh?

E poi un consesso di dame che, con le loro teste a pera rovesciata, sembrano venute da Marte.

La pittura fiamminga, secondo me, è interessante fino al Sedicesimo secolo, poi si europeizza troppo e perde molti dei suoi tratti distintivi.

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Il Belfort che avete visto prima nella foto.

Il museo contiene anche una sezione di arte contemporanea. Ma son solo parole.

Chiedo a Ale di mettersi tra due quadri per una foto della serie “Interagisci con l’arte”.

Io, poi, faccio lo stesso.

Usciamo dal museo, riprendiamo le nostre borse e i nostri giacchetti bagnati dal guardaroba, e proseguiamo il giro.

Anzi, no. Ci fermiamo a pranzo. I ristoranti sono tutti cari e pieni. Troviamo un posto dove con un prezzo speciale possiamo prendere due soup of the day, un secondo e la birra. Alessandra comincia con quella. Sul vassoio potete vedere le due minestre ancora chiuse. Sono in un contenitore di plastica.

Nel frattempo c’è anche il secondo (pollo e riso) che si sta ghiacciando.

La soup of the day è nient’altro che passata di pomodoro riscaldata. Non è nemmeno cattiva. Il vero problema è che è bollente (nella plastica non si raffedda) e tantissima. Quella che vedete sotto rappresenta l’ultima cucchiaiata di Ale, il suo limite estremo, tutto il pomodoro che è riuscita a sopportare.

Poi, come i bimbi piccini che cercano di nascondere il cibo avanzato nel piatto, lei chiude il tappo. Attenta, dico io. Una volta, all’asilo, nascosi sotto il piatto un odiosissimo uovo sodo che non volevo mangiare. Quando vennero a sparecchiare, le signorine lo trovarono e me lo fecero mangiare a forza dopo la frutta. Ah, bei tempi…

Finito il pranzo, continuiamo il nostro giro per l’amena cittadina.

Diamo un’occhiata al Sint-Bonifaciusbrug, comunemente chiamato Ponte dell’Amore, perché è il posto dove si da’ il primo bacio al fidanzatino o alla fidanzatina.

Nel frattempo ha ricominciato a piovere, quindi ci rifugiamo alla Harentshuis, il cui ingresso è compreso nel biglietto che abbiamo fatto al museo precedente.

Qui ci sono  esposti dipinti e acqueforti di Frank Brangwyn, artista vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento e nato a Bruges.

Quando usciamo ha smesso di piovere e ci incamminiamo alla scoperta delle godhuizen e dei begijnhof, ovvero le case di carità e i beghinaggi, che qui sono molto presenti.

E’ una bella passeggiata, gli edifici sono incantevoli, io scatto fotografie a tutto andare.

Osservo anche i particolari.

Le finestre.

Elementi architettonici inusuali.

E anche una suora, già che ci sono.

E ancora un beghinaggio.

Per arrivare all’ultima casa di carità occorre una passeggiata un po’ più lunga che costeggia il canale più grande, punteggiato di anatre e cigni, non so quale delle due specie sia più simpatica.

Ed eccolo, lo splendido edificio circondato dagli alberi. E’ molto cinematografico, secondo me.

Talvolta, quando si va nei posti di vacanza, ci si chiede chi viva in quelle case particolari, e se davvero il paese, oltre ai turisti, ha anche gente che ci abita davvero, e che vita avranno, queste persone, e com’è che sono capitate lì a vivere, ci sono nate, ci si sono trasferite, hanno sposato qualcuno del luogo… Ecco, tutto questo per introdurre la foto qui sotto, che vede protagonista una residente di Bruges che sistema i fiori sul terrazzo.

Ve l’ho già detto che secondo me a Bruges si festeggiano un sacco di matrimoni? Beh, lo sfondo per le foto non è niente male. Io ricordo che quando la Fortezza Nuova di Livorno era sempre aperta (secoli fa), alcune coppie di sposi novelli ci andavano a fare le foto, e una classica era quella accanto al cannone. Ecco, meglio Bruges.

Approfittando della non pioggia, ci addentriamo nel parco e seguiamo il fiume. C’è solo un’altra cosa che vorrei vedere a Bruges, ovvero la scultura Madonna con bambino di Michelangelo (unica scultura del grande maestro portata fuori dall’Italia quando lui era ancora in vita e imbarcata segretamente a Livorno) che è conservata in una chiesa dal nome impronunciabile (Onze-Lieve Vrouwekerk). Ma siamo fuori dell’orario di visita.

Un originale scatto a due, tante volte vi dimenticaste chi siamo. Io sono quello a destra, con la faccia simpatica. Alessandra è quella a sinistra, con la faccia intelligente.

Alla fine del viale lungo il parco ci troviamo a una strana fermata dei pullman turistici.

Prendiamo la nostra decisione. Non torniamo indietro verso il centro città. Non ci vuole molto per vedere e capire Bruges. Siamo soddisfatti della visita.

Torniamo alla stazione. Sulla strada tra Bruges e Bruxelles c’è anche Gand, un’altra cittadina che vogliamo visitare. Decidiamo di farlo adesso. Siccome è sul tragitto di ritorno, non dobbiamo neanche comprare un biglietto, è incluso in quello che abbiamo fatto in mattinata.

Addio Bruges. Anzi Brugge, che in realtà è il nome corretto, visto che lì sono fiamminghi e non amano molto i francofoni.

Toh, guarda, sul treno Alessandra si addormenta. Strano, eh?

Infastidita dal tragitto troppo breve, che non le ha concesso un riposo adeguato, Alessandra scende dal treno con aria truce. Il ragazzo sulla panchina ne è terrorizzato.

Appena usciamo dalla stazione di Gand (anzi, Gent, che siamo sempre in zona fiamminga), sentiamo della musica. Bene, una città viva! In realtà si tratta di un gruppo di fanatici religiosi che fanno una piccola festicciola in piazza. Ma il volume della musica è assordante.

Anche qui, pur essendo un sabato pomeriggio, la città è semideserta.

Fotografo una graziosa opera d’arte sul muro di un palazzo, dama e cavaliere con l’ombrello.

E, manco a farlo apposta, comincia un acquazzone di quelli tropicali. Troviamo riparo come possiamo assieme ad alcuni nativi, che sembrano perfettamente abituati a questi improvvisi cambiamenti climatici.

Mentre aspettiamo che spiova, noto un manifesto che annuncia un concerto di Paolo Conte ad Anversa.

Dopo dieci minuti smette all’improvviso di piovere e continuiamo per la nostra strada. Fotografo un po’ d’arte di strada.

Non so come dire, ma Gent mi sembra diversa da Brugge. Mi da’ l’idea di una città più vera, meno costruita.

Finalmente incontriamo il primo canale, ma di gente ancora poca. Bene, mi piace visitare le città con poca gente.

Poi, non so come, ma ci troviamo improvvisamente in una strada trafficatissima. E’ il centro coi negozi e la gente che va a fare shopping. Turisti ce ne sono pochi. Ma la gente del posto è tutta lì.

E finalmente sbuchiamo nel vero cuore della città, dove le tre piazze centrali sono dominate da due grandi chiese (una terza è visibile poco distante). E qui abbiamo la sorpresa: proprio oggi comincia il gentse festen,  ovvero una festa della città che si protrarrà per diversi giorni. Quindi vedremo una città diversa dal solito. Comunque riconosco la torre campanaria di Gent che è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

Mentre fotografo una delle cupe chiese nella piazza, ricomincia a piovere, come si può intuire dalla foto.

Non mi scoraggio e fotografo anche la cattedrale di San Bavone (che bel nome, complimenti), nella quale è conservata l’Adorazione dell’agnello mistico una bellissima pala d’altare di Van Eyck. Non so se è per la festa o per l’orario tardo, ma la chiesa è chiusa e non possiamo vederla. Davanti ad essa, tra l’altro, hanno montato un palco per le esibizioni serali.

Il logo del festival: una cowgirl che cavalca un maiale alato?!? E’ una strana Fiera, questa…

Entriamo poi in una grande chiesa che è aperta.

La cosa più interessante è questa enorme spada che pende dal soffitto all’entrata. O provaci a dire una bestemmia, vai!

Oltre ai palchi ben equipaggiati, la Fiera prevede anche un certo numero di artisti di strada, che mi sembra la cosa più interessante. Vi chiedete che strano strumento suoni il signore qui sotto? E’ una normale chitarra che si è dilatata perché in Belgio piove sempre.

Abbiamo bisogno di un caffè e ci fermiamo, anche se il signore dietro al bancone non ci pare dei più simpatici. Il caffè fa schifo, ma andiamo avanti.

Fuori dal bar c’è una baracchina che vende dei piccoli coni amaranto. Sarà che Gent è gemellata con Livorno?

Non si riesce a capire cosa siano, allora Alessandra, che a volte è curiosa come una scimmia, decide di comprarne un etto.

Un etto trattasi di circa 5 conetti amaranto. Sono parecchio pesanti. Cosa saranno? Non rimane che affrontarli. Alessandra, sprezzante del pericolo per l’ignoto, ne addenta uno. Ha un cuore tenero, dentro! (la caramella, non Alessandra). What a surprise! Una caramella con ripieno.

E’ buona, dice Alessandra. Ma le altre le lascia dentro al sacchetto. E quando le chiedo “Ma che gusto ha?”. Lei mi risponde: Boh!”

Continuiamo la passeggiata allontanandoci dalla Fiera e scopriamo scorci notevoli.

Ma la Fiera è sempre in agguato, e colpisce nei punti più insospettabili. Eccoci di fronte a un batti-batti (termine labronico per definire l’autoscontro) in mezzo alla strada.

Ce ne allontaniamo per visitare il Patershol, un dedalo di vicoli tortuosi sul quale si affacciano i palazzi storici della città.

Guardiamo con interesse le architetture.

Ma, da lontano, la Fiera continua a chiamarci coi suoi allettanti, demoniaci passatempi.

Cerchiamo ancora di resistere alla Fiera e ci concentriamo su un bel palazzo art nouveau, il Bondmoyson.

Mi pare che il suo simbolo sia un gabbiano che canta alla luna.

Tanto per cambiare ha ricominciato a piovere. Per documentare l’avvenimento, ci facciamo una foto rispecchiati nella vetrata di un edificio.

Per caso incontriamo un cannone rosso che è importante per qualche ragione, ma adesso non mi viene in mente.

Passeggiamo lungo i canali.

Prendiamo una scorciatoia lungo l’argine del canale, e scopriamo un messaggio della Fiera, che minaccia di distruggerci se non ci uniamo a lei.

Resistiamo ancora un po’, ma poi la Fiera ha la meglio e ci trascina verso di sé, proprio come le sirene di Ulisse.

E così ci ritroviamo davanti a uno dei palchi principali. C’è un gruppo che suona, ma il pubblico è scarsissimo. Da ciò deduco che gli abitanti di Gent hanno molto più resistenza di noi nel resistere agli attacchi della Fiera.

Il povero cameraman è costretto a lavorare sotto la pioggia. Anche lui è uno schiavo della Fiera.

Fuggiamo via, cercando di scacciare il demonio Fiera che è già dentro di noi. Ci rifugiamo nella prima chiesa che troviamo.

Oltre a tutte le cose che ci sono normalmente in una chiesa, notiamo anche dei poster che sono inerenti all’argomento chiesa, ma forse un po’ fuori dai canoni tradizionali. Scopriamo che si tratta di una mostra che raccoglie molte delle pubblicità che hanno utilizzato la religione per promuovere i loro prodotti. E’ una mostra interessante e ironica, non credo che la farebbero mai in una chiesa italiana.

Ma da lontano sentiamo ancora le voci della Fiera che ci chiamano. Chiedo ad Alessandra di dire una preghierina che scacci questo demone dalle nostre vite. A giudicare dall’espressione, Alessandra non sembra molto convinta che la preghierina possa funzionare. Ma si sbaglia perché…

…usciti dalla chiesa, la Fiera è sparita. Prima che ricompaia, decidiamo di allontanarci a grandi passi.

Notiamo, appesi alle fermate del bus, cartelli segnaletici che non avevamo mai visto prima. In realtà si tratta di messaggi cifrati della Resistenza anti-Fiera. Perché quando c’è la Fiera, tutti fanno pipì per strada, uomini e donne indistintamente, perché la Fiera è cattiva e vuole il degrado cittadino. Ma i gruppi di Resistenza clandestini appendono questi cartelli per incoraggiare la gente a resistere alla Fiera, a non lasciarsi andare ai suoi sporchi voleri.

E di nascosto hanno anche installato dei pissoirs in mezzo alle strade. C’è solo un problema: mentre il cartello di divieto è rivolto anche alle donne, i pissoirs sembrano destinati solo agli uomini. A meno che le donne belghe non abbiano delle qualità segrete. E c’è un secondo, ben più grave, problema. Che la Fiera si è accorta di questi tentativi di sabotaggio e ha installato, nei pissoirs, un crudele meccanismo che prevede l’evirazione di chi si azzarda a far pipì. La Fiera è il vero Male.

Ovviamente ci rifiutiamo di asservirci alla Fiera, di mangiare in una delle sue tante bancarelle di Junk Food. L’unica alternativa possibile ci sembra questa pizzeria, e per una volta decidiamo di fare i veri italiani all’estero e mangiare vero cibo italiano.

La pizzeria è stracolma, sono tutti membri della Resistenza in incognito. Appena entriamo ci guardano con sospetto, come fossimo spie al servizio della Fiera. Alla fine non ci danno un tavolo, ma la cameriera (nome in codice: Nikita) ci sistema seduti a uno stretto bancone e ci fa sorvegliare da tre giovani individui che sembrano stupidi adolescenti alla moda, ma che in realtà appartengono al reparto cecchini della Resistenza. Il simbolo della Resistenza è una croce luminosa.

Dopo molto tempo ci portano una pizza. Io e Alessandra temiamo per le nostre vite, temiamo un avvelenamento da cianuro, ma alla fine, più che la fame, poté il digiuno. Mangiamo.

No, non siamo morti, evidentemente quelli della Resistenza hanno capito che eravamo dalla loro parte nella lotta alla Fiera. Eppure qualcosa è successo, visto che sul tram che ci conduce alla stazione, Alessandra ha perso tutti i colori.

Alla stazione attendiamo con impazienza il treno che ci riporterà a Bruxelles. Non siamo ancora in salvo.

Nel treno ci nascondiamo nel bagno, pronti a saltare dal finestrino qualora la Fiera abbia intenzione di catturarci per riportarci tra le sue grinfie. Scendiamo alla Stazione Nord di Bruxelles e traiamo un sospiro di sollievo. Salvi!

Finalmente posso rilassarmi mentre cammino in mezzo alle strade di grattacieli a vetri che ci condurranno alla pace del nostro albergo.

Ah, gli edifici moderni! Che pace! Che sicurezza!

Ma… un momento! Cos’è questa musica? Sembra un concerto degli Inti Illimani! No! No! Non ci andiamo, dice Alessandra, la Fiera ci catturerà di nuovo!

La Fiera ha emissari in tutto il mondo. Qui c’è un distaccamento sudamericano. Proprio vicino al nostro albergo, dietro ai palazzi moderni, si nasconde una feroce succursale dell’Armata della Fiera. Anche qui!

Scappiamo costeggiando filari di palazzi popolari. Ma dov’è finita tutta quella rassicurante modernità?

Dopo una corsa estenuante, eccola, finalmente, la modernità! Cari, nuovi palazzi, fucine di speculazioni edilizie. Vi sono grato di strapparmi ancora una volta alle grinfie della Fiera.

Ancora pochi passi e arriveremo al nostro bell’hotel a 4 stelle. Eppure c’è qualcosa che non va. Ce ne accorgiamo a poco a poco. Notiamo un paio di macchine della polizia e anche qualche  agente.

E poi vediamo un intero battaglione di poliziotti con moto, macchine, furgoni, autobus, pronti a partire per una missione segreta. Scopriamo che proprio accanto al nostro albergo c’è una stazione di polizia. Io e Alessandra ci nascondiamo. Non si può mai sapere chi sta dalla parte di chi. Aspettiamo che tutta l’allegra comitiva si allontani.

Poi, in punta di piedi, rientriamo in albergo. Prendiamo l’ascensore. Siamo più tranquilli, ma c’è solo un problema: nessuno di noi due ha ancora ritrovato il suo colore originale.

Maledetta Fiera!!!!!

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